L’eroico Emanuele

di Mamma Oca

  Questo raccontino me l’aveva ispirato il grande Lele Luzzati, di cui tutti credo sentiamo la mancanza Mi ringraziò precisando che non si riteneva per niente coraggioso.

  Emanuele era un bambino pauroso. Ogni sera la mamma lo sentiva piangere nella sua cameretta perché aveva paura del buio. In casa non c’era la luce elettrica e anche delle candele se ne faceva grande economia perché i genitori di Emanuele erano poveri.
“Non dovremmo mandarlo a letto al buio”, continuava a dire la mamma, ma il babbo non voleva cedere: “Deve abituarsi”.
“Solo un mozzicone di candela”, insisteva la mamma.
“Non ce lo possiamo permettere”.
“Un’unghia di candela! Non ci renderà più poveri di quanto non siamo”.
“E’ una questione di principio, non voglio che mio figlio venga su pauroso”.
“Se lo assecondiamo per un poco, forse cambierà”, tentò di conciliare la mamma.
Il babbo si arrese: “Va bene, fa come vuoi”, ma si vedeva che era scontento.
Quella sera, dopo esser stato messo a letto dalla mamma, Emanuele si sentì molto coraggioso. Con aria di sfida, passò in rassegna le pareti intorno a sé, rischiarate dall’unghia di candela accesa sul comodino, ma quel che vide gli fece rimpiangere il buio delle notti precedenti.
Nei cerchi di luce proiettati dalla tremolante fiammella si agitavano paurosamente figure mostruose, ancor più terrificanti di quelle scaturite dalla sua immaginazione quando era costretto ad addormentarsi al buio. C’era un sottomarino atomico che si stava dirigendo a grande velocità su di lui, preceduto da una pantera sul punto di spiccare un salto in direzione del suo lettino. E chi era quel tipo così poco rassicurante, avvolto in un mantellaccio? Un vampiro o un tagliagole? In alto, poi, volteggiava un uccello preistorico dal becco smisurato.
Il giorno dopo Emanuele aveva gli occhi pesti come chi non è riuscito a dormire. La mamma non disse niente, ma le si leggeva in faccia la costernazione. Il babbo si limitava a sbuffare guardando il soffitto. Quella fu una bruttissima giornata per Emanuele, anche perché i compagni più grandi, vedendolo così abbattuto, ne approfittarono per tormentarlo più del solito. Ma lui sapeva che il peggio lo stava aspettando nella sua cameretta: qual nuovi mostri vi si erano introdotti per farlo morire di paura?
Quando la mamma lo lasciò con una nuova unghia di candela accesa, Emanuele chiuse gli occhi per non rivedere le orrende figure che lo avevano terrorizzato la notte precedente. Allungò una mano alla cieca per spegnere la fiammella, ma gli riuscì soltanto di mandare per terra quello che si trovava sul comodino. Il rumore gli fece riaprire gli occhi. Con sua grande sorpresa, tutte le pareti erano completamente sgombre.
“Forse anche i mostri si sono spaventati”, s’immaginò tutto allegro, “però non voglio che domattina la mamma trovi disordine”, e si chinò per raccogliere gli oggetti finiti per terra: tre libri, alcune matite, l’involucro accartocciato d’una caramella, un animaletto di stoffa, un berretto. Via via che li rimetteva sul comodino, però, vedeva ritornare il sottomarino atomico, la pantera, l’uomo nero… Dopo alcuni momenti di sorpresa, Emanuele provò a tirar via i libri, ed ecco che il sottomarino non c’era più. Tornò a rimetterli al loro posto, ed anche il sottomarino si materializzò, di nuovo pronto a dirigersi contro di lui.
Per convincersi del tutto che si era trattato soltanto di un gioco d’ombre, Emanuele rifece un’infinità di prove, creando sempre nuove figure sulle pareti.
Anche quella mattina Emanuele si presentò ai genitori con gli occhi cerchiati dal poco dormire, ma con un’aria allegra che non gli conoscevano. A scuola, i compagni più grandi non sapevano che cosa pensare, tanto più che Emanuele non faceva che guardarli e ridacchiare. Dopo le lezioni, avevano preso l’abitudine di seguirlo fin sotto casa, tormentandolo con gli scherzi più crudeli. Quella volta, come furono arrivati a destinazione, videro, attraverso la finestra della cameretta di Emanuele, le ombre di due marcantoni dai possenti bicipiti proiettate sulla parete.
“Chi sono?”, chiesero i compagni.
“Oh”, rispose con indifferenza Emanuele, “sono dei cugini venuti dall’America. Fanno i pugili”.
