Istituzioni pubbliche: il tetto di cristallo

di Stefania Petraccone

  È stato davvero lungo e faticoso il cammino che la donna ha dovuto affrontare per ottenere quello che è suo di diritto, ossia avere le stesse opportunità dell’uomo, senza alcuna discriminazione, come dichiarato negli articoli 3, 4, 29, 37, 48 e 51 della Costituzione italiana. Anche lo statuto delle Nazioni Unite adottato nel 1945 era rivolto a “uomini e donne con uguali diritti e dignità e valore della persona umana”, ma i fatti rivelano che questi diritti sono stati negati e che per molte donne sono ancora un’aspirazione e non una realtà.
In Italia, poi, la presenza delle donne ai vertici delle grandi istituzioni è ancora numericamente molto inferiore rispetto a quella maschile, anche se la componente femminile in importanti organismi (Cassazione, Corte dei Conti, Corte costituzionale, Università, Enti di ricerca, ecc) segna risultati incoraggianti. “Vi sono molte buone ragioni per rafforzare la presenza delle donne nelle istituzioni, la più importante delle quali è contrastare una discriminazione di fatto che, a dispetto dell’uguaglianza formale tra tutti gli individui, spesso impedisce alle donne, a parità di merito con competitori dell’altro sesso, di accedere al lavoro nelle istituzioni, soprattutto in ruoli direttivi”, commenta Ornella Ferrajolo, direttrice dell’Istituto di studi giuridici internazionali (Isgi) del Consiglio nazionale delle ricerche, giurista internazionalista, esperta in diritti umani. “L’esistenza di questo tetto di cristallo contrasta con l’uguaglianza di diritti e non dovrebbe essere tollerata in una società democratica. Il fenomeno è planetario: per questo le Nazioni Unite hanno creato UN Women (United nations entity for gender equality and the empowerment of women), che promuove la parità di genere e l’empowerment femminile nel mondo”.
Le istituzioni, con il pur lento ingresso delle rappresentanti dell’universo femminile nei “piani alti” delle strutture, hanno subìto dei cambiamenti indotti proprio dal diverso approccio delle donne all’organizzazione del lavoro e alle priorità da affrontare, che sta portando a una graduale rivoluzione culturale. “Proprio per i maggiori ostacoli che le donne hanno incontrato e incontrano, sono in genere molto determinate nel perseguire gli obiettivi e conoscono l’importanza di fare squadra: un vantaggio non da poco, per chi opera nelle istituzioni”, prosegue la ricercatrice. “Inoltre, è dimostrato che una maggiore presenza femminile nel Governo, nel Parlamento, nella Magistratura e nelle Istituzioni scientifiche consente di affrontare meglio le questioni di genere, creando un circolo virtuoso. Per intenderci, se il Procuratore della Corte penale internazionale non fosse una donna (Fatou Bensouda), probabilmente non avrebbe elaborato una policy specifica sulle violenze di genere. Detto questo, stiamo attenti a non attribuire alle donne capacità taumaturgiche e a non creare nuove discriminazioni. Le differenze di genere non devono avere alcun peso nel valutare competenza e capacità di agire in ruoli istituzionali”.
Il processo evolutivo di empowerment e mainstreaming ormai è avviato anche in Italia: “Ci sono stati progressi negli ultimi tre decenni, ma il cammino è ancora lungo”, spiega Ferrajolo. “Nel dicembre scorso è stato eletto il presidente della nostra Corte costituzionale Marta Cartabia; pochi giorni prima, in Finlandia, il partito di maggioranza aveva designato il nuovo premier. Le due notizie, che di per sé non hanno nulla in comune, in Italia hanno prodotto un reazione di sorpresa identica, perché in entrambi i casi ancora ci sorprende che un altissimo ruolo istituzionale sia attribuito a una donna. L’elezione di Cartabia, primo presidente donna della Consulta nella storia della Repubblica, è comunque un segnale davvero positivo, nel quale dobbiamo vedere il cosiddetto bicchiere mezzo pieno”.
Marta Cartabia è stata eletta l’11 dicembre scorso, a 63 anni dall’istituzione della Corte costituzionale, ed oltre che la prima donna a ricoprire questo ruolo è la presidente più giovane. Lei stessa, appena eletta, ha dichiarato: “Ho rotto il tetto di cristallo, farò da apripista sul fronte delle pari opportunità per le donne, dove c’è ancora tanto da fare”. Per poter arrivare alla parità di genere c’è ancora da fare, però. “Occorre un cambiamento culturale, che in Italia tarda ad arrivare. E occorre anche che i meccanismi di garanzia funzionino in modo efficace, anzitutto per prevenire discriminazioni, ma anche per sensibilizzare l’opinione pubblica, soprattutto le giovani generazioni”, conclude la direttrice del Cnr-Isgi.

Fonte: Ornella Ferrajolo, Istituto di studi giuridici internazionali, tel. 06/49937667, – 7668 , email ornella.ferrajolo@cnr.it –

Articolo pubblicato il 26 febbraio 2020 sulla rivista “Almanacco della Scienza” del Cnr.
Si ringrazia la redazione che ci ha concesso la riedizione.