1917: quell’arte del massacro che chiamiamo guerra

di Piera Mattei

  Regia di Sam Mendes
Protagonisti: George MacKay e Dean-Charles Chapman

 Non amo particolarmente i film di guerra ma questo sono andata a vederlo alla vigilia degli Oscar, proprio perché partiva favorito, mi pare di ricordare, su ben 10 categorie.
E oggi mi sembra giusto che le previsioni della vigilia non siano state rispettate, che solo tre premi tecnici siano stati assegnati a un film, che non solo non mi è sembrato memorabile, ma nemmeno credibile nella trama, almeno nel modo nel quale viene raccontata.
Sam Mendes, il regista, ci dice di essersi ispirato per questo film ai racconti di suo nonno, che aveva combattuto sul fronte francese durante la Prima Guerra Mondiale. Aveva per questo film grandi progetti. Prima di girare sembra ci siano state accurate e lunghissime prove. L’idea era, mi pare, un po’ quella di osservare le tre unità aristoteliche, tempo (un giorno), luogo (i campi di battaglia), azione (la guerra). La macchina non doveva mai lasciare i protagonisti, come in un lungo piano sequenza. Lo spettatore doveva trovarsi completamente immerso nella storia, sentirla tutta credibile.
Dunque, quale storia. Nel 1917, nella fase finale della guerra, a due giovani soldati inglesi viene affidato il compito di attraversare il fronte nemico per consegnare in ventiquattro ore a un’altra postazione dell’esercito un contrordine che eviterà una strage. L’ordine viene consegnato a un soldato che ha in quel battaglione il fratello maggiore, facendo quindi presa sul suo affetto e, per quanto riguarda il messaggio del film, sull’emotività dello spettatore.
Tutto il film è, apparentemente in presa diretta, tutta una corsa nel fango, scansando feriti, cadaveri e fili spinati, tranelli, topi, crudeltà del nemico. Certo forse non tutti i comandanti inglesi sono persone di buon cuore, alcuni, si dice nel film, c’è il sospetto che amino la guerra in se stessa. Questa frase pronunciata dal comandante di uno squadrone incontrato nella corsa è l’unica nota di aperta critica alla guerra come canale di sfogo dell’aggressività dei potenti. Ma sostanzialmente il campo sembra ancora diviso tra buoni (i nostri protagonisti) e i cattivi (i crucchi, cioè i tedeschi), logica che giustifica la lotta del bene sul male, in altre parole la guerra.
Infatti in questa corsa perde la vita, perché pugnalato a tradimento da un tedesco morente, proprio il giovane che intendeva salvare la vita del fratello, e l’amico, tenendolo morente tra le braccia, promette che porterà a termine, ormai da solo, lo spaventoso compito.
Mantiene la promessa. Nonostante sia travolto da una rapida e poi sia lungamente trascinato dalla corrente di un fiume, riuscirà a tenere su di sé il foglio con l’ordine di non attaccare e a consegnarlo, leggibile, al comando. Cerca e trova il fratello e porta a termine anche la parte intima e “sentimentale” del suo impegno. La storia è raccontata tutta dalla sua parte, è chiaramente un buono, un umile eroe. Ma ugualmente non riusciamo a identificarci, a commuoverci a sentire queste vicende credibili, almeno per come sono raccontate.
Un film che molto fa rimpiangere “Orizzonti di gloria ” (Kubrik 1957), per non nominare che l’opera cinematografica più esemplare tra quante colpiscono a fondo nell’immaginario dello spettatore con il loro disgusto verso quell’arte del massacro che chiamiamo guerra.