Fortuna e audacia nella ricerca scientifica

di Piera Mattei

Note e commenti a “Ricordi dello sviluppo della mia mente e del mio carattere” di Charles Darwin- Gattomerlino edizioni.

  Darwin è universalmente noto come autore del trattato sull’Origine delle specie. Ma ci furono nella sua vita due momenti cruciali, nel letterale significato del termine, due momenti in cui, se a due ben visibili bivi della sua esistenza gli eventi avessero preso un’altra possibile direzione, Darwin avrebbe rischiato di non sviluppare quella che poi è diventata la sua identità: quella del sistematico ricercatore “baconiano” prima, e poi quella del solitario teorico dell’evoluzione delle specie tramite la selezione naturale e la diversificazione per discendenza da un antenato comune.

  Nella sua autobiografia, che intitolò “Ricordi dello sviluppo della mia mente e del mio carattere” i due momenti cruciali sono narrati con particolari cura e dettagli, in uno stile chiaro da cui trapela tuttavia una natura complessa, sincera certamente, ma quasi innocentemente egocentrica. Quanto ai due bivi, mi riferisco per il primo alla riuscita partenza sul brigantino Beagle per un giro del mondo, nel quale raccolse tutto il materiale che utilizzò per le sue ricerche, e per il secondo al momento in cui fu possibile che un altro naturalista, A.R. Wallace, con l’invio proprio a Darwin, perché gliene desse un giudizio, di uno scritto sulla teoria dell’evoluzione, fosse sul punto di strappargli il primato della teoria fondamentale della Biologia moderna. Anche in quel caso audacemente Darwin risolse l’evento in suo favore.

  Del viaggio sul Beagle Darwin scrive :«fu di gran lunga l’evento più importante della mia vita, che determinò l’intera mia carriera». Ma Darwin non era stato invitato lui direttamente, per primo. Fu un caso, l’indisponibilità del primo prescelto, a far sì che lui, giovane amico di biologi più che studente di biologia, (perché infatti, cattivo studente di medicina, aveva deciso di assecondare il padre medico indirizzandosi verso la corriera ecclesiastica), che alla fine s’imbarcasse lui invece di un altro naturalista, ma soprattutto come gentleman compagno di cabina del comandante, perché infatti il ruolo di naturalista al seguito ufficialmente era assunto dal medico di bordo, che lo mantenne finché non decise di lasciare la nave.
Quando il Beagle partì era il dicembre 1831 Darwin aveva allora ventidue anni, era solo un appassionato naturalista, senza una preparazione accademica scientifica, che poi non si curò mai di ottenere. Solo molta passione e, fin dall’inizio, la libertà dal bisogno. Non aveva necessità di guadagnare uno stipendio e anzi ricevette per la durata del viaggio, come prima dell’imbarco, un suo stipendio dal padre Robert, medico assai abbiente. Questo va sottolineato perché segna una differenza non trascurabile tra lui e Wallace, il naturalista, che avrebbe potuto, se avesse avuto un altro carattere, e forse anche un’altra posizione sociale, strappargli il primato della teoria dell’evoluzione delle specie come tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originale.

  Questo era infatti, venendo al secondo bivio a cui abbiamo fatto cenno, il titolo della famosa lettera di comunicazione scientifica di Alfred Wallace che, inviata da Ternate, nelle isole Molucche nel marzo 1858, fece irruzione il 15 giugno di quell’anno nella protetta quiete di Down.
Down, allora nella contea del Kent (oggi è parte della grande Londra) era lontana dagli obblighi sociali e dai fastidi della società londinese. Nella casa che oggi è un piccolo museo appartato, si era trasferito due anni dopo il matrimonio, celebrato, dopo attente valutazioni, una volta rientrato dai cinque anni di viaggio. Si era sposato con Emma Wedgwood, di poco maggiore di lui, quindi non giovane sposa per i tempi, donna intelligente e paziente, cugina per parte di quella madre che Darwin non aveva quasi conosciuto, perché dopo una lunga malattia morì che lui aveva solo otto anni. Facevano una vita molto ritirata i due coniugi con la loro numerosa prole. Lui tenacemente preso dai suoi studi.

