La treccia di Berenice

di Mamma Oca

Questo raccontino lo dedicai a Berenice, l’indimenticata cronista mondana di Paese Sera, conosciuta da tutti anche per la lunghissima treccia che le arrivava oltre la cintura.

  In una bella giornata di fine luglio, Guido e Jacopo camminavano per uno stradone di campagna che aveva ai lati campi di grano maturo. A un tratto Guido si fermò: “Quante spighe spezzate! Chi saranno stati quei vandali?”.

     Jacopo andò a guardare più da vicino, e disse al fratello: “Non sono spighe, si direbbe una treccia di capelli”.

     Incredulo, Guido si avvicinò e dovette ammettere che proprio d’una treccia di capelli si trattava, una treccia che aveva lo stesso colore del grano.

     “Dove andrà a finire?”, si chiesero entrambi, e si inoltrarono fra le spighe  –  ma badando bene a non calpestarle – per seguire il percorso della treccia, che si snodava senza che se ne vedesse la fine. 

      Attraversarono tutto il campo di grano e quello vicino di girasoli, e lì s’imbatterono in una bambina piccolissima.

      “Cosa fai tutta sola?”, chiese Jacopo alla bambina.

     “Niente. Non posso muovermi perché la mia treccia è troppo lunga e pesa troppo”.

     “Dove sono i tuoi genitori?”

     “Non lo so. Anzi, non so nemmeno se ho dei genitori”.

     “Come ti chiami?”.

     “Non so neanche questo”.

     Guido, che dei due fratelli era il più pratico, disse: “Adesso ti portiamo a casa. Se rimani qui, finirai per morire di fame”.

      “Cosa dirà la mamma? Ricordi le storie che ha fatto quando abbiamo portato a casa un gattino?”, obbiettò Jacopo.

      “Me questa è una bambina!”, protestò Guido prendendola in braccio, mentre Jacopo si incaricava di arrotolare la treccia e tenerla sollevata perché non si sporcasse: “Com’è pesante questa treccia! Non vedo l’ora di arrivare a casa”. 

     Quando furono a casa:  “Guarda, mamma, cos’abbiamo trovato in un campo di grano”, dissero i due fratelli deponendo la bambina e la sua treccia sul sofà. “Possiamo tenerla? Dev’essere una nana, non dovrebbe mangiare molto”.

      Dopo aver osservato a lungo la bambina, la mamma sentenziò: “Non è una nana. E’  piccola solo perché finora non è stata nutrita a sufficienza. State a vedere”. La mamma tirò fuori dalla credenza pane burro marmellata e latte. Quando la bambina ebbe finito di mangiare quello che la mamma le aveva messo davanti, sembrò a tutti che fosse cresciuta di qualche centimetro.

      “Dovremmo rintracciare i suoi genitori”, disse la mamma.

      “Sarà difficile”, rispose Jacopo.

      “Figurati”, aggiunse Guido “che non è tanto sicura di averli, e neanche conosce il suo nome”.

      Dopo lunghi momenti di silenzio, durante i quali  Guido e Jacopo si lanciarono occhiate preoccupate pensando al gattino, la mamma disse: “Va bene, la terremo con noi e la chiameremo Berenice”.

      “Perché Berenice?”, si sorprese Jacopo.

      “Non potremmo chiamarla con un nome più comune?”, gli fece eco Guido.

       “Ho sempre desiderato avere una figlia e chiamarla Berenice”, disse la mamma con un tono che non ammetteva repliche.

      Da quel momento la bambina fu per tutti Berenice e, grazie alle cure della mamma, acquistò in poco tempo la statura dei bambini della sua età, ma la lunga treccia continuava a esserle d’impaccio.

      “Dovremo tagliarla, altrimenti non potrà neanche uscire di casa”, disse la mamma, e mise mano alle forbici, ma per quanto si sforzasse non riuscì a recidere un solo capello di tutta la treccia:  trovò anzi una tale resistenza, che le lame delle forbici si spezzarono.

“Guido, Jacopo, correte dal giardiniere e fatevi prestare le cesoie che usa per potare le siepi”.

      I ragazzi corsero e tornarono con le cesoie del giardiniere, ma anche questa volta la treccia di Berenice si dimostrò più resistente del più grosso ramo di siepe.

      Esausta, la mamma commentò la sua inutile fatica: “Non ho mai visto capelli come questi. Si direbbero fili metallici. Come faremo a mandare a scuola Berenice?”.

      “Non ti preoccupare, mamma, ci penseremo noi a scortarla”, promisero Guido e Jacopo.

