Io danzerò

Arriva nei cinema italiani – dopo la presentazione a Une Certain Regard del Festival di Cannes e l’anteprima al recente Biografilm Festival di Bologna, “Io danzerò” della regista Stéphanie Di Giusto con una sorprendente Soko nel ruolo protagonista. Un biopic a passo di danza fra esistenza e arte, passione e ballo (rivoluzionario), espressione (corporale) e sentimenti (veri), sacrificio e successo

Lady Macbeth

Ispirato al romanzo breve di Nikolaj Leskov “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk”, che Šostakovič nel 1934 trasformò in una celebre opera, questa neo “Lady Macbeth” segna il sorprendente debutto nel lungometraggio di William Oldroyd, uno dei maggiori registi teatrali inglesi, che ha conquistato pubblico e critica. Un sobrio melodramma che unisce rigore e sensualità, suspense e riflessione morale

Il tragico novembre del 1301

Il tragico novembre del 1301
La vendetta dei guelfi neri fiorentini

Seconda parte
La Parte Guelfa si divide

Bonifacio VIII era succeduto sul Seggio di Roma a Celestino V, il Papa del “gran rifiuto”. Il nuovo Papa era stato impegnato in una guerra contro i Cardinali ribelli Pietro e Giacomo Colonna, iniziata nel 1297 dopo il furto del tesoro, accumulato da Bonifacio durante il cardinalato, mentre da Caserta veniva trasportato a Roma. In testa ai banditi c’era Stefano Colonna, fratello di Pietro e Giacomo. Il furto era stato solo il primo passo eclatante dei colonnesi contro Bonifacio che accusavano di aver assassinato Celestino e di occupare illegittimamente il trono di Pietro. L’offensiva dei Cardinali, in realtà, nasceva da rivalità territoriali e da ambizioni politiche.
Il Papa aveva chiamato a raccolta contro i colonnesi tutte le città a lui fedeli. Erano arrivati cavalieri, fanti e tanto oro, da tutti i comuni guelfi d’Italia, specialmente della Toscana. Firenze aveva contribuito con duecento cavalieri e seicento fanti. I Peruzzi, gli Spini, i Bardi, banchieri fiorentini che operavano per la Chiesa e che avevano rappresentanti presso la Corte romana, sborsarono forti somme per sostenere il Caetani. Il conflitto era finito nel giugno del 1299, con la sconfitta dei colonnesi. Il loro castello di Palestrina era stato raso al suolo e Pietro e Giacomo si erano presentati in vesti da penitenti e in ginocchio davanti a Bonifacio e gli avevano consegnato i sigilli cardinalizi spezzati. Nel 1300 Bonifacio aveva ormai le mani libere per occuparsi della Toscana, dove da qualche tempo aveva messo la mira, approfittando della vacanza del seggio imperiale.
Firenze era all’epoca non soltanto la città più ricca della regione ma una delle più potenti di Europa: impadronirsi di Firenze era, per le ambizioni di Bonifacio, di vitale importanza.
Il 1° maggio del 1300 a Firenze si festeggiavano le Calendimaggio, festa nata in Francia per salutare l’arrivo della primavera. Era tradizione innalzare per le strade le cosiddette corti, impalcature ricoperte di ricchi panni, dove le fanciulle sfarzosamente vestite e con le teste ornate da ghirlandette di fiori, cantavano e ballavano al suono di liuti, gighe e flauti. Le brigate organizzavano festosi cortei e banchetti dove il vino greco scorreva generoso. Una brigata dei Donati, tornando a cavallo da uno di quei banchetti, si era fermata a godersi lo spettacolo delle fanciulle che ballavano sotto una corte in un angolo di Piazza Santa Trinità. Non distante, anche una brigata dei Cerchi a cavallo aveva fatto altrettanto. Dopo un certo tempo i Cerchi si erano allontanati, seguiti dai Donati. Forse, nessuna delle due brigate covava intenzioni aggressive, forse era stato il solo fatto di ritrovarsi vicini e mezzo ubriachi, certo è che arrivati a Porta Rossa i due gruppi si erano scontrati con inaudita violenza. Era stata una vera e propria battaglia che aveva avuto fine quando a Ricoverino dei Cerchi era stato tagliato il naso. I Cerchi erano fuggiti portandosi via il ferito e i Donati si erano rifugiati in casa degli Spini. Per il ferimento, era stato condannato uno dei Pazzi che fu assolto tre anni dopo. Secondo quanto racconta Dino, in città si diceva che a tagliare il naso a Ricoverino fosse stato Piero Spini.
