Freaks o superumani?

di Piera Mattei

Il superdisabileAnalisi di uno stereotipodi Marco Ferrazzoli, Francesca Gorini e Francesco Pieri

  Luce edizioni, con il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), pubblica un saggio presentato in una tavola rotonda che si è tenuta il 13 novembre 2019 all’Auditorium dell’Acquario di Genova

 “Il superdisabile–Analisi di uno stereotipo”, di Marco Ferrazzoli, Francesca Gorini e Francesco Pieri, è il primo saggio dedicato all’importante dibattito sul cambio di collocazione del disabile all’interno della società contemporanea. Un cambiamento che in alcuni casi produce un vero e proprio ribaltamento. Alcune persone con disabilità, nello sport e sugli schermi, anche degli smartphone, sono esplosi – grazie anche alla tecnologia, che produce arti artificiali sempre più efficienti – come veri e propri eroi, personaggi che la società dello spettacolo ha fatto suoi. Forse, ambiguamente, li applaude e insieme li sfrutta, come del resto avviene per ogni immagine, ogni corpo che richiami l’attenzione di un pubblico vasto. Dopo una breve introduzione sulle iniziative messe in atto in Liguria nei confronti della disabilità, sfilano così nel capitolo dedicato allo sport (uno dei quattro in cui il libro si divide) Bebe Vio, Alex Zanardi, Giusy Versace, Nicole Orlando, Oney Tapia e Oscar Pistorius.

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Marco Ferrazzoli

  Ma precedentemente era stata posta in risalto anche la figura, popolarissima in tutto il mondo, di Stephen Hawking, scienziato e uomo, progressivamente reso poco più che uno “sguardo parlante”, ma, fino alla morte, una mente acuta e vigile. È evidente quindi che fin dove è possibile trovare bellezza e forza anche in un corpo mutilato da un incidente, da una malattia o da una malformazione congenita, o fino a che un’intelligenza eccezionale supplisca alla deformazione del corpo, la società attuale è pronta ad applaudire a una disabilità vincente, al superdisabile. Per tutti gli altri disabili la vittoria è ancora avere parcheggi riservati, posti gratuiti al cinema o a teatro, ingressi idonei alle carrozzine, possibilità di salire con la carrozzina su mezzi pubblici, un’assistenza medica, avere un posto di lavoro… Ho avuto un’amica, Louise Read, che molto si è battuta per ottenere tutto questo e infine non la disabilità ma un cancro tardivamente diagnosticato ha avuto la meglio sul suo impegno. Voglio ricordarla qui perché un suo lascito testamentario ha permesso la recente apertura dell’Ambulatorio Post-polio a San Donato Milanese.

  Certo oggi, in confronto ad alcuni decenni fa, non si può dire che la società non abbia fatto molto per permettere ai disabili di vivere la città, anche se qui da noi non abbastanza, dato che le strade e i marciapiedi sono terreno accidentato e pericoloso per tutti, figuriamoci per chi ha impedimenti fisici gravi. Bernardo Bertolucci, anche lui costretto alla carrozzina, lo ha documentato in un suo ultimo film, qui menzionato dagli autori. Se lo sport ha fatto moltissimo, fin quasi riuscire a inserire i disabili nelle competizioni dei così detti “normodotati”, la tecnologia, d’altra parte, ha restituito arti (artificiali) a chi ne era privo, l’udito a bimbi sordi. La tecnologia e la cibernetica sono i grandi ambiti aperti sul progetto di sostituzione di quanto viene meno o fa difetto in un corpo. Questo argomento, e anche i gravi interrogativi etici che l’avanzamento della cibernetica comporta, occupano l’ultimo capitolo del libro.

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Presentazione di “Il superdisabile – Analisi di uno stereotipo” alla Biblioteca del CNR di Roma

  Precedentemente gli autori avevano tracciato un interessante schizzo della posizione del fisicamente diverso, del monstrum, nelle società storiche, e anche nella letteratura e nel cinema. In particolare nella società anglosassone, dalla quale è stato mutuato in tempi non lontanissimi il termine freaks, per riferirsi a quelli che in Italia si chiamavano “fenomeni da baraccone”: nani, giganti, siamesi, donne barbute e compagnia del genere, che ha fatto la fortuna del famoso circo Barnum. In queste pagine si riconosce la grande liberazione che ha comportato uscire allo scoperto, senza più doversi vergognare, senza più temere di essere insultato, deriso o compatito. Si parla anche della condizione dei Down, per i quali si sono aperte possibilità di realizzazione insperate fino a tempi relativamente recenti. E tuttavia, dato lo strapotere della società dello spettacolo, è necessario mettere in guardia contro il superficiale fanatismo verso il superdisabile. L’obiettivo dovrebbe essere forse quello di capire che non esiste una sola normalità, esistono esigenze diverse e differenziate, delle quali la società, la politica e il linguaggio devono tenere conto. Infine c’è anche la malattia che non dà scampo, c’è chi chiede, e deve poter ottenere, di mettere una fine volontaria alle sofferenze o a un’esistenza solo vegetativa.
Riassumere tutte queste problematiche e fornirne uno schema leggibile è stato un impegno utile e chiarificatore da parte degli autori.

  Una nota vorrei aggiungere: dal positivo ribaltamento d’immagine della quale il libro parla sembrano ancora restare escluse non la carenza intellettuale ma la malattia mentale vera e propria e la degenerazione che comporta la vecchiaia. C’è dunque un fronte ancora aperto sulla considerazione di altre dimensioni della condizione umana.