Il piacere di esistere e di riscoprirsi esseri umani

di Vittoria Baracaglia

 Andrea Pezzi, dopo essersi laureato in psicologia a indirizzo filosofico all’università di San Pietroburgo, è diventato un volto noto della televisione italiana. Ha lavorato come autore e come conduttore per MTV e ha collaborato con la Rai e con Mediaset diventando un simbolo per un’intera generazione di creativi. Tuttavia, ha deciso di cambiare vita ed è diventato un imprenditore di successo il cui obiettivo è “rimettere l’essere umano al centro del dibattito culturale, perché, se non lo facciamo, l’uomo verrà superato dall’intelligenza artificiale”. La sua holding Gagoo e le sue piattaforme, tra le quali ricordiamo soprattutto TheOutplay e Myntelligence, sono nate proprio per aiutare le imprese e gli editori a digitalizzarsi, a riappropriarsi dei loro dati e a conoscere se stessi e i propri clienti per non soccombere ai grandi giganti del digitale. Pezzi ha anche scritto quattro libri, l’ultimo dei quali, “Io Sono”, è uscito presso La nave di Teseo. Il libro propone un percorso per capire come porsi al centro del dibattito culturale del nostro tempo ed evitare di farsi esautorare dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale.

Il libro inizia proprio paventando che l’uomo sia presto superato dagli algoritmi. Come difendere l’intelligenza dell’uomo rispetto a quella artificiale?

  Non penso affatto che sia necessario difendere l’intelligenza umana. La storia cammina da sempre su due direttive: la capacità dell’uomo di fare se stesso strumentalizzando il suo dialogo con il mondo (il lavoro, l’amore, i problemi… “l’altro” in senso filosofico) e la capacità dell’uomo di fare sistema, di costruire società. Quanto più l’uomo produce progresso tecnologico ed evolve il sistema, tanto più, di generazione in generazione, evolve e sofistica la propria intelligenza. Oggi la tecnologia e la robotica governano il mondo ma l’intelletto umano ha già gli anticorpi e il mio libro parla proprio di questo: quale forma mentis e quale idea di uomo è necessario avere oggi per non essere darwinianamente superati dai robot.

Cosa rende difficile alle imprese la digitalizzazione nel rapporto con i clienti? È un problema che in tempi di covid-19 h assunto una particolare attualità…

  Prendiamo gli italiani: in noi la propensione umanista è molto forte. Non siamo tesi a fare sistema in senso sociale. La nostra cultura è piuttosto tesa a fare di tutto un mezzo per l’individuale evoluzione, per l’individuale piacere e soddisfazione. Questo rende il nostro Paese così eccezionale e per questo, fino a quando le scoperte della scienza erano un avanzamento nella comprensione della Natura, l’Italia e l’Europa hanno giocato un ruolo di leader. Oggi la tecnologia è il regno di quei popoli che hanno evoluto piuttosto la capacità di fare sistema: Cina e America sopra tutti. Proprio la Cina ci aiuta a capire meglio questo concetto perché esistono due grandi pensatori nella storia cinese: Lao Tse e Confucio. Il primo ha definito l’uomo in senso interiore mentre il secondo l’uomo in senso sociale. Nella dialettica culturale tra i due ha vinto Confucio e la Cina oggi è un sistema fatto da individui che vivono per il sistema, non viceversa. L’Italia non ha mai perso il senso buono del Rinascimento e siamo figli di quella straordinaria e profonda cultura umanista che vuole l’uomo al centro del creato. Per questo fatichiamo a digitalizzarci… noi siamo e spero saremo sempre refrattari all’efficienza sistemica. So che può sembrare strano dirlo, ma la nostra grandezza sta nella capacità di rappresentare nel mondo la via umana alla digitalizzazione: la tecnologia non deve servire a rendere esponenziale il sistema capitalistico e consumistico degli ultimi decenni, ma a rendere migliore e più sostenibile la vita degli umani in un rapporto sempre più prossimo alla natura. Per questo non penso che il futuro sia nelle grandi città. L’Italia deve insegnare al mondo che si può vivere nei borghi e nella natura perché con il digitale le megalopoli non servono più. In questo penso che persino la Covid ci abbia aiutato…

Nel suo libro parla di“perdita del proprio io” dell’uomo moderno e di crisi dei rapporti sociali. Cosa intende? Pensa che quarantena e limitazioni dovute alla pandemia abbiano aiutato o peggiorato la situazione?

