Hammamet regia di Gianni Amelio

di Piera Mattei 

Una superba prova d’attore. Questo è il giudizio indiscutibile su un film che sembra scritto e girato per destarci meraviglia di fronte alla straordinaria bravura di Pierfrancesco Favino, motivo per cui, dopo due ore di proiezione, quasi  pensavamo di averlo rivisto tra noi in carne e ossa, Bettino Craxi. 

Caratteri fondamentali di un bravo attore sono anche l’umiltà e la disciplina sul set, lo dico qui in riferimento alla quotidiana mattiniera sottomissione di Favino al trucco realizzato da Andrea Leanza e da un equipe di 13 aiuti. E, a proposito dell’importanza del trucco, per contrasto, il confronto mi viene qui spontaneo, con “I ragazzi di via Panisperna” realizzato da Amelio nel 1989, trent’anni prima  di questo Hammamet. 

Il regista da allora non si era più confrontato con personaggi reali e momenti storici, con facce o comportamenti che devono somigliare ai modelli reali. Non mi pare. Lì Amelio non si era eccessivamente curato di trovare un’assoluta, o addirittura sorprendente, somiglianza fisica col suo modello. I volti, soprattutto il Majorana di Andrea Prodan, efficace ma assolutamente non somigliante, dovevano rendere piuttosto il carattere intimo dei personaggi, anche se allora, a differenza che in questo Hammamet, i veri nomi dei protagonisti venivano tutti pronunciati. Si dirà che Ettore Majorana e anche Enrico Fermi sono vissuti in un’epoca in cui le riprese cinematografiche erano assai limitate e la televisione era ancora solo un progetto, che il volto e il modo di atteggiare il corpo dei personaggi erano noti solo a una ristretta cerchia di amici, studenti e colleghi. E del resto fino ad alcuni decenni fa, era quasi un vanto per un attore quello di riuscire a interpretare un ruolo al di fuori di una fisica somiglianza, con un ricorso al trucco solo essenziale.

 Oggi però viviamo nell’epoca in cui truccare il volto del protagonista fino a rendere irriconoscibile l’attore sotto la maschera, ponendo così il trucco  a coprotagonista, non solo non è disdicevole per un’interpretazione, ma anzi la rafforza. Era già successo nel 2008 con “Il divo” di Paolo Sorrentino. Anche lì un’interpretazione magistrale, una somiglianza notevolissima, nelle movenze e nella voce, con Giulio Andreotti, di quello che è l’altro genio contemporaneo della recitazione italiana, Toni Servillo. Anche lì per quanto a quest’ultimo non fossero mancati i riconoscimenti, all’Oscar il film risultò candidato appunto nella categoria “miglior trucco”.

Dopo questa ricerca, questo obiettivo completamente centrato,  della perfetta somiglianza, come già notavo, qui però non si fanno i nomi dei personaggi che si vogliono mettere in scena. Il protagonista è chiamato “il Presidente”. I figli di Craxi, Stefania e Bobo, qui sono Anita (Livia Rossi) e “il figlio”(Alberto Paradossi). Forse perché nella storia tra i personaggi reali, ma entrando in relazione con quelli, è inserito un personaggio inventato? Si tratta di un certo Fausto (Luca Filippi), un ragazzo con disturbi della personalità, figlio di Vincenzo Sartori (Giuseppe Cederna), coinvolto quest’ultimo negli scandali del PSI e morto suicida (ma sul  finale poi Fausto sembrerà rivelare che di suicidio non si trattò). 

La storia di Fausto, inserita per movimentare il racconto che altrimenti avrebbe rischiato di restare appiattito sui rapporti familiari, non risulta del tutto efficace, perché dichiaratamente inautentica, in un contesto che vuole essere autentico anche nell’ambientazione e nei dettagli. Perché infatti, dopo le prime due scene, quella del ragazzo discolo a cui piace rompere i vetri del collegio lanciando sassi con la fionda – immagine ripresa nelle scene finali – e quella del vincitore incontrastato dell’ultimo congresso del suo partito, che ancora si sente forte e sicuro del fatto suo, il resto del film si svolge ad Hammamet,  località balneare della Tunisia, dove Craxi si esiliò per sfuggire alla giustizia, nella vera villa del “presidente”, durante gli ultimi mesi di vita di Craxi, quando è ormai chiaro che la sua salute è arrivata allo stremo. Qui pochi i reali colpi di scena: l’incontro con la giovane amante una volta, un’altra con l’esponente di un partito politico avverso, ma uomo simile nella mentalità.

  Di questo film, chi ha vissuto nell’era Craxi, rimarrà ammirato, come già ho detto, della bravura dell’attore e del regista nel rendere quell’uomo sullo schermo, come fosse tornato in vita. Ma quello stesso pubblico rimarrà scontento perché avvertirà la narrazione come reticente, rispetto a fatti che hanno pesantemente segnato la storia d’Italia. 

I giovani, che non si siano già dedicati a studiare quegli anni, invece cosa capiranno, davvero non so. Capiranno che Craxi ha sofferto per non poter tornare a farsi curare in Italia, a morire nella sua Milano, e questo è certamente vero. Capiranno forse anche che Craxi è stato una brava persona, caritatevole con i poveri e coraggioso nello sfidare la follia, altero nel rifiutare di sottomettersi alla giustizia. Perché, se poi compiva illeciti ai danni delle pubbliche finanze, era quanto facevano tutti. Pronunciata col volto sereno di un uomo malato, questa, direi, è la peggiore lezione che ai giovani oggi si potrebbe dare. 

Quanto al giudizio su cosa significò per il PSI il trionfo di Craxi , di cui c’è la celebrazione nelle prime sequenze, non so cosa capiranno le generazioni che l’era di Craxi o, come si diceva allora, del CAF (Craxi- Andreotti- Forlani), non l’hanno vissuta. A me è sembrata fortemente simbolica una delle scene iniziali: siamo a  conclusione del congresso del partito socialista che acclama il suo vincitore e, mentre, senza forse ricordare il vero significato delle parole che canta, un pubblico borghese intona l’Internazionale – che era tuttavia rimasto l’inno ufficiale – appare sullo schermo gigante l’immagine di Craxi, il suo faccione e la sua mano che sventola un mazzo di garofani rossi, il simbolo del partito socialista craxiano, perché appunto i simboli operai di una volta non avevano più motivo di esistere.