Al teatro S. Genesio gran divertimento per una esilarante Zia di Carlo in lingua originale

di Ivana Musiani

  In barba alla Brexit – anzi contro, come da scritta appesa nella hall del Teatro San Genesio – la compagnia amatoriale degli inglesi residenti a Roma ha colpito ancora, e con una pièce – Charley’s Aunt – un tempo popolarissima anche da noi nella traduzione letterale di La zia di Carlo, ma della quale si erano perse da tempo le tracce. Volendo brevemente sunteggiare il gran successo della serata, con reciproca soddisfazione di chi legge e di chi scrive, basterebbe il commento finale della mia anziana vicina di poltrona, per sua confessione totalmente digiuna d’inglese e che non riesce più a leggere i giornali per quanto sono infarciti di termini anglosassoni: ”Non ho capito una parola, ma mi sono divertita tanto”.
Soltanto che, così comportandoci, verremmo meno a qualsiasi deontologia professionale, i bravissimi interpreti ne sarebbero mortificati per le omesse citazioni, e l’autore, Thomas Brandon, si rivolterebbe nella tomba per la mancata occasione di riprendersi quella notorietà di cui aveva goduto un tempo nel nostro paese.
Non era dalla famiglia – che anzi aveva progetti diversi per lui – che Brandon aveva ereditato la passione del teatro, né la piccola città dov’era nato, Mount Pleasant, poteva assecondare le sue ambizioni. Dovette accontentarsi di recitare nelle formazioni amatoriali sino a quando, intorno alla trentina, riuscì finalmente a fare il suo debutto come attore professionista. Contemporaneamente scriveva testi per il teatro, ma anche qui il riconoscimento come commediografo gli venne tardi, nel 1982, e proprio con Charley’s Aunt, scritta per un amico attore. Il successo fu immediato (1466 repliche nella capitale) e internazionale, spingendosi oltre a Europa e l’America sino a India e Cina. In Italia fu rappresentata per la prima volta già due anni dopo la prima inglese dalla compagnia Flavio Andò al Teatro Manzoni di Milano. E anche il cinema non tardò a impadronirsi della commedia che strappava incontenibili risate in tutti i continenti: incalcolabili le versioni nel mondo anglosassone, da noi ce ne sono due che risalgono fin dal cinema muto, mentre l’ultima fu quella del 1943, ma in veste di rivista, cucita addosso alla non esaltante comicità di Macario.
La trama, specchio del clima della Belle Époque, non potrebbe essere più esile: profittando dell’arrivo di una zia dal Brasile, Charley e l’amico Jack ottengono il permesso dal rigidissimo tutore delle fidanzate di invitarle a casa loro per la presenza di uno chaperon, ma un infausto telegramma annuncia che la visita della zia è annullata. La costernazione è presto superata dall’idea di travestire da zia un loro amico, che accetta riluttante al punto da non volersi togliere i pantaloni. Da qui una serie a getto continuo di equivoci, che s’infittiscono quando la vera zia arriva per davvero e, vista la situazione e dal momento che il nipote la vede per la prima volta, si finge un’altra persona. Tutto alla fine naturalmente s’aggiusta per gli innamorati, e anche l’amico en travesti trova l’anima gemella.
Che sotto i panni del commediografo ci fosse un attore di navigata esperienza non è un caso, a cominciare dal travestitismo, grande passione degli interpreti maschi (un po’ meno delle donne, a parte l’esempio della grande Sarah Bernhard, che a oltre settant’anni e una gamba di legno portò in scena l’Aiglon, l’adolescente figlio di Napoleone). Sta di fatto che il gioco degli equivoci non sarebbe così indiavolato – qualcuno l’ha persino definito forsennato – se a manovrare i personaggi della commedia non fosse stato chi, da attore, più di tutti era a conoscenza dei ritmi, dei tempi, dei respiri che sono alla base della riuscita d’un testo teatrale. Nella Charley’s Aunt, Brandon innesca un meccanismo perfetto, da far invidia al più famoso Feydeau, chiamato per questo l’Orologiaio della Belle Époque. Niente qui è lasciato al caso, sono un calcolo persino i pantaloni sotto la gonna, in quanto destinati a sbucare, provocando ilarità, quando la zia è inseguita dall’infoiato tutore.
Va da sé che ci vogliono fior di interpreti, oltre a una regia delle più serrate per sostenere i tempi imposti da Brandon, ma nel nostro caso gli attori (amatoriali, stavamo per dimenticarlo), hanno fatto qualcosa di più, quando ad esempio è accidentalmente caduta una scena ed è stata rimessa a posto come se fosse stata inscritta nel copione. Non rimane ora che nominarli tutti, insieme a Sandra Provost, la brava regista. Irresistibile nei panni della finta zia Robert Peter Parker, che con molta intelligenza ha rinunciato a caricare il personaggio di fastidiose mossette e vocine dando vita a un’eccentrica dama – anche se sempre con la cuffia di traverso, ma senza inutili riferimenti a caratteristiche relative ai due sessi; per non parlare dell’ilarità suscitata da Jim McManus, ogni volta che traversava la scena all’inseguimento della finta zia. Jonathan Hedley e Octavio Vourvoulias erano i due innamorati, Fabiana De Rose e Lydia O’Kane le fidanzate, Gabriella Spadaro la governante e inoltre Michael Fitzpatrick, Shelagh Stuchbery e Ann Butterworth, tutti lungamente applauditi.