  La dinamica che porta alla perdita di identità da parte dell’uomo è costante da sempre e non sono le pandemie a peggiorarla. Il problema è che ancora non esiste una cultura diffusa su cosa sia un essere umano, come funzioni la struttura della personalità. La psicologia e la psicoterapia hanno fallito e la scienza moderna ha lasciato in sospeso le grandi intuizioni che avrebbero potuto portare a colmare lo spazio tra Fisica e Metafisica. D’altro canto la pandemia e la quarantena che abbiamo vissuto, come dicevo, forse ci stanno aiutando a capire qualcosa in più di noi stessi. Non ci aspettano tempi di pace, a mio avviso, ma la crisi economica e sociale in arrivo ha radici profonde: ci siamo illusi di poter avere una crescita infinita vivendo su un pianeta le cui risorse energetiche sono finite. Per quanto ci si sforzi di fare sistema e cablare il mondo in nome dell’efficienza, il punto di equilibrio che dobbiamo ricercare è uno e uno soltanto: quello tra l’essere umano e la Natura. Questo concetto non vale solo in senso naturistico ma anche in una ottica psicologica e significa mandare la nostra coscienza a scuola dal Principio di Natura su cui ognuno di noi è basato, ciò che nel libro chiamo Io Sono Individuale. Non si tratta di una novità o di una mia scoperta ovviamente, da sempre la grande cultura umanista ne parla: Eraclito lo chiamava logos, Socrate atman, nella cultura cristiana è l’anima, nella fisica è quell’informazione che fa il collasso della funzione d’onda, etc.

La sua posizione può essere definita tecnofoba, passatista?

  Affatto. Per me tutto ha senso solo se aiuta l’uomo a capire se stesso. Oggi amo e lavoro nel mondo della tecnologia perché rappresenta la frontiera più avanzata di quel gioco di cui parlavo e in cui si vince solo se si riesce a mettere in equilibrio l’evoluzione del sistema e l’evoluzione interiore. Parlare di tecnologia è necessario, capirla è necessario. Tuttavia, ancora più importante è saperla manipolare a funzione dell’uomo. E’ una sfida nuova ma infinitamente uguale in ogni tempo, dall’invenzione della ruota fino ad oggi.

Pensa comunque che algoritmi e tecnologia contribuiscano al problema del c.d. analfabetismo funzionale, che porta soprattutto i giovanissimi a non comprendere concetti e testi anche minimamente articolati?

  Torno all’idea di efficienza. L’essere umano sviluppa la sua intelligenza grazie ai problemi che di giorno in giorno riesce a risolvere. Se la tecnologia, in nome della funzionalità del sistema, risolve e facilita la vita a tutti, inevitabilmente di fatto gliela complica. E’ il motivo per cui i figli dei ricchi appaiono tendenzialmente più stupidi. Siamo figli di una cultura facile e ricca di opportunità e quindi tendiamo a perdere la presa vitale con la nostra evoluzione individuale, ma ancora una volta questo discorso è una generalizzazione che non vale per tutti e la vita fa la Storia nelle eccezioni non nella norma. Abbiamo sbagliato ad illuderci che la schiavitù fosse finita, sono solo cambiati i modi della schiavitù ma, oggi come nel passato, i liberi sono quelli che capiscono e conoscono se stessi. Questa dinamica, nonostante le conquiste sociali degli ultimi decenni, non è modificabile in essenza. Basta pensare alla vicenda di George Floyd: il razzismo non si potrà mai sconfiggere davvero perché è legato ad un equivoco esistenziale. Mentre un individuo si può evolvere all’infinito, l’evoluzione di qualunque comunità non lo è perché prima o poi ogni comunità entra in conflitto con il percorso evolutivo di altre comunità e, tutte assieme, prima o poi dovranno fare i conti con la natura finita del Pianeta stesso. In queste fasi di conflitto e frustrazione l’individuo, non educato a capire che il gioco esistenziale serve solo a stimolare una crescita interiore, sarà portato a cercare fuori da sé, in qualcosa di diverso o ritenuto tale (ebrei, neri, immigrati, alieni… etc), la responsabilità di una contraddizione culturale che in forme diverse torna sempre inevitabilmente ad affiorare. Umanista, a mio avviso, è quell’individuo che ha compreso questa dinamica e gioca al mondo fuori con il solo scopo di fare se stesso perché sa che da questa sua evoluzione personale deriva sempre qualcosa di buono anche per gli altri… che in fondo, a ben guardare, non esistono davvero. Ecco perché ho intitolato il mio libro: Io Sono, gli altri per incontrare per stesso. Il razzismo si supera su un piano di matura interiorità personale e non attraverso i dettami etici della cultura sociale.