I compagni si mostrarono impressionati e sino alla partenza dei cugini d’America si guardarono bene dal molestare Emanuele, solo che, appena un giorno dopo, ci fu l’arrivo dello zio sollevatore di pesi: anche lui passava molte ore nella cameretta di Emanuele, a giudicare dalla possente ombra sulla parete. Poi fu la volta dell’ultimo discendente d’un ramo della famiglia emigrato in Giappone, cintura nera di karaté. Poco mancò che sulla parete si evidenziasse l’ombra di Mike Tyson, tanto Emanuele era soddisfatto dell’invenzione che stava mettendo in pratica, ma poi decise di non esagerare.
Alla mamma sembrava uno spreco tenere accesa una candela in pieno giorno sul comodino di Emanuele, dietro a dei ritagli di carta, ma poiché il babbo non se n’era ancora accorto e Emanuele appariva allegro e sicuro di sé come non era mai stato, decise di non intervenire.
In quei giorni c’era molta agitazione e paura nella piccola città dove viveva Emanuele. Un esercito nemico era arrivato alle sue porte e nessuno era in grado di fermare l’invasione perché tutti gli abitanti del luogo erano convinti pacifisti e non sapevano usare le armi. D’altra parte, dove trovarle, dal momento che quella brava gente era anche contraria alla caccia?
Anche in casa di Emanuele erano tutti preoccupati, ma lui sembrava non accorgersi del pericolo imminente. Continuava a ritagliare figurine e a chiedere nuovi fogli di carta alla mamma, che glieli procurava scuotendo la testa: “E pensare che sembrava un bambino tanto sensibile”.
Dopo aver confezionato una montagna di ritagli, Emanuele ne riempì una grossa valigia e con essa si recò dal Sindaco. Lo trovò che stava inondando di lacrime una pila di celebri trattati di strategia militare, da Giulio Cesare a von Clausevitz, purtroppo perfettamente inutili dal momento che non aveva a disposizione nessun esercito.
Emanuele si avvicinò al Sindaco e gli disse con voce risoluta: “Signor Sindaco, so io come respingere il nemico”.
Il Sindaco si asciugò le lacrime e gli fece una carezza: “Sei un caro bambino”.
“No, è una cosa seria”, protestò Emanuele: “Mi ascolti”, e si mise a parlare fitto fitto.
Il Sindaco per un po’ lo ascoltò distrattamente, ma via via con sempre maggiore interesse. Alla fine, approvò dicendo: “Si può tentare. D’altra parte, altre soluzioni non ne ho”.
Fu così che Emanuele si recò casa per casa, consegnando a ogni famiglia le sue figurine e assicurandosi che tutti fossero in possesso di candele. Per fortuna insieme a lui c’era il Sindaco, altrimenti nessuno lo avrebbe preso sul serio.
Quando il nemico decise di sferrare l’attacco finale, sorpresa e panico si diffusero fra le truppe schierate, mentre il comandante in capo sbraitava furioso: “Dove sono le spie che mi avevano assicurato che questa era una città indifesa? Cercatele e fucilate sul posto”.
Da ogni finestra della città, infatti, sporgevano ombre di soldati armati di fucili ultimo modello e kalashnikov, in tutti i giardini si profilavano ombre di razzi posizionati per il lancio e non c’era tetto sprovvisto di contraerea. I giardini pubblici erano fitti di ombre di carri armati pronti a mettersi in marcia e nel campo sportivo una moltitudine di profili di elicotteri stava attendendo di alzarsi in volo.
Il nemico si ritirò frettolosamente, senza sparare un solo colpo, ma il Sindaco per prudenza aspettò che fosse completamente scomparso alla vista prima di dare il segnale alla cittadinanza di spegnere le candele dietro alle figurine di armi e soldati ritagliate da Emanuele.
Le campane suonarono a festa per settimane. Emanuele fu portato in trionfo e ricoperto di corone di fiori e d’alloro, medaglie, pergamene e titoli onorifici. La sua immagine appariva quotidianamente su tutti i giornali, le reti televisive se lo disputavano per averlo come ospite nei loro programmi. Un autore di teatro scrisse una commedia sulla vicenda, da cui venne tratto un film e anche un musical. I libri di storia vennero aggiornati per inserire il racconto dello stratagemma con il quale Emanuele aveva salvato la città. Una strada venne chiamata col suo nome e sulla piazza principale gli fu eretto un monumento dov’era raffigurato con un paio di forbici in una mano e una candela nell’altra. Sul piedistallo avevano inciso la scritta: “All’eroico Emanuele”.