Il disamore ai tempi del Coronavirus

di Lorenzo Stella

  In questi straordinari, unici, inediti tempi di libertà e di oppressione – la libertà di non lavorare, stare a casa, impiegare molto tempo come vogliamo e l’oppressione di non poterci muovere, spostare, toccarci – il combinato disposto di questi due opposti apparenti è la prevalenza epidemica di un elemento che già rappresentava il senso delle nostre vite prima che fossero sconvolte dalle leggi speciali anti-coronavirus: la noia o, meglio, il vuoto. Un vuoto che riempivamo ansiosamente, angosciosamente, di qualunque cosa avessimo a disposizione e ci saltasse per la testa: lavoro, palestre, corse, sport, cene con gli amici, happy our, aperitivi, discoteche, balere, prodotti audiovisivi fruiti sulle piattaforme più varie. Persino politica. Ma soprattutto chat – chiacchiere, in italiano –a loro volta fatte di vuoto e di noia, una sorta di cura omeopatica.
Essendo questa l’unica dipendenza disponibile rimasta, l’abuso è esploso in modo esponenziale, al punto che i guru delle reti paventano un crash globale che, se si verificasse, potrebbe provocare fenomeni psicotici di massa ben superiori a quelli cui abbiamo assistito nelle ultime settimane. Sta di fatto che per ora, su queste chat (che per estensione includono anche social network, siti, programmi televisivi, radiofonici…) compare di tutto, cioè il nulla. Incluso qualche contenuto di pretesa letteraria, talvolta riuscita, che rievoca pagine storiche della narrativa sulle epidemie: Camus e Manzoni sulla peste, Saramago, Belli, etc.
In questo autorevole consesso non può ovviamente mancare “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez, autore che al tema virale ha peraltro dedicato anche altre pagine. La domanda che viene da porsi è però se la situazione attuale somigli davvero a quella magistralmente descritta dallo scrittore di Macondo, e che potremmo sintetizzare così: l’amore vero resiste in eterno, o quanto meno a distanza di tempo e di spazio lunghissime, pari a quelle di una vita; ed è la sorte – colera, ma anche decessi di altra origine – a decretarne il destino, oltre che la volontà degli uomini e delle donne, che nel caso dei due protagonisti del romanzo è granitica. Questo significa anche che l’amore esiste e resiste a qualunque età anagrafica.
Guardando ai tempi di oggi, sembra davvero condivisibile solo l’ultima considerazione. Per quanto concerne la prima, il vuoto pneumatico dei nostri tempi e delle nostre anime porta a temere che accada esattamente il contrario. Che i rapporti con le persone coabitanti, non necessariamente a noi legate da affetto pregresso, rischino la deriva nevrotica o psicotica che è tipica delle reclusioni forzate e prolungate, sia individuali sia collettive. E che gli amori forzatamente separati –padri e figli, fratelli e sorelle, mariti e mogli, zii e nipoti, amanti di qualunque sesso e genere – rischino un appannamento, una disaffezione, uno spegnimento progressivo. La labilità dei nostri sentimenti è tale, come dimostrano l’aumento delle separazioni e la diminuzione della prolificità, entrambi a livelli record, che questo sconvolgimento epocale potrebbe, come uno tsunami, spazzar via quello che abbiamo relazionalmente costruito nel corso di anni o di intere vite.
Ultima annotazione: l’amore, ricordiamocelo, non è solo un sentimento. È anche una convenzione sociale, culturale, letteraria, che ha avuto due momenti topici col Dolce stil novo e nell’Ottocento. Ma per secoli ci sono state generazioni e classi sociali, soprattutto quelle inferiori, abituate a convivere decenni assieme a persone verso le quali non provavano alcun sentimento di attrazione e comunione o che addirittura avversavano. Quando andava bene insorgeva l’abitudine, altrimenti c’era la sopportazione (corroborata dalla religione) o, in qualche caso, la ribellione. È curioso che quest’ultima, soprattutto ma non solo nella forma del femminicidio, sia tanto diffusa oggigiorno, contestualmente alla nostra incapacità di condurre una vita sentimentale coerente e coraggiosa.