Il suo discorso si lega anche alla crisi dei sistemi politici liberali, altro tema di estrema attualità…

  L’avvento della tecnologia digitale segna un passaggio epocale nella storia del pensiero liberale perché le manipolazioni operate dagli algoritmi possono generare mutazioni antropologiche non banali. L’uomo prende da sempre le sue decisioni usando gli strumenti culturali del proprio tempo: la magia, la superstizione, le religioni, la scienza, la filosofia e altro ancora sono da sempre strumenti esterni che accompagnano le scelte degli umani. Mai come oggi però, con la potenza di calcolo offerta dalla tecnologia, è ragionevole affidarsi completamente ad essa. Con la Covid abbiamo già iniziato a pensare che si può perdere la propria libertà per ottenere protezione e salute sociale. Tutto questo sta portando ad una riduzione del nostro libero arbitrio che è la base su cui è fondato tutto il pensiero liberale che, non a caso, oggi è in grande crisi in quanto ha perso la capacità di farci immaginare il futuro. In questo scenario penso si debba ridisegnare la base del pensiero liberale su una logica nuova e più profonda, penso ad un liberalismo umanista che sappia rimettere in equilibrio il modo umano e quello robotico…

Nel libro sostiene che “ogni persona possiede dei talenti da mettere a servizio degli altri”. quali sono i suoi?

  Ci sono due tipi di talenti: quelli che ci servono per servire gli altri e quelli ancora più importanti che ne sono la radice, ovvero i doni di natura. Penso che a me sia stata data una certa sensibilità nel comunicare agli altri ma il vero dono di natura che ho scoperto di avere nel corso della mia maturazione è una particolare capacità di astrazione e trascendenza senza la quale non avrei mai potuto raggiungere il mio attuale livello di coscienza.

Parlando di lei, come definirebbe la sua esperienza in televisione? A parte la “trappola egoica” di cui parla nel libro, quali altri fattori l’hanno spinta a lasciare quel mondo tanto ambito?

  La mia esperienza in televisione è stata molto formativa. Mi ha concesso di capire che il consenso degli altri, quando raggiunto, va trasceso per capire che senso ha il dono di saper parlare agli altri. Dopo la televisione ho scelto di ricominciare tutto da capo. L’ho fatto anche scegliendo di viaggiare, facendo l’imprenditore nel mondo digitale e studiando approfonditamente il pensiero degli uomini migliori della storia. Avevo voglia di capire me stesso… ecco tutto.

E cosa occorre in generale per trovare il coraggio di “cambiare vita”?

  Non serve coraggio. Serve intelligenza. Ogni persona intelligente sente una disperazione dentro di sé, un richiamo profondo verso qualcosa che riempia di significato la propria esistenza e non solo. E’ la disperazione esistenziale dell’anima che vuole il rientro nel mondo della Vita il vero motore di ogni evoluzione interiore. So che può sembrare solo un gioco di parole ma non bisogna “cambiare vita”, bisogna cambiare se stessi e portare la propria coscienza a scuola dal nostro stesso Principio di Natura interiore.

Si parla molto dei cervelli in fuga, lei invece si è laureato all’estero e poi è tornatoin Italia? Ha mai pensato di ritornare in Russia o di lasciare nuovamente il nostro paese?

  Non sono un cervello in fuga. Ho sempre lavorato in Italia. Lo studio a San Pietroburgo è stata una bellissima parentesi che mi ha consentito di leggere il mondo con una sensibilità diversa da quella nella quale sono nato e cresciuto. Penso che la Russia sia un paese popolato da una bellissima umanità, in particolare San Pietroburgo ha una profonda attrazione verso noi europei e se Dostoevskij la riteneva la finestra tra oriente e occidente, posso confermare che le anime di chi la abitano hanno qualcosa di davvero speciale e unico. Tuttavia, non tornerei ad abitarla. Sono italiano e non penso si possa avere fortuna più grande di questa…

Come vede il suo futuro personale?

Non penso al futuro e non penso al passato. In fondo nella mia vita ho sempre perseguito una cosa soltanto: la pace e il piacere di esistere. Continuerò a farlo.