  Quella lettera di Alfred Wallace in sintetici ed efficaci paragrafi esponeva la teoria che Darwin andava silenziosamente incubando da vent’anni, dal ritorno cioè dal viaggio sul Beagle. Wallace, che veniva da una famiglia scozzese caduta in povertà (come era stato il caso di Huxley) durante lunghissimi viaggi raccoglieva in quelle isole lontane esemplari rari vegetali e animali che inviava all’agente Samuel Stevens, fornitore di musei pubblici e di collezionisti privati. Wallace era stato colto da febbri malariche e, costretto a restare immobile, aveva in pochi giorni compendiato, con uno stile molto razionale e convincente, in maniera del tutto autonoma, una teoria dell’evoluzione che derivava dalle sue lunghe osservazioni della flora e della fauna di mezzo mondo. Darwin era stato sempre molto attento a non far trapelare negli ambienti scientifici le sue idee in gestazione circa l’evoluzione, consegnando copie di materiali in cui vi faceva riferimento alla custodia della moglie, e ad amici fidatissimi come gli scienziati Lyel e Hooker.
Con loro, appena giunse quella lettera, si consultò e la decisione collettiva fu di leggere il primo di luglio alla Società Linnea un’esposizione delle sue idee sulla selezione naturale, seguita dalla lettera di Wallace. Né l’una né l’altra lettura suscitò alcuna eco, forse per l’assenza di entrambi i protagonisti (infieriva la scarlattina in casa Darwin che in quell’epidemia perdeva il figlio più piccolo, di 19 mesi, e Wallace era mille miglia marine lontano)ma forse anche perché ancora non si voleva che la notizia facesse scalpore. Alfred Wallace, ovviamente, ebbe notizia del fatto più tardi ma non pensò mai che il comportamento di Darwin verso le sue idee fosse stato meno che corretto. Anni dopo, infatti, ancora ricorda così l’episodio: «Sia Darwin che il dr. Hooker mi scrissero nella maniera più gentile, informandomi del fatto. Ovviamente non solo approvai, ma mi parve che mi avessero dato maggior credito e onore di quanto meritassi, col collocare, un’intuizione improvvisa – scritta di getto e subito inviata per un parere a Darwin e Lyell – sullo stesso livello delle protratte fatiche di Darwin, che aveva raggiunto la stessa conclusione venti anni prima di me e, durante quel lungo periodo, aveva lavorato con continuità per essere in grado di presentare al mondo quella teoria con un intero corpo di fatti e argomenti ben sistematizzati».

  Si potrebbe leggere dell’ironia in quanto Wallace scrive, invece non c’è ombra d’ironia, né di risentimento. Di fatto la sua scoperta veniva bruciata, sull’altare già preparato per Darwin. Del resto Wallace non era membro effettivo della Società Linnea, e Darwin sì. Questo certamente aveva il suo peso. Di Wallace potremmo dire che non aveva un animo fortemente competitivo. Lo stesso Darwin non si aspettava tanta serena accettazione del dato di fatto. Ne rimase molto positivamente colpito, definendo Wallace una persona “buona”. Nei primi anni dall’enunciazione della teoria sull’evoluzione, quella teoria fu citata come teoria di Darwin-Wallace, ma la co-paternità di A.R. Wallace, circa quella che è considerata oggi la legge fondamentale della biologia, è stata tuttavia progressivamente dimenticata.
Qualche anno fa è stato il centenario della morte di Wallace e non molte sono state le celebrazioni, qui in Italia almeno, non mi risulta ce ne siano state. Intanto la moderna biologia, dopo la scoperta del DNA, ha continuato ad avere conferme di quella teoria, che solo per qualche tempo è stata chiamata la teoria di Darwin- Wallace. Non dobbiamo dimenticare, certo, che il pensiero di Wallace sull’evoluzione si allontanò negli anni successivi dalla sua definizione originale, ma la formulazione del 1858 rimane perfetta e certo frutto di osservazioni molteplici e profonde fatte da un capo all’altro del mondo.
Solo per modestia Wallace definisce la sua precisa comunicazione una ”sudden intuition”. L’intuizione è fondamentale, è il lampo creativo. Anche Darwin si sente in dovere di ricordare quel momento preciso, quando l’idea risolutiva gli attraversò la mente, e lo racconta nell’autobiografia (a pag 94). Era sulla carrozza, in quel momento. Strano che questi lampi sopraggiungano spesso mentre lo scienziato si trova su un mezzo di trasporto o sta per salirci come successe a Poincaré. Certo il lampo di genio esiste, tuttavia un risultato scientifico importante non può avere le sue basi che sulla continua ricerca e sull’osservazione. Ma perché Darwin se molti anni prima aveva già intuito e in gran parte formulato quella legge, che considera la “sua” legge, pubblica il suo libro infine, solo un anno dopo quella Ternate letter, nel 1859?
L’ipotesi più plausibile è che non si sentisse pronto. Il libro non era pronto, troppo materiale che richiedeva ancora una sintesi. Occorreva quel violento stimolo esterno, la paura di essere sorpassato. Occorreva l’adrenalina scatenata dalla lettura di quella lettera per permettergli di ordinare definitivamente i molti materiali e farne la sintesi razionale. Ne uscì, un anno dopo, nel 1859, un libro più sintetico, più snello, più adatto a un largo pubblico.