Il gravissimo episodio aveva indotto Bonifacio a inviare a Firenze il Cardinale Portuense Matteo d’Acquasparta in qualità di paciere. Il Cardinale era partito da Roma il 28 maggio ed era sicuramente a Firenze quando il 23 giugno, vigilia della festa di San Giovanni, durante il solenne corteo delle Arti che si recavano al Battistero a offrire un cero al santo, un gruppo di Grandi aveva assalito e malmenato i Priori dicendo “Noi siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino; e voi ci avete rimossi dagli ufici e onori della nostra città”
Era troppo, i magnati avevano oltrepassato ogni limite e la punizione non si fece attendere. I capi di entrambe le fazioni furono confinati. Uno dei Priori era Dante ed era stato costretto ad approvare la condanna all’esilio di Guido Cavalcanti che, nonostante tra loro fossero sorti degli screzi, era sempre il suo amico. Guido era andato a scontare la pena a Zarzana, dove aveva contratto la febbre che aveva causato la sua morte appena rientrato a Firenze, nel mese di agosto del 1300.
Con Guido, erano stati mandati a Zarzana Torrignano e Carbone dei Cerchi, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo Gherardini e i loro consorti, i quali avevano ubbidito senza opporre resistenza. Al contrario dei seguaci dei Donati che si erano rifiutati di partire a Castel della Pieve dove avrebbero dovuto scontare l’esilio. A quanto pare, attendevano rinforzi da Lucca per impugnare le armi e impossessarsi della città. I Priori avevano ordinato agli uomini dei villaggi, a loro fedeli, di chiudere i passi e impedire l’avanzata dei lucchesi; così era stato fatto e la sommossa scongiurata. A Sinibaldo Donati, Rosso e Rossellino della Tosa, Geri Spini, Giachinotto e Pazzino dei Pazzi, Porco Ranieri e i consorti, non era rimasta scelta ed erano andati al confino.
Corso Donati era stato esiliato a Massa Trabaria e, com’era scontato, non vi era rimasto e si era recato a Roma. La disubbidienza, secondo Dino, gli era costata la condanna “nell’avere e nella persona”.
A dar fede alla “Cronica” del Compagni, Corso insieme ai suoi alleati presso la Corte di Roma, tra cui Nero Cambi rappresentante degli Spini, banchieri della Curia e Jacopo Caetani appartenente al ramo pisano della famiglia del Papa, aveva fatto circolare voci che accusavano i Cerchi di intendersi con i Ghibellini e di mettere in pericolo la Parte Guelfa a Firenze. Papa Bonifacio, aveva dato ascolto a quelle voci e fra luglio – agosto del 1300 aveva convocato Vieri a Roma.
Giovanni Villani, invece, sostiene che a rivolgersi al Papa fosse stata la stessa Parte Guelfa, preoccupata per l’appoggio ghibellino ai Cerchi. Vieri, secondo questa versione, sarebbe stato chiamato a Roma prima degli scontri di Calendimaggio. In ogni caso, Vieri si era recato a Roma convocato da Bonifacio, era stato accolto con tutti gli onori e aveva avuto un’udienza privata con il Papa. Durante il colloquio, Vieri aveva rivendicato la sua appartenenza alla Parte Guelfa e si era difeso dalle accuse di intendersi con i ghibellini ma si era rifiutato di fare pace con i Donati, sostenendo di non essere in guerra con nessuno. Se si tiene conto di chi era l’interlocutore, possiamo essere d’accordo con Giovanni Villani che giudica poco saggio l’atteggiamento di Vieri che sdegnò Bonifacio e lo indusse a inclinare la bilancia dalla parte dei Neri.
A Firenze intanto, la missione di pace del Cardinale di Acquasparta non dava i frutti attesi perché, come racconta Giovanni Villani, il legato pontificio aveva chiesto alla Signoria di eleggere nuovi Priori tra i rappresentanti delle due fazioni. I Cerchi non avevano acconsentito e i suoi seguaci avevano iniziato a sospettare che, in realtà, la missione del Cardinale fosse quella di togliere ai Cerchi la supremazia nel governo del Comune. Qualcuno aveva lanciato un dardo contro una finestra del Vescovado, dove il Cardinale alloggiava, il quale si era trasferito nell’Oltrarno a casa di Tommaso dei Mozzi che, per essere ben fortificata, offriva più sicurezza. Come risarcimento per l’offesa ricevuta i Priori gli avevano offerto duemila fiorini d’oro, somma piuttosto cospicua, che lui non aveva accettato e a fine giugno aveva lasciato Firenze senza essere riuscito a portare a buon fine il suo incarico.
