Fagotto in love

di Mamma Oca

  Il mio ingresso nella vita è stato un disastro. Già non poco penalizzato dall’anagrafe, quando finalmente arrivò per me la grande occasione di fare il mio ingresso nientemeno che alla Fenice di Venezia, ecco che una commessa da poco assunta e alla quale era stato affidato l’incarico della mia spedizione, non esitò ad avvolgermi malamente in un cumulo di stracci fermato alla buona con molti giri di spago. Così infagottato mi affidò alle Poste, convinta d’aver fatto onore al mio nome.
Il fabbricante di strumenti musicali, presso il quale vivacchiavo morendo di noia, ricevette una telefonata infuriatissima dalla direzione del teatro, ma intanto si era provveduto alla mia sostituzione, avendo tardato l’arrivo per colpa del malconcio rivestimento in cui ero stato calato.
Il mio maggior guaio dipende, come ho già detto, dall’anagrafe, e anche un poco dal paese, l’Italia, dove sono nato. Avessi visto la luce a Parigi, Londra, Berlino, sarei conosciuto col dignitoso nome di Bassoon. Qui, invece – come avrete già indovinato – sono per tutti un Fagotto, e benché anche il divino Mozart si sia occupato di me, i giovani che intendono dedicarsi alla musica preferiscono rivolgersi a strumenti più gratificanti, anche per non venir interpellati dalla gente, e persino dai colleghi, come fagottari. In realtà, il termine giusto sarebbe fagottista, anche se non ci guadagna molto di più in fatto di eleganza. Come avrete indovinato, sono un Fagotto.
Per fortuna, poco tempo dopo l’incidente con la commessa (subito licenziata e ora felice cassiera di un mercatone ortofrutticolo), finii nelle mani di un professore di mezz’età, incredibilmente zelante. Dopo aver suonato la sera con l’orchestra, si alzava di buonora per eseguire gli esercizi dalla prima all’ultima pagina, poi correva alle prove e, di nuovo a casa, rifaceva gli esercizi. A teatro si recava due ore prima dello spettacolo per ripassare la parte.
Un giorno che un vicino, esasperato dai suoi esercizi, lo chiamò fagottaro, il bravuomo lo prese a coltellate e finì in prigione, dove ottenne il permesso di portarmi con sé. Purtroppo, come si sa, il mio repertorio è ridottissimo e il mio suono – sono costretto a ammettere – piuttosto nasale, con la conseguenza che si verificò un ammutinamento generale, e il direttore fu costretto a confiscarmi.
L’episodio fu riportato dai giornali e destò molto interesse, tanto che un signore si presentò a casa dell’iroso fagottista proponendo alla moglie l’acquisto dello strumento della discordia, e costei fu ben felice di sbarazzarsene. Come venni a sapere, quel signore aveva una figlia, Carlotta, che intendeva darsi allo studio del pianoforte per diventare una grande concertista. Invano le fu prospettato un futuro di sacrifici e miseria, la ragazza proclamò lo sciopero della fame. Al quinto giorno di digiuno il padre, non intenzionato a recedere, le offrì un compromesso: “Carlotta, se proprio non puoi rinunciare alla musica, invece del pianoforte ti propongo il Fagotto. E’ uno strumento che attira pochi, così ci sono sempre posti disponibili nelle orchestre. Se accetti di diventare fagottista anziché pianista, avrai sempre uno stipendio assicurato”.
Per amore della musica, Carlotta si assunse l’impegno di dedicarsi con profitto allo studio del Fagotto. E posso assicurare che diventò molto brava, anche perché aveva come maestro il mio vecchio proprietario, che aveva ottenuto gli arresti domiciliari dietro assicurazione di insonorizzare le pareti di casa.
Le previsioni del babbo si avverarono quando ancora Carlotta non aveva ottenuto il diploma del conservatorio, e già cominciarono a fioccare le offerte da parte di orchestre sinfoniche e teatri d’opera. Carlotta scelse La Fenice di Venezia perché trovava la lirica più divertente. Io ne fui molto contento perché finalmente raggiungevo il teatro cui ero stato destinato sin all’inizio.
Nella storia della musica, prima di Carlotta non si era mai vista una donna fagottista. Se ne accorsero i giornali, che la sottoposero a una serie di interviste, ma tutti volevano soltanto sapere come mai una ragazza così carina (posso confermare che lo ero per davvero), avesse scelto uno strumento dal suono e dal nome così poco romantici. Ogni volta, Carlotta s’arrabbiava e cacciava i giornalisti.
Andò meglio con l’orchestra, dove fu accolta con lo champagne. Quanto a me, mi accorsi col trascorrere della stagione operistica che non ero quello strumento trascurato che credevo d’essere: nelle partiture c’erano molti assolo che mi mettevano in primo piano, grazie anche alla bravura di Carlotta, che infatti al termine dell’esecuzione il direttore faceva alzare in piedi perché gli applausi fossero tutti per lei.
Quel ch’era seccante – per me e anche per Carlotta – era il comportamento del babbo, che non mancava mai a una sola recita, informando i vicini di poltrona del ruolo in orchestra della figlia, e con una generosa offerta alle traballanti finanze del teatro riuscì a far inserire nel cartellone la sconosciutissima Alzira di Verdi perché conteneva un bell’assolo di fagotto.
Avrei voluto coltivare qualche amicizia con i colleghi, ma ben presto mi accorsi che quasi tutti se ne stavano per conto loro, per non parlare della superbia dei violini, che se gli rivolgevi la parola neanche ti rispondevano. Solo la viola d’amore – sarà stato per il suo nome – era gentile con tutti, ma purtroppo, a causa della disposizione nell’orchestra degli strumenti, mi trovavo molto lontano da lei. Un bel giorno però, non so con quale scusa, il violista – bellissimo ragazzo – raggiunse Carlotta durante un intervallo e appoggiò il suo strumento accanto a me. Da quel momento, il violista non perse occasione per avvicinare Carlotta negli intervalli e parlare fitto fitto con lei. Naturalmente anch’io, dopo le presentazioni, chiacchieravo con la viola d’amore. Per la verità, parlava quasi sempre lei, dal momento che ero così emozionato che non mi usciva di bocca una sola nota. La poverina non finiva di lamentarsi dell’intraprendenza dei colleghi: “ La colpa dev’essere del mio nome: tutti a farmi dichiarazioni e proposte, sicuri di essere bene accolti. Una vera persecuzione”.
Dopo che ebbi balbettato qualche frase di solidarietà e conforto, la viola d’amore riprese: “Sono molto contenta di aver fatto la tua conoscenza: tu non mi importuni mai, ti comporti da vero amico”.
Amico? Ma io l’amavo alla follia sin da quando la contemplavo da lontano – e non certo solo per il suo nome o per quel suono languido che metteva addosso un certo non so che – e mi struggevo di non poterla avvicinare. Se ora mi fossi dichiarato, avrebbe anche me trattato da importuno, come gli altri colleghi? Un giorno aveva anche lodato il timbro grave della mia voce: che, secondo lei, denotava un carattere serio e posato. Forse cominciavo a piacerle!

  Ho sentito che Carlotta e il suo violista parlano di matrimonio, sicché tra non molto mi troverò a convivere con l’oggetto del mio amore, e allora mi sarà più facile trovare il coraggio di dichiararmi: nella speranza che, per l’emozione, non mi esca di bocca qualche stecca. Allora sì che sarebbe la rovina!.