L’isola misteriosa: un romanzo tra scienza e scientismo

di Lorenzo Stella

   Roberto de Mattei è uno degli esponenti più noti del mondo generalmente definito come “tradizionalismo cattolico”: animatore della Fondazione Lepanto, è stato tra l’altro per otto anni vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche e, nell’ambito di tale mandato, autore di dichiarazioni e promotore di iniziative che hanno suscitato numerose polemiche. In particolare, un convegno nel quale sono state ospitate posizioni anti-evoluzioniste e una trasmissione condotta a Radio Maria in cui si affermava che i terremoti siano da interpretare come punizioni divine.

  Ricordiamo tali episodi perché questi stessi temi tornano – oltre che nel recentissimo “Vecchio e nuovo modernismo. Radici della crisi della Chiesa”, Edizioni Fiducia, che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi nel 2018 – nel romanzo “L’isola misteriosa” (Solfanelli). La scelta narrativa di de Mattei non deve sorprendere, poiché il prolifico autore conta già in tale genere la “Trilogia romana” edita nel 2018, sempre da Solfanelli. Nella precedente opera, però, il mascheramento romanzesco dei temi della critica alla Chiesa conferiva al libro un’impronta saggistica interessante ma un po’ condizionante.

  In questo nuovo tentativo, invece, la vena narrativa cresce molto, la lettura diventa decisamente godibile, al di là di ogni posizione confessionale o ideologica, la credibilità del “professore” protagonista è notevole, come pure quella dei dialoghi e dei cambi di scena. Detto ciò, la tematica emerge chiarissima e si muove tra la consueta critica dell’autore al cattolicesimo modernista (e, indirettamente, a quello conciliare), la questione teleologica (cioè della Provvidenza, del fine dell’essere umano e di tutte le cose, male incluso), ma soprattutto il dibattito tra scienza e scientismo. Come se de Mattei, al quale non si può certo rimproverare di sottrarsi alle polemiche, volesse qui ripercorrere quelle che più hanno arroventato il suo mandato al Cnr.

  Ci troviamo nell’Italia unitaria, per la precisione in Sicilia, con i suoi problemi sociali, l’emergenza sanitaria della malaria e poi lo sconvolgimento del terremoto di Messina (“regna tale indifferentismo, tale acquiescenza col peccato che c’è bisogno di un castigo che scuota e risvegli la città […] Dio se esisti perché hai permesso tutto questo? […] Tutto ciò che accade ha un significato”). Il “professore” vive un forte dissidio interiore tra la scienza che, gli è chiaro, “non è il campo degli assoluti”, e “la fede semplice di sua moglie” della quale è rimasto vedovo e in cui trova a volte “più verità che nelle disquisizioni dei suoi colleghi togati […] nell’anima del professore convivevano due mondi divergenti. Il primo mondo era l’atmosfera culturale in cui si era formato il positivismo della nuova Italia che vedeva nella scienza lo strumento di un irreversibile progresso. Il secondo mondo era il clima profondamente cattolico che egli aveva conosciuto attraverso la famiglia di sua moglie, alla quale dopo la sua prematura scomparsa si era ancora più strettamente legato”. Un dissidio che si scioglierà solo nel finale, che non riveliamo per non “spoilerare” eccessivamente il libro.

  Ma il tema del relativismo scientifico investe anche altri personaggi, tra cui “il celebre Antonio Cardarelli […] il grande maestro della scuola medica napoletana” che al protagonista, il quale “aveva  vantato le scoperte sperimentali della chimica e della biologia, i progressi della chirurgia grazie all’antisepsi e all’anestesia” oppone: “Non bisogna confondere il dolore con la malattia di cui è solo un indice. Il dolore non è un nemico dell’uomo ma una sentinella che lo avverte del pericolo”. Il colloquio affronta e paventa il rischio “di ridurre la medicina a un metodo meccanico dimenticando la persona del paziente […] Di questo passo vedremo il laboratorio sostituirsi al medico e le analisi precedere invece che seguire la diagnosi clinica. Il medico si fiderà sempre di meno delle sue qualità percettive e il paziente, invece di collaborare con il medico, si limiterà ad attenderne la sentenza, che più che dal medico è decretata dalle macchine”.

  Il libro evoca poi molti altri protagonisti della storia medico-scientifica, sociale e religiosa dell’epoca: Claude Bernard, Francois Broussais, Angelo Celli, Pasteur, Laplace, Don Luigi Orione e Maria Montessori (stigmatizzata quale “protagonista dello sciagurato congresso femminista di Roma” che propugnava il “programma massonico” della scuola laica e del divorzio). E tocca altri temi come l’omeopatia, ricordando “che Madame Curie e il suo sposo e collaboratore Pierre premi Nobel per la fisica furono medici omeopati e convinti assertori” di una pratica che non ha, oggi, alcun riconoscimento scientifico. E “anche i Papi Gregorio XVI Leone XII Pio VIII Pio IX e Leone XIII furono curati omeopaticamente. Gregorio XVI incoraggiò il dottor Centamori, intimo amico di Hahnemann. a diffondere l’omeopatia negli Stati pontifici. Pio IX nominò il prof. Ettore Mengozzi, medico omeopatico, alla cattedra di Filosofia della Natura nell’Università di Roma”.