Sui delitti inclusi nella nascita delle grandi città Motherless Brooklyn di Edward Norton

di Piera Mattei

  In questa stagione, mi sono detta, uscendo dalla visione di Motherless Brooklyn, per la seconda volta il protagonista di una pellicola di grande impatto, non riesce ad avere la padronanza sulle sue corde vocali, della sua funzione fonetica. Il protagonista di Joker era preda di una risata compulsiva e ora il Lionel di questo film ha la sindrome di Tourette e urla e grida parolacce, senza volerlo.
So bene che in entrambi a casi la caratteristica attiene al personaggio, del fumetto nel primo caso, e del romanzo di Jonathan Lethem nel secondo. Questo non diminuisce il significato che mi sento di attribuire alla mia osservazione, anzi la moltiplica: in questo momento la funzione logica è come generalmente intralciata da alogici meccanismi compulsivi e in alcuni casi, come in Joker, quelli prendono il sopravvento.
Con questo non voglio dire che invece il film di Edward Norton (credo che così si possa definire Motherless Brooklyn, dato che Norton l’ha prodotto, scritto, diretto e interpretato) sia un film a lieto fine, perché anzi l’ultima scena, forse una delle più belle, ci conferma circa l’uso gratuito della cattiveria, lì dove chi la possiede si senta libero di farne uso, cioè se chi è crudele è anche potente.
Un interrogativo qui si pone implicitamente di fronte a una coppia di fratelli, entrambi dotati, dato che il “cattivo” dei due è anche il potente, l’idealista è il fallito: il potere si basa necessariamente sull’uso del male?
Il film sottintende questi e altri interrogativi e, pur restando attinente al romanzo non può non richiamarci alla memoria, ma in chiave completamente diversa, un classico del cinema di tutt’altro genere come i Blues Brothers, gli orfanelli tirati su da una monaca a suon di bacchettate. Anche qui, questa è stata la formazione che ha dovuto subire l’orfano protagonista, solo che l’esito non è quello di legare l’orfano a un meccanismo di masochistica riconoscenza, qui l’esito sembra sia stato un disturbo cerebrale invalidante. E non c’è proprio niente da ridere.
Fedele alla trama del libro, un noir che si apre sull’assassinio di un investigatore e indica i meccanismi della grande speculazione edilizia e dei delitti inclusi nella nascita delle grandi città, il film tuttavia sposta indietro di circa quattro decenni la trama del romanzo. Questo permette a Norton di far svolgere molte scene del film su una musica jazz davvero fantastica, della quale il protagonista riesce a godere, sentendola in consonanza con la sua voce involontaria.
Ben diretto, ben interpretato il film tuttavia mi è infine sembrato non del tutto convincente soprattutto per la recitazione che risulta un po’ forzata del protagonista. O il motivo è la difficile traduzione dei tic da una lingua all’altra?
Accanto a Edward Norton un cast fenomenale: Alec Baldwin è Moses Randolph il costruttore, Willem Dafoe è suo fratello Randolph, mentre Gugu Mbatha-Raw è l’attivista politica di colore Laura Rose, creatura misteriosa, della quale il protagonista s’innamora.