Sorry we missed you di Ken Loach. Deregulation: i volti e la storia di una famiglia operaia inglese

di Piera Mattei

  Sulle prime immagini, a schermo quasi vuoto, una voce fuori campo enumera brevemente i diversi mestieri che ha svolto, cambiando spesso da un mestiere all’altro. Per quanto quella voce fuori campo ricordi l’attacco del precedente bellissimo “Io, Daniel Blake”, quel dettaglio, quella voce senza volto, che non recrimina, non protesta, può passare qui quasi inosservato.
È tuttavia la firma di uno stile. In quella voce il personaggio del protagonista e l’attore che lo interpreta (Kris Hitchen) si identificano. Non ci sono stati altri film da protagonista nel curriculum di questo attore non più giovane, qui nel ruolo di un padre di famiglia dalla testa ancora rossiccia, dalle braccia tatuate. Il suo sguardo, l’espressione generale del viso, appaiono spesso in primo piano come di chi è teso a capire. Capire cosa? Le regole del gioco? Quando scattare per non perdere l’ultima occasione? Ma scattare verso quale direzione, quale traguardo?
La stessa cosa, rispetto alla carriera di attrice, credo si possa dire della bravissima Debbie Honeywood, nel ruolo di moglie e madre “buona”, di angelo che per mestiere ma con amore accudisce i vecchi lasciati soli, di donna che detesta la violenza, capace tuttavia di esplosioni contro la violenza della situazione nella quale la famiglia si trova imprigionata.
È così nei film di Ken Loach. Gli attori hanno tutti quei volti di inglesi della working class e spesso la dimensione documentaria si sovrappone alla storia narrata. Qui siamo in quella provincia che, per paura gli immigrati rubassero lavoro, ha votato per la Brexit, anche se unico volto “straniero” appare qui quello di un compagno di scuola del ragazzo. E nelle immagini girate negli esterni di stranieri non se ne vedono, qui non siamo a Londra.
Ma il lavoro, quel lavoro che manca, quel lavoro precario, privo di sicurezze che viene contrabbandato per libera impresa, è al centro della storia, ovvero è uno dei centri della storia. Qui il lavoro, che il protagonista si vede costretto ad accettare, è quello del corriere formalmente libero, in realtà imprigionato in ritmi ossessivi, del tutto privo di tutele.
L’altro centro della storia è la condizione degli adolescenti, lasciati a loro stessi da genitori, che anche in buona fede, non hanno tempo per conoscerli, per seguirli nello sviluppo della loro personalità. Una piccolissima storia laterale, che si conclude nella prima parte del film, che può avere, rispetto alla storia della famiglia protagonista, solo un significato sotterraneo, non esplicito, è infatti quella della ragazza che, sola donna con tre compagni, come nota il poliziotto che li avvista, monta sulle impalcature per disegnare con loro un graffito nella cornice vuota di un cartellone pubblicitario. Lei, lo racconta al ragazzo che l’accompagna al bus, deve partire, lasciare la scuola, andare a stare in un’altra città con un’amica, trovarsi un lavoro, per sfuggire ad atti di bullismo di alcune compagne e forse anche del nuovo compagno della madre.
I genitori protagonisti della storia sono invece una coppia solida e genitori amorosi, forse anche troppo buoni, troppo nel giusto, ma è la necessità di guadagnare da vivere che li tiene fuori casa per l’intera giornata, fino a tardi la sera, e li costringe e mettere in secondo piano la vicinanza ai figli.

  Ken Loach è un regista che amo, geniale nello scegliere le storie e i volti che le interpretino, un autore che ha fatto della sua coerenza artistica e del suo impegno sociale una firma che lo colloca in uno spazio a sé nel panorama degli ultimi decenni. Superata la soglia degli ottanta, anche lui, come Polanski e più ancora di Allen, continua a produrre film di altissimo livello.
Di questo film non dirò tuttavia che mi sia piaciuto incondizionatamente. La storia (per la sceneggiatura Ken Loach anche stavolta si avvale della collaborazione di Paul Laverty) è forse troppo una sequela di disastri, dei quali i protagonisti sono, forse troppo, del tutto innocenti. Non sono riuscita a darmi una giustificazione soddisfacente neppure della scelta del titolo che riproduce la scritta sullo stampato che lascia il corriere che non ha trovato il destinatario. Quello stampato compare in primo piano sul finale del film, perché è su quel foglietto che il protagonista scrive un suo ultimo messaggio alla moglie, prima di avviarsi ancora una volta, benché pesto e ferito, al suo furgone. Un finale aperto, però su un gesto disperato, che non concede catarsi.
E tuttavia i volti, che restano impressi nella memoria, dei protagonisti, compresi quelli dei due ragazzi, dell’adolescente ribelle Rhys Stone e soprattutto quello di Katie Proctor nel ruolo della figlia ancora ragazzina ma già carica dell’impegno di tenere unita la famiglia, quella loro tristezza dignitosa, sono parte integrante della storia. Forse, come ci suggerisce l’annuncio all’inizio del film, sono la storia stessa.