“Ogni piano è inutile”

di Piera Mattei

  Parasite, film sudcoreano, diretto da Bong Joon Ho, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2019, non è un film facilmente definibile. Potremmo dire che in una progressione abilmente concatenata si succedono registri comici, registri tragici con sfumature pulp, per trovare nella chiusura un tono infine elegiaco.

  Proprio quel finale dove un buon figlio, guardando la neve che cade, sogna di diventare ricchissimo per poter liberare da una prigione volontaria suo padre (e qui non posso essere più chiara per non rivelare l’intricata e complessa trama) ci porta a interrogarci non tanto sul messaggio etico che il film può o intende veicolare, ma sul “luogo” dove il film ci trasporta.
I luoghi sono chiari: due abitazioni, una poverissima ma non solo, veramente squallida e immaginiamo fetida per quella presenza su un vano aperto della tazza del WC su un piano rialzato, piano dove i ragazzi, i due figli della famiglia, siedono allegramente a confabulare, ovviamente guardando ognuno nel suo cellulare. L’altra è una casa dove tutto è ampio: ampia la vetrata che dà su un giardino tenuto con la massima cura, le siepi regolarmente tosate, ampie e accuratamente mobiliate le stanze.
Ma quando mi chiedevo del luogo pensavo che quelle case sono luoghi reali, d’accordo, ma si prestano soprattutto a diventare metafora, a dare l’avvio a un racconto estremo. Infatti i poveri cristi che vivono in un locale sotto il livello stradale, con scarafaggi, puzza di cesso, l’abituale ubriaco che gli piscia sui vetri, la macchina della disinfestazione che gli spruzza in casa l’insetticida, potrebbero davvero tramutarsi nel personale che una famiglia ricca e snob, accetta volentieri di assumere? Sarebbe realistico pensarlo? Veramente qualcuno, dal buon odorato, il bambino ricco, sente su quella gente un sentore che li rende simili, che li rende famiglia, loro che dicono di conoscersi appena, e non sarà solo l’odore dello stesso sapone che il bambino avverte ma quel più intenso odore di povertà, così difficile da lavare via.

  Quindi il “luogo” di questo film è la condizione generale nella quale il mondo di oggi segna una separazione netta tra chi è ricco e chi è sempre, disperatamente, alla ricerca di uscire dalla miseria.
Ho trovato un parallelismo tra questo film e “Joker”. Anche lì un povero cristo cercava di sopravvivere, nonostante tutto, ma un diavolo tentatore, un “amico” gli mette nelle mani l’arma che darà inizio alla sua perdizione. Anche qui un compagno d’università con la sua proposta darà inizio alla serie di eventi che condurranno la famiglia povera a un vero e proprio bagno di sangue. Ma come accennavo, nel finale la tragedia si muove di nuovo verso altro registro, il sogno, l’amore per il padre, per la sorella. La famiglia, sempre il nucleo imprescindibile.
Non posso tuttavia concludere questo breve commento, senza fare riferimento alla scena che si svolge, fuori dei due appartamenti, nel nubifragio che allaga le lunghe scale che conducono ai seminterrati dove vive la gente miserrima. Il torrente d’acqua fa galleggiare ogni oggetto, fa esplodere le fogne e i cessi. Una scena di grandissima violenza, alla quale segue la pace, almeno apparente, dei poveri ricoverati in una palestra. Dove il padre, sdraiato, la mano riversa sugli occhi, alla domanda del figlio su quale fosse il suo piano risponde esprimendo la sua filosofia: “ogni piano è inutile, perché ogni piano può venire travolto” e certo quel nubifragio è la violenta materiale conferma del suo pensiero.

  Di questo film, come di pochi altri, è necessario soltanto sfiorare la trama, non esporla nei dettagli, per non guastare la sorpresa a chi ancora non ha potuto vederlo.
Nei loro ruoli gli attori sono tutti bravissimi. Eccellenti tutti i membri della famiglia povera, mentre nella famiglia ricca, nel ruolo della giovane madre ingenua, c’è una Cho Yeo-jeong indimenticabile. Al suo personaggio si riferisce lo scambio di battute tra marito e moglie della famiglia povera: ” Sono ricchi ma anche gentili” “No, sono gentili perché sono ricchi”