Tra aprile e giugno del 1301 i capi donateschi avevano organizzato una riunione nella chiesa di Santa Trinità alla quale avevano dato il carattere di un vero consiglio, nonostante che, in apparenza, fosse stata un’adunata privata. L’incontro era aperto a tutti i guelfi e vi aveva partecipato la maggioranza della Parte, compresi i Cerchi. Le intenzioni dei Donati appaiono contraddittorie, secondo la versione del Compagni: da un lato i loro capi avrebbero voluto cacciare i Cerchi, sdegnati per il ritorno in patria dei confinati della loro parte e dall’altro avevano sparso la voce che nel consiglio si sarebbe siglata la pace. La proposta di cacciare i Cerchi si era lungamente e aspramente discussa, finché messer Buondelmonti era riuscito a dimostrare i rischi di portare a termine un tale intento; a quel punto la proposta era stata lasciata cadere e la situazione era rimasta come prima.
Nel convocare il consiglio, le intenzioni dei Donati non erano quelle di arrivare a un accordo per garantire la pace, erano piuttosto il contrario; lo dimostra il fatto che, a loro richiesta, in città erano arrivati fanti dal contado. Per mediazione di Dino e di Lapo di Guazza Ulivieri, uomo dei Donati, i Priori avevano perdonato gli organizzatori del consiglio dietro l’impegno che non ci sarebbero stati altre iniziative del genere e avevano permesso che i fanti lasciassero la città indisturbati. La magnanimità dei Priori si spiega con il timore che punire i capi dei Donati per l’accaduto avrebbe potuto scatenare una rivolta difficile da controllare.
I Cerchi esigevano che fossero puniti perché avevano agito contro gli Ordinamenti di Giustizia. Per calmare gli animi e chiarire la vicenda, erano state condotte delle indagini e si era scoperto che il consiglio di Santa Trinità faceva parte di una congiura e che i Donati aspettavano uomini armati inviati dal Casentino dal conte di Battifolle della schiatta dei conti Guidi, i conti per antonomasia, con uno dei suoi figli al comando. A peggiorare la situazione dei Donateschi, erano state certe lettere di Simone dei Bardi, il marito della Beatrice dantesca che all’epoca soggiornava nel Casentino presso il conte, in cui chiedeva ai congiurati di ordinare si facesse gran quantità di pane per sfamare gli armati. Dopo la scoperta della cospirazione, alcuni seguaci dei Donati erano stati banditi e le loro proprietà demolite.
Ormai si era creato uno stato di guerra civile latente che allineava l’intera città in due campi nemici, pronti a tutto e che aveva finito per spaccare la Parte Guelfa in Guelfi Bianchi e Guelfi Neri. I Bianchi facevano capo ai Cerchi e i Neri ai Donati. La faida nata dall’inimicizia di due grandi casate aveva definitivamente valicato la sfera privata per diventare una pericolosa faccenda politica.
Bianchi e Neri erano due rami della potente famiglia guelfa dei Cancellieri di Pistoia, coinvolti in una lotta che da qualche tempo insanguinava la città toscana, nella quale avevano giocato un ruolo non secondario i Bianchi inviati dalla Signoria fiorentina con la carica di Podestà o Capitano del Popolo. Il tentativo dei Cerchi di avere Pistoia dalla loro parte è talmente evidente che persino Dino Compagni è costretto ad ammetterlo. L’operato di questi cavalieri – la carica di podestà potevano ricoprirla soltanto i cavalieri, chi non lo era veniva ordinato prima di partire – non è certo degno di lode, non solo per il palese appoggio ai Bianchi e per le efferatezze compiute ai danni dei Neri, che da parte loro primeggiavano sui Bianchi per violenza e crudeltà, ma anche per il profitto economico che traevano dal massacro e la distruzione della città. In passato anche Giano della Bella era andato Podestà a Pistoia.
