Tre giovani donne e i loro sfuggenti partner

di Piera Mattei

  Cosa hanno in comune Luciana, una giornalista quasi disoccupata, Valentina, una liceale, e Cecilia, una fragile creatura vagabonda, protagoniste, almeno nella prima parte, di questa narrazione? Sono tre giovani donne che vivono a Roma, ma non si frequentano né si conoscono. Il fatto che le accomuna è che sono rimaste incinte lo stesso anno, nello stesso periodo dell’anno. Nessuna delle tre ha quello che si chiama un ménage regolare, un partner. Nessuna delle tre ha un vero amore o accende una passione, per tutte e tre l’incontro che le ha rese incinte è stato un atto sessuale che non intendeva avere conseguenze esistenziali.
E invece le esistenze si mettono in moto proprio così, con un semplice atto sessuale. L’autore le segue, senza che mai i loro destini s’intreccino, negli ultimi tre mesi della gravidanza fino al parto.
Cosa hanno in comune ancora? Tutte e tre rifiutano di diventare madri. Madre non si è per il fatto di generare un altro essere della tua stessa specie. Tra genitore e figlio c’è un rapporto biunivoco, quindi se una donna si sottrae all’essere identificata come madre, se non ha la forza di assumere la responsabilità di un’altra vita, anche se quella vita l’ha fatta crescere e l’ha alimentata nel suo corpo, non è madre. E il bambino che ha generato non sarà suo figlio, anzi non sarà “figlio” fino a quando non troverà chi lo accolga come tale. In quell’attesa il piccolo nato vive in un limbo di sensazioni e suoni plurali che non s’identificano con una voce, un odore, un corpo materno.
Ma questa impossibilità di diventare madre, di accettare di cambiare la sua collocazione nella scala biologica, che è comune a Luciana, a Valentina e a Cecilia, personaggi-ipotesi irreali, è diversa dall’abbandono. Proprio oggi la radio dava la notizia di una donna che ha lasciato un bimbo nel passeggino alla Stazione Termini ed è fuggita via portando con sé un altro bambino, poco più grande. Quello, sì, è un abbandono, perché quella donna il suo figlio l’ha tenuto nelle braccia, l’ha nutrito e vestito prima di lasciarlo solo, agli sguardi di passanti compassionevoli. Ma le tre donne di questo libro, già da “prima” sanno che non saranno mai le madri di quel bambino che pure hanno generato, restano aldiquà, danno per scontata l’incapacità e addirittura l’impossibilità di assumere una responsabilità simile. Forse la liceale, Valentina, quasi vorrebbe, ma lì, stranamente, sono i genitori amorevoli che già hanno deciso per lei.

  “Niente ci accomuna come essere figli”? No, direi che niente ci accomuna come essere nati da donna, almeno finché non si troverà un’altra maniera di nascere. Ma figli si diventa in rapporto a chi si riconosce genitore, non prima.
Invece una riflessione che condivido: genitore biologico cosa significa, se ogni uomo potrebbe generare migliaia di figli? E anche ogni donna in età fertile, del resto, ogni mese si dispone a procreare. C’è, nell’atto di generare, insieme necessità, quel DNA, e infinita casualità, quel giorno, quell’ora.

  Queste riflessioni e molte altre mi ha mosso il libro di Paolo Di Paolo, libro del quale non si può dire tutto quanto si vorrebbe, mille osservazioni, anche in rapporto al periodo storico, il 1983, nel quale è ambientato. Non si può dire tutto quanto si vorrebbe perché questo è anche un romanzo che andrà in mano a una quantità di lettori che vogliono essere introdotti alla lettura, ma intendono poi scoprire per loro conto il significato finale di quel racconto, affidato, sì, veramente, al fantasticare su un tempo che è il tempo della nascita, alle riflessioni e ai sentimenti che accompagnano la nascita.
“La mia condanna alla fantasticheria”, dice di sé l’autore. Figure fragili quelle dei genitori irrealizzati, sia le donne che gli uomini, questi ultimi che in più si assolvono anche per l’incertezza del loro ruolo. La genitorialità, qui esclusa a priori dai “responsabili” del concepimento, appartiene alla coppia di trentenni che dopo alcuni mesi porta un bambino dal brefotrofio alla sua nuova casa.

  C’è nel romanzo una figura secondaria che molto mi ha colpito, quella del custode di notte nel dormitorio delle piccole culle, “conta le ore nell’alternarsi di pianti e di quiete, ma il silenzio vero non esiste”, c’è sempre “qualcuno che non tace”. Lui, appassionato di astronomia, sa che anche nello spazio non esiste silenzio, che neppure l’universo sta zitto. Personaggio laterale della storia, al quale tuttavia è dedicato un intero breve capitolo, nasce certo da quella naturale propensione dell’autore, che si affina come disposizione al racconto e alla narrazione ,”a soppesare esistenze alternative, scrutare gli sconosciuti con invidia benevola, come sapessero, o avessero, sempre qualcosa in più, un segreto vantaggioso”.

LONTANO DAGLI OCCHI di Paolo Di Paolo – Feltrinelli 2019