Vocazione precoce 2 (Ezio)

  “Ecco un bell’ossobuco per il signorino Ezio”, disse Maddalena la cuoca scoperchiando trionfalmente un piatto di portata che emanava un odorino delizioso.
“Ancora!”, sbottò il babbo.
“Non mangia altro”, disse timidamente la mamma.
“Non è cibo per bambini”, replicò scontento il babbo.
“In questa casa soltanto il signorino Ezio apprezza la mia cucina”, disse risentita la cuoca Maddalena: “Eppure i signori mi hanno vista in tv vincere la sfida di chi cucinava meglio un ossobuco, e c’erano cuochi arrivati anche dall’estero… Anzi, approfitto dell’occasione per informare che dovrò presto lasciarvi perché sono in procinto di aprire un ristorante che avrà come insegna: All’Ossobuco di Maddalena”. La mamma fece un lungo sospiro, il babbo soffocò una risatina nel tovagliolo.
Il pranzo continuò in silenzio, interrotto dai risucchi di Ezio, che spolpò l’ossobuco sino a renderlo bianco come fosse stato lavato con la candeggina, ma invece di lasciarlo nel piatto lo prese delicatamente con due dita e con quello si diresse verso la sua cameretta al termine del pranzo.
“Ma… dov’è che lo sta portando”, chiese il babbo sbigottito.
“Forse è per il cane dei vicini”, rispose incerta la mamma.
“Nessuno dei nostri vicini ha un cane”, disse il babbo: “Piuttosto, dal momento che tra poco è il compleanno di Ezio, voglio che sia lui a scegliere il regalo”.
Interpellato, Ezio espresse il desiderio di entrare in possesso di un’ampia libreria a vetri da collocare nella sua cameretta.
Il babbo era contento: “Ezio si sta rivelando un ometto giudizioso”, disse alla mamma, aggiungendo: “E perché la libreria non rimanga vuota a lungo, gli regalerò molti libri”.
Arrivò la libreria insieme ai libri, ma quando il babbo e la mamma si affacciarono alla cameretta di Ezio i libri erano tutti ammucchiati per terra mentre sui ripiani della libreria facevano bella mostra di sé gli ossibuchi che Ezio aveva spolpato a pranzo, con tanto di numerazione e data.
La mamma svenne, il babbo col volto paonazzo dall’ira non faceva che sbraitare: “In collegio, in collegio”.
Il giorno dopo Ezio fu spedito in collegio, ma la sua permanenza durò soltanto un mese, durante il quale si rifiutò di toccare cibo. Il preside lo rimandò a casa non volendosi assumere responsabilità circa la sua salute.
Quando il babbo lo vide, ridotto pelle e ossa e senza più la forza di muovere un passo, si rese conto che non poteva più negare a Ezio l’unico piatto da lui preferito: l’ossobuco. Purtroppo non poté fare a meno di condurlo nel ristorante di Maddalena perché alla nuova cuoca, come requisito, era stato espressamente richiesto di non saper cucinare l’ossobuco. Maddalena fece loro grandi feste e anche il babbo e la mamma furono costretti a mangiare un ossobuco perché il ristorante non offriva altro. Ezio ne divorò quattro porzioni. Al termine del pranzo Maddalena si rifiutò di presentare il conto mentre, al suo cenno, arrivarono due camerieri con un enorme scatolone infiocchettato recante la scritta Per il signorino Ezio.
Quando a casa lo scatolone fu aperto, all’interno c’erano soltanto le ossa spolpate – e sbiancate con la candeggina – che i clienti del ristorante avevano lasciato nel piatto. Il babbo voleva subito disfarsene, ma Ezio era tanto desideroso di arricchire la sua collezione che promise solennemente di assoggettarsi a un regime dietetico privo di ossibuchi se gli lasciavano le ossa.
La promessa fu mantenuta, e in famiglia ritornò finalmente la pace e l’armonia, ma un brutto giorno il giardino fu completamente invaso da cani di tutte le taglie e razze. Ci provò la nuova cuoca a mandarli via con la scopa, ma rientrò a precipizio con un pezzo di grembiale in meno.
Il babbo si accorse che tutti i cani puntavano severamente gli sguardi verso la finestra della cameretta di Ezio, ma quando vi si recò non c’era niente fuori posto, però non poté fare a meno di notare che gli occhi del bambino erano rivolti con inquietudine verso il letto, la cui coperta arrivava sino a terra. Il babbo la sollevò e ne uscirono montagne di ossa: erano quelle che Ezio aveva sottratto ai cani, dopo averle disseppellite. Una dopo l’altra le ossa furono gettate dalla finestra e ciascun proprietario riconobbe la propria e l’afferrò con i denti, andandosene non senza un’ultima occhiata risentita alla finestra di Ezio.
“Che cosa ne faremo di questo bambino?”, andava ripetendo in lacrime la mamma.
“Un ortopedico, cara: un ortopedico”, le rispose il babbo.