Claudio Camarda e le sue Figlie del vento

di Gina Arfenoni

  Hai frequentato il DAMS di Bologna, ti sei dedicato alla fotografia e alla ceramica, prima di diventare coltivatore di tillandsie e fondare Le Figlie del Vento. Come mai questo cambiamento radicale nei tuoi interessi? Che è successo?

  Sono stato costretto ad abbandonare il DAMS perché dovevo guadagnarmi da vivere. Ero un immigrato da non molto arrivato in Italia e il lavoro un po’ me lo dovevo inventare. Inoltre abitavo a Roma e il DAMS era a Bologna. La mia non era una situazione facile. La fotografia, invece, non l’ho mai lasciata, ho continuato, e continuo, a fare il fotografo dilettante. Le foto delle tillandsie sono tutte mie e anche i video.
La ceramica è stata una bella storia che mi diede non poche soddisfazioni, finì negli anni ottanta quando il mercato fu invaso dalla ceramica che arrivava dall’Oriente e che si vendeva a prezzi talmente bassi da rendere impossibile concorrere. Cercando un modo d’incentivare la vendita della ceramica, cominciai ad abbinarla a delle piccole piante. Prima utilizzavo le succulente, poi il caso mi fece incontrare le tillandsie. In Argentina le tillandsie sono piante abbastanza comuni e io le conoscevo bene, ma non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei dedicato a coltivarle.

Sei argentino di nascita e di ascendenza italiana, tuo padre era romano, da quanti anni vivi in Italia?

Sono arrivato in Italia nel 76, fuggendo dalla dittatura militare.

  Sei italiano per parte di padre ma sei nato a Buenos Aires e in quella città hai trascorso l’infanzia e l’adolescenza, però, hai scelto di vivere in Italia, a Roma per la precisione, e qui hai passato la maggior parte della tua vita, come trovano sintesi in te queste due patrie?

  E’ difficile trovare una risposta. Penso che il mio carattere, il mio modo di affrontare la vita, di comportarmi, sia in parte una sintesi di queste due patrie, come dici tu. Se fossi rimasto in Argentina sarei sicuramente diverso sotto certi aspetti, non avrei vissuto la esperienza dell’immigrante, anche se l’Italia non mi era estranea, mio padre era romano.

Sei mai tornato in Argentina?

No, mai.

Perché?

Chi lo sa. Forse per paura dei fantasmi.

Torniamo alla tua passione per le tillandsie, sembra che il primo incontro con queste curiose piantine sia avvenuto in Argentina, ma sono passati molti anni, hai fatto esperienze diverse, prima del secondo incontro che ha cambiato l’indirizzo della tua vita. Che cosa nelle tillandsie ti ha colpito al punto di decidere di dedicarti completamente a loro?

  Il fatto che possano fare a meno delle radici per vivere, in questo somigliano agli immigranti. E anche come gli immigranti hanno una grande capacità di adattamento. C’è feeling tra di noi. Sento che mi vengono incontro, io faccio la mia parte e le tillandsie fanno la loro. Poi colpisce la mia fantasia il loro vivere sospese, come se fossero in attesa di qualcosa, cosa non si sa.

Oggi sei considerato leader nel tuo settore e sei una delle poche persone in Italia, che vantano una così profonda conoscenza di queste piante: a livello pratico perché da anni le coltivi nelle tue, lasciamelo dire, spettacolari serre e a livello teorico perché stai costantemente studiando, aggiornandoti, consultando testi in diverse lingue di studiosi specializzati e confrontandoli con le nozioni acquisite con la tua esperienza di coltivatore. Mi puoi parlare delle creaturine che ti hanno cambiato la vita?

  La peculiarità delle tillandsie non è il loro essere epifite. L’epifitismo è un fenomeno non raro in natura. Nella quasi totalità dei casi le piante epifiti si nutrono attraverso le radici aeree, come per esempio le orchidee. Le tillandsie, invece, si nutrono attraverso le foglie ed è questo ciò che le rende così speciali. La superficie delle foglie nelle tillandsie è ricoperta di una sorta di velluto composto da microscopici peli chiamati tricomi peltati o squame che, oltre a proteggere la foglia dai raggi ultravioletti, catturano dall’aria umidità e sali minerali che poi vengono canalizzati nei tessuti della pianta. Per arrivare a capire il modo in cui queste piante si nutrono ci son voluti secoli di ricerche finché, nel 1904, il fisiologo vegetale della scuola tedesca Carl Mez scoprì che proprio in quel velluto che rendeva così attraente le tillandsie si celava il mistero della loro alimentazione. Il primo europeo che fece riferimento a queste piante fu Cristoforo Colombo che avendo notato, nell’isola appena scoperta chiamata dai nativi Guanahani, degli alberi che sfoggiavano foglie di forme e colori diversi, in realtà si trattava di alberi che ospitavano alcune specie di tillandsie, arrivò alla conclusione che si trattasse di vegetali diversi che sfruttavano un solo apparato radicale. Il modo particolare di vivere di queste piante ha dato luogo a molte leggende, nella provincia di Cordoba, in Argentina, si racconta che quando muore una persona cara la sua anima si trasferisce su un albero e diventa un clavel del aire, garofano d’aria, come viene chiamata da quelle parti la tillandsia.

