Tutte le fantasie di Rita

di Ivana Musiani

  La prima volta che incontrai Rita Angelotti Biuso fu in un angusto ascensore metallizzato di Paese Sera, molti anni fa. Nonostante il luogo inadatto, mi sembrò che provenisse da un mondo lontano, forse quello delle fiabe: tutto in lei sapeva di etereo e immateriale, i capelli d’un biondo molto chiaro, gli occhi celesti, l’abito semplice senza tempo, il mazzolino di ellebori che teneva tra le mani. Venni subito a sapere che quei fiori, così raro vederli dal vivo, crescevano nel suo giardino e, in seguito, che aveva tirato su quattro figli, tre ragazze e un maschio; che aveva pubblicato diversi libri di giardinaggio, tra cui uno su una porzione del parco di Ninfa dove aveva osservato e fotografato con tenacia e costanza i diversi cambiamenti avvenuti nel corso delle quattro stagioni; che il suo giardino, per quanto di modeste proporzioni, era meta di visite guidate; che era una apprezzata pittrice: anzi, era questa la sua professione più riconosciuta anche da lei stessa.
Era venuta a portarmi, insieme agli ellebori, il suo primo articolo d’argomento floreale: notai subito che Rita era una magnifica penna, spesso però interrotta da sconcertanti serie di puntini di sospensione che risucchiavano il discorso, per poi farlo ricomparire alla maniera di un fiume carsico e di cui lei, su richiesta, mi illustrò la necessità. Invano le feci presente che, necessità personali a parte, nei giornali si fa ricorso di rado ai puntini di sospensione, e non come li intendeva lei. Alla fine non mi rimase che arrendermi, anche perché i suoi articoli mi piacevano, ed ero sicura che il direttore non li avrebbe mai letti perché troppo preso da altri argomenti. Però non solo di fiori scriveva, ma anche di verde pubblico e privato.
Ed ecco ancora e sempre puntini di sospensione che ritrovo aprendo a caso il fresco volumetto che reca la firma di Rita: sono appena cento pagine e s’intitola Scritti incompiuti (Robin Edizioni, 15 euro). Spiega l’autrice, nella nota iniziale, di essersi dalla metà dagli anni ’80 “trascinata dietro mucchi di fogli scarabocchiati, senza mai dare la forma definitiva di “incompletezza” a questo scritti (…) La pittura, la mia professione, ostacolava la scrittura. Avevo tempo (e capacità) ridotte e sospetto perfino che il non finito, la brevità anche di questa confessione, siano stati uno stratagemma per non faticare”. Non le credete: arrivata a pagina 72, un’altra confessione ha sostituito quella iniziale, certo più veritiera e conturbante: “Ho dovuto vivere a lungo per scrivere poco”. E ancora: quella parola racchiusa tra virgolette, “incompletezza”, non è un lapsus di chi scrive, è impressa in caratteri di stampa, solo che chi legge si aspetterebbe un termine opposto.
Nel caso presente i puntini non stanno a suggerire qualcosa del discorso talmente risaputa da rendersi superflua e appesantirlo (qualcuno ricorderà che Carmelo Bene ricorreva spesso a espedienti del genere), ma semplicemente a collegare le cancellature prodotte dal tempo su vecchi fogli protocollo dimenticati in una scuola e che forse hanno interessato Rita per la possibilità di ricorrere agli amatissimi puntini di sospensione – la solita cavillosa mi sembra di sentir dire – a cominciare dal titolo: La poetica e…
Altri titoli tenuti in sospeso non ci sono, ma gli enunciati sono dei più intriganti: Il marinaio genovese o il negozio di insegne luminose, “storia tristissima. E fuori moda e, come in un film di Marcel Carné, grigia, nebbiosa, senza speranza. Un marinaio genovese che assomiglia a Burt Lancaster (così mi risparmio lunghe descrizioni) ed è anche schizofrenico, vive, non si sa perché, a Roma e si aggira nei pressi della stazione Termini credendo di essere nel porto di Genova. Ogni pozzanghera è il mare. I facchini sono scaricatori”. Cos’ha a che fare il negozio di insegne luminose che completa il titolo? C’entra, perché il marinaio e la commessa del detto negozio (di cui lei non vede le luci perché si accendono sempre quando volta le spalle), si innamorano d’un amore i cui sviluppi sono demandati ai lettori. Giustamente: Rita, di fantasia, ne aveva somministrata sino all’esaurimento in neanche due paginette E così dicasi per l’indefinibile (l’aggettivo è dell’autrice) Uomo dei materassi o per La tintura o le conseguenze della tintura o le smanie per la tintura, dal titolo vagamente goldoniano, e infatti è un atto unico in dialetto triestino (c’è diversa Mitteleuropa tra gli antecedenti di Rita, per cui nel libro si parla anche di ascensori viennesi e relativi pianerottoli traditori, oltre che di Poste Centrali a Bratislava).
In tutto una ventina di pezzi brevi dove circolano, in fraterna condivisione, fantasie illimitate, lievi ironie che nascondono dolci perfidie mascherate da saggi consigli, divertenti divagazioni, per non parlare delle citazioni letterarie che scivolano con nonchalance tra pagina e pagina.
Da pittrice, Rita non poteva non intercalare i sui Scritti incompiuti di disegni in bianco e nero. E ci sono due ritratti, quello della nonna, rievocata nel tenero Il the del pomeriggio, e un autoritratto che in un primo momento mi è sembrato ai limiti dell’autolesionismo. Poi l’ho guardato meglio e vi ho scoperto non la Rita eterea del primo incontro come me la raffiguravo nella memoria, ma quella che ha tirato su quattro figli, che ha fatto chissà quanti avanti e indietro per fissare i mutamenti delle stagioni su un angolo di Ninfa, che scrive, dipinge e – mi piacerebbe sapere in quali momenti della sua esistenza – crea con la fantasia marinai genovesi, innamorate commesse di negozi di insegne luminose, uomini dei materassi, ecc. ecc. ecc.