  Inoltre, certamente, Darwin non era pronto a portare da solo la responsabilità di una teoria che scardinava la visione, anche religiosa, del mondo. Questo produceva scandalo nell’Inghilterra vittoriana e tra il clero anglicano(che solo recentemente ha ufficialmente riabilitato il pensiero di Darwin).
Ma lo scandalo non fu solo nella direzione negativa che lui aveva temuto. Infatti il suo editore, John Murray, pubblicò l’ Origine non perché convinto della teoria, che considerava ridicola e assurda, ma perché prevedeva, come in effetti accadde, che il libro, più per scandalosa curiosità che per autentico interesse, si sarebbe venduto molto bene. Così infine Darwin trovò il coraggio dell’ultimo azzardo, e non fu, né per lui né per l’editore, un calcolo sbagliato pubblicare anche l’Origine dell’uomo. Da notare che Darwin seguiva personalmente la quantità di copie stampate e vendute per ogni titolo e ne andava molto fiero. Fu uno dei pochi scienziati credo a fare molti soldi con le sue teorie.

  Si potrà dire che lungo la sua vertiginosa ascesa Darwin lasciò qualche cadavere? Certamente quest’espressione è un’esagerazione retorica ma forse non solo, se si pensa alla tragica fine del comandante del Beagle, il nobiluomo Fitz-Roy, morto suicida per taglio della carotide. Fitz-Roy lo ebbe compagno nella sua cabina a bordo di quella nave durante un viaggio di circumnavigazione del globo che durò cinque anni. Gli permise di scendere a terra per le sue osservazioni e le sue raccolte di materiale e d’inviare quei materiali, che altri lo aiutavano a raccogliere, come su esclusiva proprietà. Eppure Darwin, facendo cenno alla tragica fine, del comandante afferma solo freddamente che altri nella famiglia di Fitz-Roy avevano scelto di fare quella stessa morte.

  L’autoritratto che Darwin ci dà dei suoi ultimi anni, è quello di un uomo che non riesce più a godere né dell’amicizia, né della musica, né tanto meno della poesia, è completamente inaridito nella sua ossessione scientifica. C’è un prezzo da pagare sempre al successo delle proprie idee? Difficile dare una risposta. Da un lato gli scienziati, come gli artisti e i filosofi, innalzano il livello della nostra comune umanità. Certo poi c’è anche dell’energia bruta nel pensiero, quando un’idea s’impossessa della mente.

  Einstein ha continuato anche dopo il successo a suonare il suo violino, ma anche lui ha travolto volontà meno forti nel suo processo di affermazione. Comunque per uno scienziato in quanto tale , credo, c’è un solo vero, vergognoso scandalo, quello di mentire, di truccare i suoi risultati. Di questo soprattutto uno scienziato si sente responsabile verso la scienza, verso la razionalità.

Foto: Ingresso della casa a Down, dove Charles Darwin andò a vivere con la sua famiglia nel 1842 e dove morì nel 1882