La riproduzione della tillandsia avviene per polloni, quelle piantine che crescono attorno alla pianta madre come nelle succulente, in natura avviene anche attraverso i semi. In serra riprodurre le tillansie per seme non è facile, ma tu ci sei riuscito. Ci racconti in che modo?

  Più che non essere facile, è un’operazione molto lunga, bisogna avere tempo a disposizione perché la riproduzione per seme in serra è molto lenta. Ci sono diversi modi per seminare, su legni, su cortecce… io preferisco la juta a trama larga. Per i primi mesi vanno spruzzate tutti i giorni. L’ambiente deve essere caldo umido.

 

È difficile far vivere e crescere una tillandsia per chi non ha le tue competenze? Dove è meglio tenerle: all’aperto o dentro casa?

  Non è difficile, basta osservare certe regole. Se il clima lo permette, è sempre meglio tenerle all’aria aperta. La esposizione al sole o all’ombra dipende dalla specie. Le innaffiature in questo caso si limitano ai periodi in cui non ci sono piogge, inoltre non è necessario concimarle, i minerali sciolti nell’aria sono sufficienti al loro sostentamento.
Fermo restando che l’interno in natura non esiste, per tenere una tillandsia dentro casa dobbiamo usare qualche accortezza in più. Bisogna collocarla in un luogo luminoso, la luce è molto importante, e spruzzarla con acqua buona. Cosa intendo per acqua buona: un acqua che non contenga cloro né calcio e che sia leggermente acida. Sulla superficie delle foglie della tillandsia vivono dei batteri azotofissatori, indispensabili per la salute della pianta perché l’aiutano a sintetizzare l’azoto, il cloro attacca questi batteri, quindi va evitato. Va evitato anche il calcio che creando una pellicola sulla foglia, impedisce ai tricomi di compiere la loro funzione. Si può usare acqua bollita, acqua oligominerale, la migliore è senz’altro l’acqua piovana perché è un acqua viva, ricca dei minerali contenuti nel pulviscolo atmosferico. Consiglio di aggiungere ogni tanto all’acqua un po’ di concime, per esempio concime per orchidee, però, dimezzando la dose. Io innaffio soltanto con acqua piovana in cui lascio a macerare della corteccia di pino e non uso concime. Posso dire che le mie piante sono molto rustiche, cosa che le rende più facile da coltivare per chi non è esperto.
Per quanto riguarda l’innaffiatura bisogna regolarsi seguendo il principio che l’acqua va data quando vogliono le piante e non quando vogliamo noi. Mi spiego: di norma spruzzarle una o due volte a settimana è sufficiente ma, per dare l’acqua necessaria, bisogna entrare in sintonia con loro, osservarle. Se la pianta arriccia le foglie o tende a ridurre la superficie lo fa per evitare la dispersione di umidità, è un modo per difendersi e, quindi, ci sta dicendo che dobbiamo aumentare la frequenza delle annaffiature. Mai, però, spruzzare una pianta prima che sia completamente asciutta ed evitare che l’acqua ristagni.

Quanti premi hai ricevuti?

Diciotto, se non ricordo male. Ho ricevuto un premio in quasi tutte le mostre botaniche a cui partecipo, in qualcuna più di uno.

“Le figlie del vento” un nome suggestivo e molto appropriato per una azienda che coltiva piante che vivono d’aria. Questo nome ha una storia, me la vuoi raccontare?

  Ho un ricordo vivo come se fosse ieri, avevo otto anni e già mi dedicavo a collezionare piante, succulente per la precisione, collezionavo anche insetti, mi incuriosiva molto tutto ciò che riguardasse la natura. Mia nonna materna aveva una casa con un grande giardino, pieno di alberi e di aiuole fiorite dove io giocavo e cercavo insetti per la mia collezione. Un giorno mia nonna raccolse una piccola pianta che era per terra e la mise su un salice piangente, sembrava piuttosto un rametto caduto da una pianta. Mia nonna disse: speriamo che si aggrappi. Le chiesi che cosa era e mi rispose: è un clavel del aire. Allora chiesi com’era arrivata al giardino e lei rispose “las trae el viento” le porta il vento. Las trae el viento è il titolo di un articolo che ho scritto anni fa. Ecco come nasce il nome della mia azienda.

Prima di salutarci mi togli una curiosità? A volte questi incontri, come il tuo con le tillandsie, avvengono perché ci sono delle affinità: sai dirmi in che cosa tu e le tue piantine aeree vi somigliate?

Penso, nella capacità di adattamento e sopravvivenza in situazioni difficili.

Per avere più notizie visitare il sito di “Le figlie del vento”

http://www.tillandsie.com