Il ritratto della ragazza in fiamme di Céline Sciamma

di Piera Mattei

  Dedico questa mia ultima recensione del 2019, progettandone molte altre per il 2020, all’amico Josè De Arcangelo, che in questo anno ci ha lasciato, e alla sua passione per il cinema.

  Una storia ambientata in un’isola della Bretagna, intorno al 1770, rivissuta nel ricordo di una pittrice, incaricata, all’epoca del racconto, di ritrarre una fanciulla tirata fuori dal convento al quale era destinata, per andare sposa a un nobile milanese. Poiché la giovane rifiuta di farsi ritrarre, l’artista dovrà memorizzare la sua immagine attraverso incontri diretti, e riprodurla al di fuori di tempi di posa.
Nel palazzo, dove la pittrice Marianne giunge dopo aver salvato dalle onde i preziosi materiali della sua arte, la fanciulla, Heloise vive con la madre e con una giovane serva. Le stanze del palazzo sono vuote e tuttavia per fare riferimento a un destino femminile che passa attraverso la mediazione innocente dell’arte, la madre mostra all’artista il suo ritratto che, con finalità simile a quello che lei è ora incaricata di eseguire, ha preceduto la sua presenza in quell’abitazione. É un destino contro il quale non si può lottare, quello che si replica di madre in figlia – senza che la madre agisca in base a sentimenti di rivalsa – di essere ceduta a un uomo che non si conosce, che non ti conosce se non sulla base di un formale ritratto?

  Due ore è la durata di questo film, nel quale la durata è elemento fondamentale. Per la metà di questo tempo, o forse più, siamo di fronte al volto serio e intelligente della protagonista, Marianne la pittrice, interpretata da Noémie Merlant, che occupa lo schermo non solo con i primi piani del suo ovale e del suo sguardo, ma anche con un corpo grande e sodo, trattenuto in un corpetto e in una gonna ad ampie pieghe privi di frivolezze. Sola sullo schermo, senza vestiti e in scene silenziose, Marianne si accende una piccola pipa e si asciuga davanti al caminetto appena giunta al palazzo e, più avanti nel racconto, nuda nel letto, silenziosamente si agita nei dolori del mestruo.
Il racconto laterale, quello che vede protagonista la servetta Sophie (interpretata da una coinvolgente giovanissima Luana Bajrami), che accoglie l’artista appena giunta al palazzo e della quale intuiamo il coinvolgimento anche nel rapporto tra le due giovani donne, è molto bello e comprende un paio delle scene più originali del film, quella di un canto corale notturno di donne (all’epoca, di streghe?) e quello di un intervento d’aborto sul suo corpo, in una luce caravaggesca, su un lettone, dove le sono accanto il faccino sorridente e ignaro e le mani paffute di un bimbo.
Tutta la prima parte del film trasporta in una straordinaria atmosfera sospesa, mentre nella seconda parte, quando il rapporto tra la pittrice e la giovane che deve ritrarre si esplicita in attrazione e passione, l’atmosfera varia nel genere melò. E forse né citare Ovidio e il mito di Euridice, né la commozione all’ascolto delle note dell’Estate di Vivaldi sono sufficienti a sollevarla in un’atmosfera più adeguata al tono alto della prima parte. Della bravura e della presenza di due attrici, la pittrice di Noémie Merlant e la servetta di Luana Bajrami, si è detto. Valeria Golino, nel ruolo della madre, è una presenza un po’mesta e sacrificata, mentre nel ruolo di Heloise non ci è parsa abbastanza convincente Adèle Haenel. E le scene di amore lesbico non ci sono sembrate rispettose dell’epoca nella quale si svolgono. Esibire quasi con sfida i peli delle ascelle come fa in una scena Eloise, per esempio, è atteggiamento più adatto all’oggi che al settecento, e che le due donne – una delle due è appena uscita dal convento, dove la nudità non ha luogo – finiscano completamente nude a letto ci ha fatto rimpiangere i più tormentati contatti di un film come “La favorita ” di Yorgos Lanthimos.
Un film questo scritto e diretto da Cèline Sciamma, autrice che già si è segnalata per grande talento narrativo e cinematografico e per la scelta di tematiche che riguardano l’identità sessuale nelle adolescenti. Ma forse qui, per quanto il film abbia avuto ampi riconoscimenti, un poco le nuoce la volontà di trasformare in storia d’amore e rimpianto, facendola scivolare nella banalità del melò, una più sottile ricerca psicologica e formale.