      Da quel giorno i vicini di casa assisterono allo spettacolo quotidiano di Berenice che usciva per prima, seguita da Jacopo che le sosteneva la treccia nel punto di mezzo, e  per ultimo veniva Guido che ne teneva sollevati i capi.

       “Sembra un corteo, con i valletti che sorreggono lo strascico della regina”, commentavano i vicini, solo che lo strascico era costituito dalla treccia, e Berenice non possedeva la superbia delle regine: giocava con tutti i bambini, e una volta che avevano perduto la corda per saltare, mise a loro disposizione la sua lunga treccia. Guido e Jacopo ebbero persino l’idea di aprire una scuola d’alpinismo a pagamento, facendo salire Berenice su un’altura, da dove lei lasciava penzolare la treccia per far arrampicare coloro che avevano versato la quota d’iscrizione. Tra questi c’era anche il figlio d’un orefice, goffo e maldestro, che finiva sempre per impigliarsi tra i capelli di Berenice. Una sera, rientrando dopo un’arrampicata disastrosa, il babbo gli chiese: “Cos’è che ti luccica sulla giacchetta?”.

      “Oh, debbono essere i capelli di Berenice”:

      Il babbo li tolse delicatamente dalla giacchetta e li esaminò a lungo, prima a occhio nudo, poi sotto una lente d’ingrandimento  e infine usando i reagenti che adoperava per distinguere i metalli preziosi: non c’era alcun dubbio,   quei capelli erano dell’oro più puro, ma tenne per sé la scoperta, limitandosi  a chiedere al figlio tutto quello che sapeva sul conto di Berenice.

       Quella notte l’orefice non dormì, rimuginando su come poter entrare in possesso di Berenice. Faceva già giorno quando arrivò alla conclusione che l’unica soluzione era quella di rapirla. La notte seguente, all’orefice fu facile entrare nella casa dove la mamma, Guido, Jacopo e Berenice dormivano profondamente, perché la porta rimaneva sempre aperta dal momento che, come diceva la mamma, da loro non c’era niente da rubare e poi in paese, fino a quel momento, di ladri  non se ne  erano mai visti. L’orefice prese delicatamente in braccio la bambina, ma non aveva fatto i conti con la treccia, che lo fece inciampare e ruzzolare rumorosamente  per le scale.

       Si svegliarono tutti, e corsero a vedere cos’aveva provocato quel trambusto. Grande fu lo stupore della mamma e dei due fratelli nel vedere l’orefice ai piedi delle scale con Berenice  ancora in braccio. Confusissimo, l’orefice fu costretto a rivelare la sua scoperta: “Avete in casa una grande ricchezza”, concluse tra i singhiozzi. Poi, ricordandosi d’essere un uomo d’affari, propose alla mamma: “Sono disposto ad acquistare la capigliatura di Berenice, se mi fate uno sconto”.

      La mamma era indignata: “Mai e poi mai permetterò che Berenice diventi calva per ricavarne un guadagno”, ma la bambina l’interruppe: “Non ti preoccupare, mamma. quando mi strappo un capello non sento alcun male, e poi mi sono accorta che ricrescono dall’oggi al domani. Sono felice di questa scoperta, che mi permetterà di fare del bene a tutti”.

       Da quel momento Berenice non fece che strapparsi capelli, inviandoli a tutti coloro che ne facevano richiesta. Grazie ai suoi capelli d’oro si poterono costruire nuove scuole, ospedali e impianti di pubblica utilità. Purtroppo  si rese anche  necessario dotarla d’una scorta permanente,  perché il pericolo rapimento era sempre in agguato. 

       Tra i tanti che facevano anticamera per essere ricevuti – povera gente, giornalisti, curiosi, scienziati – un giorno si presentò anche un giovane uomo politico che fece a Berenice una singolare proposta. Lei accettò, ponendo però una condizione irrevocabile.

      “Se mi farete Presidente”, andava dicendo il giovane politico nei suoi comizi, “non dovrete più pagare le tasse”. Gli elettori si fidarono di lui e lo votarono al 99 per cento. La promessa fu puntualmente mantenuta con la nomina di Berenice Ministro del Tesoro. Strappandosi i capelli, Berenice provvedeva a mantenere sempre in attivo il bilancio statale e a rimpinguare la riserva aurea. Soltanto una spesa rifiutò di sostenere, quella degli armamenti: era la condizione irrevocabile che aveva posto  quando si era impegnata a sostenere la campagna elettorale del futuro Presidente.