Il Villani racconta come, cercando di fermare la violenza, esponenti più in vista delle due parti erano stati mandati in esilio a Firenze; i Neri alloggiarono dai Frescobaldi d’Oltrarno e i Bianchi presso i Cerchi che abitavano nella strada del Garbo. Da questi rami nemici della famiglia pistoiese, le fazioni in cui si era divisa la Parte Guelfa fiorentina avevano preso gli appellativi. In realtà Bianchi e Neri esistevano già a Firenze come nomi che distinguevano rami di una stessa casata, non per forza nemici tra loro.
I Cerchi si rifiutavano d’impadronirsi della città e diventare Signori di Firenze, non per mancanza di forza numerica ma per viltà, perché sapevano di non essere in grado di fronteggiare la reazione dei Neri. Non sempre chi ha i numeri per governare ha la capacità per farlo e i Cerchi erano mercanti, pacifici villani arricchiti, non esperti nell’uso della violenza e nell’esercizio del potere come i loro avversari. Chiusi in un’eterna indecisione, minacciavano senza nulla fare intanto i Neri si armavano e si preparavano all’assalto finale. Pensando d’intimorire i nemici, i Bianchi non smentivano le voci che correvano su una loro intesa con i Pisani, gli Aretini e i Ghibellini. L’intesa era inesistente ma i Neri fingevano di crederla vera e la utilizzavano contro i Bianchi all’interno della Parte Guelfa, accusandoli di intendersi con i Ghibellini.
Dino taccia di calunnie le accuse dei Neri e sicuramente lo erano ma solo fino a un certo punto, perché è da supporre che i Ghibellini non appoggiassero i Bianchi a titolo gratuito. Le accuse, false o no, venivano amplificate nella Corte di Roma dove soggiornavano Corso Donati e altri confinati Neri insiemi agli Spini, banchieri della Curia come già detto. In quel miscuglio di denaro e intrighi, Bonifacio aveva visto la possibilità di raggiungere il suo obiettivo di impossessarsi della Toscana e si era deciso a inviare in aiuto dei Neri fiorentini il Principe Carlo de Valois, fratello del Re di Francia.
In quei giorni il de Valois aveva già valicato le Alpi e attraversava l’Italia diretto verso sud; convocato dal Papa stesso, andava a combattere contro Federico III di Aragona, Re di Sicilia, giovane discendente di Federico II, in aperta opposizione a Bonifacio che riservava il meridione italiano alla casa d’Angiò. Oltre all’incarico di combattere Federico, Carlo era stato nominato paciere per ricomporre l’intricata vicenda che aveva spaccato la Parte Guelfa Fiorentina.
Il Principe aveva fatto una sosta a Bologna dove lo aveva raggiunto un’ambasceria dei Neri che, oltre a ribadire la loro fedeltà alla casa di Francia, lo avevano messo in guardia sui pericoli che lo attendevano a Firenze retta dai Ghibellini. Gli avevano indicato la via di Pistoia come la più sicura ma avrebbe dovuto astenersi dall’entrare in città perché i Pistoiesi, amici dei Bianchi, lo avrebbero fatto prigioniero. Partiti i Neri erano arrivati i Bianchi con le loro, ormai inutili, profferte di amicizia e di fedeltà.
A settembre Carlo de Valois era giunto ad Anagni dove lo attendeva Bonifacio. La volontà del Papa era di sottomettere la Toscana e aveva trovato nei Neri fiorentini alleati preziosi; il Principe francese era lo strumento di cui si sarebbe valso per sconfiggere i Bianchi. Se la parola del Pontefice non fosse stata sufficiente a convincere Carlo della necessità di liberare Firenze dal pericolo rappresentato dai Bianchi, oltre agli avvertimenti della delegazione dei Neri a Bologna e agli intrighi di Corso e gli altri fuoriusciti, c’era il parere di Musciatto Franzesi, uomo di cui lui si fidava pienamente perché era un consigliere di suo fratello Filippo il Bello, Re di Francia. Il Franzesi gli perorava la causa dei Neri perché corrotto da loro. L’uomo era un mercante ordinato cavaliere; Dino lo definisce “di grande malizia, piccolo della persona, ma di grande animo” e sembra abbia avuto un ruolo non secondario nell’intricata e tragica vicenda.

Gladis Alicia Pereyra

Continua

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