L’OCA

  logo_definitivoA metà degli anni cinquanta dell’ottocento, nei salotti eleganti di Milano, dove era solita riunirsi un’elite di intellettuali e artisti, nobili e borghesi, in maggioranza militanti o simpatizzanti della causa nazionale, gli austriaci non erano ammessi. Ufficiali e notabili del governo straniero, così ostentatamente snobbati dall’aristocrazia milanese, trovavano accoglienza nelle sale della contessa Samoyloff. Giovanni Visconti Venosta racconta come nelle serate della Samoyloff venisse addossato l’appellativo derisorio di oche, tracciando un parallelo satirico con le oche del Campidoglio, alle signore della città che incoraggiavano il sentimento nazionale nei loro salotti alla moda e con la loro influenza svegliavano nei giovani l’odio per la dominazione austriaca. Approdando nei circoli patriottici, la parola oca si trasformò da nomignolo canzonatorio in appellativo con cui onorare le dame impegnate nella lotta per la liberazione e l’unificazione d’Italia. Oca equivalse allora a donna colta, raffinata e patriota. Nessuna tra le signore dedite all’arte di ricevere meritò quell’appellativo più legittimamente della contessa Elena Chiara Maria Antonietta Carrara Spinelli in Maffei, Chiarina per gli intimi, più conosciuta come Clara Maffei o, semplicemente, la contessa.

  La scelta di dare all’associazione, di recente costituita, il nome di quell’antica signora nasce dal desiderio di riappropriarci, rivisitandoli, di valori e virtù di cui Clara Maffei e il suo salotto sono paradigma, per riproporli oggi nei limiti delle nostre modeste possibilità. Lungi da noi l’intenzione di oziosi passatismi. “Ogni tempo passato era migliore” è valido per i nostalgici del paradiso perduto. Noi, al contrario, sappiamo bene che insieme a tanti paradisi si sono persi altrettanti inferni e ce ne rallegriamo.

  E’ ormai noto che la natura, la storia, la vita umana, hanno tempi di accelerazione, di rallentamento e di stasi; sono cicli naturali a cui nessuno sfugge. Quello di Clara Maffei era un tempo di accelerazione storica che incitava al risveglio le migliori energie della società; il nostro somiglia sempre di più a un tempo di stasi. L’Italia sembra immersa in uno sfiduciato torpore. Le esuberanti forze creative che la hanno caratterizzata attraverso i secoli lasciando l’eredità di un immenso patrimonio culturale, si direbbero assopite. Chissà che, recuperando il profondo senso di appartenenza a una comunità nazionale che contraddistinse uomini e donne del Risorgimento, non sia possibile ritrovare la fiducia e risvegliare le forze in grado di dare rinnovato impulso al paese. Di fronte a una globalizzazione all’insegna dell’omologazione culturale planetaria, che tende a ignorare e soffocare, per ragioni di mercato, le particolarità dei singoli stati, la consapevolezza della propria identità nazionale è oggi più che mai indispensabile. Le sfide del presente vanno affrontate tenendo conto della salvaguardia di questa identità e sviluppando uno specifico modello culturale che rappresenti anziché uno strappo con il passato, la sua necessaria e armonica continuità. Senza conoscere ciò che siamo stati non potremo capire ciò che siamo né immaginare ciò che saremo. Si propone oggi come necessario un patriottismo soft, non di ottusa chiusura verso l’esterno, ma di riconoscimento, valorizzazione e tutela di quelle peculiarità -pensiero, storia, lingua, letteratura, arte e, non ultimo, il paesaggio- che hanno contribuito a formare la fisionomia della nazione. A partire da una simile identificazione sarà possibile aprirsi positivamente al dialogo e all’intercambio con altre culture. Soltanto la piena consapevolezza della nostra identità ci permette di riconoscere l’altro e di apprezzare i suoi valori senza accettare, per uno sbagliato concetto di tolleranza, quelli incompatibili con i nostri principi, evitando così di cadere in un’amorfa dispersione della propria diversità. Chiusura e dispersione sono, in questo travagliato momento storico, due pericoli che incombono sulle nostre coscienze più di quanto si possa immaginare: non ignorarli e non nasconderli ma tenerli ben presenti al fine di trovare il modo di scongiurarli è l’unica strada praticabile per addentrarsi senza incertezze nel mondo globalizzato, apportando un contributo effettivo.

  Un altro pericolo è la perdita, tra le molte cose positive che la società odierna sta dimenticando, di ciò che era alla base del salotto ottocentesco: l’arte del conversare. Bombardati da stimoli e allettamenti disparati, contraddittori, in gran parte banali e superflui, quando no deleteri, attraversiamo le nostre giornate in preda a una fretta molto spesso ingiustificata che ci costringe a scivolare sulla superficie delle cose negandoci ogni possibilità di approfondimento -i media, la televisione in primo luogo, con i loro madornali spropositi riguardo a fatti e personaggi della storia e dell’arte, sono l’esempio più lampante-; i rapporti interpersonali non sfuggono a questa perversa legge del nostro tempo. Sempre più impigliati nella rete del fare, la nostra vita somiglia a una bilancia con uno dei piatti stracolmo e pendente verso il basso mentre l’altro rimane lassù, vuoto e inutile. Così, senza accorgerci, slittiamo in uno stato d’insoddisfatta solitudine che ci porta infine, per compensare la mancanza di uno scambio serio con il prossimo, a erigere il nostro io a centro e paradigma universali e ogni possibilità di dialogo decade, non già per mancanza di tempo, ma perché abbiamo chiuso qualsiasi spiraglio verso l’esterno. In questa situazione lo scontro prende il posto dell’incontro, al dialogo fecondo si sostituisce il monologo sterile e aggressivo. Immersi in un vociare forsennato, perdiamo la capacità di ascoltare, di dare e di ricevere nel parlare, la capacità di trasformarci e crescere attraverso il confronto disteso con gli altri. Per ridonare alla vita l’equilibrio perso è indispensabile riscattare il quotidiano dalla morsa della fretta. Cominciare a ritagliarci oasi sempre più estesi di lentezza, che ci consentano di riappropriarci del tempo necessario alla lettura -che è anche una forma di dialogo-, del tempo per pensare, per scendere dentro di noi e tentare di capire chi siamo; del tempo per guardarci attorno e godere della bellezza che secoli di geniale creatività ci hanno regalato e imparare a valorizzarla e a riconoscerla come parte fondante di un’ identità che ci accomuna. Rallentando la corsa potremmo ritrovare tante cose che stiamo perdendo, necessarie alla qualità della vita, allo sviluppo umano e, tra queste, il piacere del dialogare ponderato, fruttifero. Quella del conversare è un arte antica, non possiamo permettere che vada persa, proviamo a reimpararla.

  Questo lo spirito con cui nasce l’Associazione Culturale “Clara Maffei”. Spirito a cui ci ripromettiamo di mantenerci fedeli nello svolgimento delle attività che intendiamo intraprendere.


Il consiglio direttivo

Gladis Alicia Pereyra
Presidente

Antonietta Magda Laini
Vice-presidente

José de Arcangelo
Tesoriere

Claudio Camarda
Segretario

Tatiana Mondin
Consigliere