I fratelli Dardenne firmano la vicenda di un giovane integralista nel Belgio Vallone

 

di Piera Mattei

  Senza evidente motivo per l’infedele traduzione, “L’età giovane” è il titolo italiano del film “Le jeune Ahmed”, di cui sono autori i fratelli belgi Dardenne, che appunto ne firmano regia, sceneggiatura e produzione. Togliere dal titolo il nome del giovanissimo protagonista, chiaramente un nome arabo, non modifica l’evidenza che il film svolga una delicatissima tematica che riguarda non la giovinezza in generale ma l’ossessione integralista che può facilmente plasmare una mente e una psicologia ancora in formazione.

  Quindi Ahmed ascolta e introietta profondamente gli anatemi lanciati da un imam che definisce “cagna e apostata” l’insegnante che lo ha seguito fin dall’infanzia e ora, questa per l’imam è la sua colpa, intende gratuitamente fornire alla comunità islamica, accanto allo studio dell’arabo coranico anche l’utile strumento dell’arabo moderno.
Ahmed ha tredici anni, l’età della pubertà e, nella mia lettura, l’accusa dell’imam gli fornisce la motivazione “religiosa” per vendicarsi, addirittura uccidendola, di una giovane donna che, dopo averlo guarito da una grave forma di dislessia e gli è sempre molto affezionata, ora niente meno frequenta un uomo di origine ebrea, un infedele! Quell’accusa Ahmed la getta pubblicamente sull’insegnante durante la riunione della comunità islamica che sta discutendo se accettare il progetto di seguire il corso di arabo moderno. Nel film non se ne parla più. Eppure tutto il continuo sottoporsi con foga ossessiva alle abluzioni rituali, il terrore di subire un’amichevole leccata dal cane della fattoria, la patetica richiesta di matrimonio e conversione riparatrice alla ragazza che teneramente gli ha strappato un bacio, il rimprovero alla madre di non indossare il velo, alla sorella di vestirsi come una puttana, dicono la fragilità del ragazzo rispetto alla sua pubertà, la lotta contro una sessualità in turbolento risveglio che una lettura integralista del corano identifica con il peccato.
Il giovane Ahmed, di Idir Ben Addi, il suo corpo di bambinone che ancora soltanto abbozza l’età giovane, le mani cicciottelle che notiamo in primo piano ogni volta che si piega nelle cerimonie della preghiera, i movimenti goffi di preadolescente scontento e chiuso, lo sguardo sotto le lenti da ipermetrope, sempre rivolto in basso, sono costantemente sotto l’obbiettivo dei due registi. Ci sono scene, nella fattoria dove Ahmed dovrebbe attuare la sua rieducazione, accanto a una ragazza robusta e bella, nella luce di una campagna serena, di grande sospensione e poesia. Ma mentre si muove in quella luce, la mente di Ahmed è sempre là, fissa al suo progetto di aggressione e vendetta. Neppure gli piace l’eccessiva gentilezza dei rieducatori. Poi il finale irrompe improvviso e ci lascia con un interrogativo. Nella tragedia, “forse”, interrompe per sempre l’ossessione
I fratelli Jean Pierre e Luc Dardenne, con questo film sono stati premiati a Cannes 2019 per la migliore regia. Fedeli da sempre a girare nei luoghi delle loro origini, nel Belgio della Vallonia tra operai, disoccupati e disadattati, hanno affrontato con il consueto sguardo, oggettivo ma partecipe e con grande sapienza cinematografica, una realtà di cui il Belgio in particolare ha fatto dolorosa esperienza, quella dei giovani che un’imprudente predicazione conduce verso il delitto e l’autodistruzione.