E Manziana diventò Messico per il Dia de los Muertos (Cronaca di una giornata)

Di Celesta Liuti

Non è detto che la gran festa del Dia de los muertos abbia luogo solamente in Messico il 2 novembre, il giorno dedicato al ricordo dei defunti. Sabato scorso il mio Dia de los muertos non mi ha obbligato a voli intercontinentali, l’ho trascorso, partecipando a tutti i rituali in uso nell’antica terra dei Maja e degli Aztechi, compresi quelli culinari (importantissimi), nei dintorni di Manziana, in casa di Aldo e Adelaide, insieme agli amici di sempre.
Quando è andato in pensione, Aldo si è costruito una casetta in quei luoghi, tra castagneti e allevamenti di cavalli. Intendeva darsi all’agricoltura, e aveva persino cominciato a omaggiare gli amici con i prodotti della sua terra. Una volta mi arrivò a casa con alcuni cespi di cavolo nero appena colti, superbi e cupamente verdeggianti, solo che quando mi accinsi a cucinarli scoprii all’interno di ogni foglia un ininterrotto via vai di diverse generazioni di dorifore.
Non per questo Aldo ha rinunciato all’agricoltura: semplicemente, ha ridotto le sue ambizioni indirizzandole verso prodotti di più facile coltura, oltre ad altri sconosciuti dalle nostre parti perché nati da semi che si trovano soltanto nel Messico. Adelaide, la moglie di Aldo, è messicana. E’ una delle persone più gentili che conosca (ma anche Aldo non è da meno), con una voce simile a un melodioso campanellino, ma soprattutto grande cuisinière. Ogni volta che veniamo invitati da loro a Manziana, non manca mai qualche specialità messicana, e per quanto le venga sempre detto di non affaticarsi, il numero delle portate è sempre tale che potremmo rimanere tranquillamente a tavola per una settimana.
Questa volta però Adelaide ha superato se stessa. Quando siamo arrivati, ci ha accolti con un grembiule su cui campeggiavano coloratissimi scheletri d’ogni dimensione. Ad ogni finestra aveva applicato teschi di carta velina rosa e azzurri. Nella sala da pranzo, la parete che ospitava l’altare dedicato ai morti era tappezzata di pannelli di carta traforata di diversi colori raffigurati ridenti scheletri a figura intera o mezzobusto. L’addobbo dell’altare seguiva un rituale codificato. D’obbligo il riferimento ai quattro elementi naturali, come ci andava via via illustrando la padrona di casa: la Terra, con tanti fiori e frutta; l’Acqua era un vaso a forma di cranio pieno appunto d’acqua; per il Fuoco tanti lumini accesi; il Vento era simulato da una palletta di carta di riso triturata. E un mucchietto il sale come elemento di purificazione, l’incenso per guidare il cammino dei morti con il loro profumo, una seggiola per farli riposare, gialli cempasuchilt – la flor que ilumina el camino de los muertos – sparsi un po’ ovunque. Originari del Messico, il loro nome botanico è Tagete erecta, quello volgare chissà perché Garofano d’India (ma un tempo tutto quello che era esotico si pensava provenisse dall’India), anche se da noi sono praticamente introvabili. Al posto d’onore un quadro della Madonna, immancabile quello di Frida Khalo, oltre alla foto incorniciata di un bel signore anziano, lo zio di Adelaide scomparso di recente. E tante croci, di cui una composta da due garofani.
E dopo il doveroso omaggio all’altare dei morti, a tavola col Messico. Aldo aveva preparato una vellutata di zucca (gli riescono bene), con farina di amaranto – cereale originario dell’America Latina – arricchita all’ultimo momento con semi di zucca infarinati e fritti (una delizia). Adelaide aveva preparato la Cochinita Pibil, bocconcini di carne da gustare insieme a fettine di cipolla marinata, i fagioli, Tamalas sia di carne che di pollo avvolte in foglie di mais e cotte al vapore, oltre a due torte e alle tortillas. E rientravano nel tema del giorno anche certi biscotti a forma di teschio, che non ho avuto il coraggio di mangiare, portati da Gianfranco, che ha un ristorante messicano.
Anche gl’invitati avevano contribuito alla grande abbuffata (tutte le volte da Aldo è sempre così) con le loro specialità culinarie: Lucia con una torta e l’insalata di riso, Laura con un golosissimo tortino di patate. Non so chi abbia portato la schiacciata di ceci, lo sformato di cavolfiore, le melanzane alla parmigiana, la pasta al sugo di pesce, le altre torte (ne ho contate otto). Bulbi di crochi e muscari da interrare subito nel prato per la fioritura precoce di primavera, sono stati il mio personale contributo.
Oltre al nostro solito gruppo – Pupa e Gianni, Marcella, Lucia, Emilia, Laura e Alberto, Maria e Carlo – hanno partecipato anche i vicini. Eraldo è arrivato con uno scatolone da cui sono spuntate decine e decine di mozzarelline che era andato a prendere a Sabaudi, un altro ha contribuito con un bottiglione di vino rosso, privo di solfiti, che produce lui. C’erano anche i due mansueti cani di Giuseppe, Greta e Brando, venuti per conto loro perché il proprietario era assente. Non è mancata la confinante di Aldo, una simpatica signora che alleva cavalli e dalla quale l’ultima volta mi sono fatta dare un po’ della loro cacca per concimare le piante del balcone. Solo che Laura, che mi dà passaggi sulla sua macchina, continua a sostenere che l’abitacolo ne conserva ancora la puzza, ma non è vero, lo fa per scoraggiarmi a riprendere altra cacca.
E’ stata una bellissima giornata, il tempo ci ha fatto la grazia di permetterci di pranzare all’aperto. Al ritorno, i cercatori di funghi che avevamo incontrato la mattina sparsi nel castagneto, se ne stavano andando anche loro con aria soddisfatta. Erano un po’ buffi, con quei loro cestini da Cappuccetto rosso, ma pare sia un accessorio d’obbligo.

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