Una Donna Fortezza nell’inferno siriano

di Piera Mattei

“Mother Forteress”

documentario di Maria Luisa Forenza

  Madre Fortezza è questa donna di origine libanese, protagonista di una resistenza non armata ma non passiva nei confronti della guerra in Siria. Di lei si sa che dopo una giovinezza inquieta che la porta a vagare in Nepal e in India, facendo anche uso di droghe, si ritira per più di venti anni in un convento di clausura carmelitano in Libano. Quando decide di tornare alla vita attiva il vescovo le affida il compito di restaurare un antico monastero. Il monastero di San Giacomo il Mutilato, lo si vede nel film, è situato in una vallata tra due catene di monti e ha pertanto la struttura di una costruzione fortificata. A lei, a Madre Agnès-Mariam che lo ha ripristinato, ben si addice quel nome di Fortezza, ma ancora più quel nome si addice a questa donna per la sua struttura sia fisica che morale. Più volte la macchina riprende di spalle la sua corporatura forte, avvolta nel mantello e nel velo, mentre assorta cammina, i piedi avvolti in candide calze o addirittura nudi, nelle comode ciabatte. Altre volte di spalle vediamo le braccia intrecciate dietro la schiena, un atteggiamento che la dipinge quasi come una stratega in pausa di riflessione.
Madre Agnes vuole la pace per il suo monastero, per la Siria, suo paese d’adozione. Si batte contro la guerra, accusa chi in quel paese ha seminato odio tra le varie componenti della società civile. In due primi piani del suo volto, mentre lentamente ma con sicurezza parla nel suo francese dall’accento libanese, il primo posto ad apertura del film-documento e l’altro in chiusura (in realtà momenti di uno stesso dialogo con un abate in un convento di Roma), parla delle forze negative che dal di fuori giungono a disgregare il paese, ma conclude con un messaggio di speranza e di eroico perdono.
L’autrice, Maria Luisa Forenza, che era presente alla proiezione, dice, usando anche lei una metafora, che ha voluto parlare della guerra attraverso un velo, il velo della monaca certo, ma anche il velo simbolico che cala tra la telecamera e le immagini di violenza estrema, che pure vengono narrate. Molta importanza ha l’uso del sonoro, la voce del muezzin alternata ai canti della chiesa cristiana, ma anche il tono messo pietosamente in sordina quando il camion degli aiuti umanitari è quasi assalito dalla folla urlante.
Un film che non si pone come obiettivo di far capire i meccanismi della guerra che dilania ormai da poco meno di dieci anni quel paese, ma vuol mostrare come una comunità femminile riesca anche concretamente a essere attiva e protettiva nei confronti della società civile.
Alla proiezione, oltre all’autrice, era presente anche il grande archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, che ha parlato dell’importanza della Siria nella storia dell’umanità e del grave danno recato dal passaggio della guerra sui luoghi degli scavi, danni fortunatamente non irreparabili.
Ha introdotto e animato il dialogo il critico cinematografico Maurizio Di Rienzo.
La sala del cinema Farnese a Roma, alla proiezione del 18 febbraio alle ore 19, era gremita.