Pinocchio, una favola tortuosa e pessimista, una favola amata

di Piera Mattei

  Tornando a leggere sullo schermo una delle favole più famose al mondo, anzitutto viene da chiedersi quanto tempo sia passato per noi dalla lettura del libro e cosa ne sia rimasto. Perché infatti la storia che Collodi racconta è così complessa e avventurosa che ognuno è portato a ritagliarne una parte, a conservare il ricordo, anche pauroso, di un episodio o di un altro, a offrire la propria personale interpretazione.
Seguendo il film di Matteo Garrone, mi torna in mente l’impressione, certamente sempre forte ma forse mai così esplicita in me, di un mondo vuoto della presenza femminile. Un mondo indubbiamente laico, dove però lo stereotipo della madre vergine(Fata e bambina) e del babbo putativo (anziano e mite come un nonno) sono introiettati profondamente.
Ma veniamo al mondo di immagini, alle scelte degli interpreti e della loro espressività, perché mai come in un film come questo, la scelta è quasi esterna all’attore e tutta delegata al progetto, alla scelta del trucco e delle maschere.
Il protagonista, selezionato tra tanti bambini, è certamente molto convincente. Incredibile come per tutta la durata del film conservi quello sguardo inespressivo e triste, come fosse dipinto su legno, da burattino appunto. Il suo corpo, soprattutto visto di schiena o nella corsa ha veramente una goffaggine da marionetta. Lo vediamo, lui, ma anche gli altri personaggi, soprattutto in primi piani che mettono in luce, è il caso di usare questo termine, la sapienza del trucco, ossessione di Garrone anche in “Lo cunto de li Cunti”. Presenti anche qui nani e giganti, figure predilette dell’immaginario non dirò del regista, ma dell’autore, perché è evidente, che anche qui, comunque si voglia valutare quest’opera, alla quale critici autorevoli hanno voluto dare un voto basso, ci troviamo di fronte a un film che porta la firma del suo autore.
Ai primissimi piani si alternano le riprese in campo lungo, in spazi che sembrano sconfinati, mentre le figurine dei personaggi si stagliano contro il cielo, o in atmosfere nebbiose. Le scene girate all’interno dell’abitato, hanno qualcosa di più costruito, da presepe ottocentesco appunto, con le statuine che passano di lì a fare da comparse. Il film non offre mai una lettura birichina o comica del racconto. Disney è molto lontano. Siamo in una storia di fughe e di inganni, di leggendarie bugie, dove non solo i buoni propositi ma anche le prospettive felici o divertenti si mutano repentinamente nel loro opposto. Solo nella scena della scuola, che tuttavia non ricordo che fosse in Collodi, c’è modo di fare una risata liberatoria alle spalle di un maestro un po’ sadico con l’infanzia, come s’usava un tempo.
Bravo Gigi Proietti nel ruolo di Mangiafuoco, simpatico il ragazzino che interpreta Lucignolo. Nel ruolo Rocco Papaleo, il Gatto, disgustosa e viscida a dovere la Volpe di Massimo Ceccherini, che firma anche la sceneggiatura insieme a Matteo Garrone. Mentre di Roberto Benigni mi spiace dire che, nelle scene che lo riguardano, si propone troppo come attore-protagonista, con l’effetto di una toscanità stucchevole.