Il “mal d’Africa” del continente bianco

di Marco Ferrazzoli

  Chiunque, a qualunque titolo, per qualunque ragione, stagione, periodo sia stato in Antartide non può no sentirsi parte di una ristretta minoranza che ha avuto quest’opportunità, perché così stanno le cose, dal punto di vista giuridico e sostanziale: per raggiungere il continente bianco ci vogliono permessi, giorni di viaggio, visite mediche, e una volta giunti in quel posto si torna diversi, colpiti da una sorta di “mal d’Africa” polare. Tornati in patria, c’è da un lato la voglia di raccontare, dall’altro la consapevolezza che le parole ma anche le immagini diranno poco, rispetto al terremoto emotivo ed esistenziale che l’esperienza a quelle latitudini procura.
Federico Nati fortunatamente ha ceduto alla prima pulsione, utilizzando entrambi i mezzi di comunicazione in suo possesso, lo scritto e la fotografia che compongono “L’esperienza del cielo. Diario di un astrofisico”, edito da La nave di Teseo. “Un racconto appassionante che unisce scienza e avventura”, lo definisce l’editore. E non potrebbe essere altrimenti, poiché per un ricercatore le mete estreme sono un laboratorio dove i paradigmi e strumenti moderni riscoprono appieno il fascino avventuroso che caratterizzava la ricerca dei secoli passati e che, sappiamo bene, non può essere meramente sostituito dalle valutazioni razionali sulla necessità e utilità della scienza ai fini conoscitivi e applicativi.
Nati lo spiega bene, con poche, semplici, quasi ingenue parole: “Nella lontananza, nella solitudine, qualcosa dentro di me iniziava a cedere e qualcos’altro prendeva a rinascere. Sentivo che mi trovavo per la prima volta dopo molto tempo sulla strada giusta”. È una sorta di conversione, di folgorazione, che viene efficacemente tradotta in un’opera che, per citare un recensore, Andrea Capocci del “manifesto”, sta “Tra scienza, esplorazione e thriller. Meglio di una serie di Netflix”.
Nel novembre 2018 Nati, astrofisico, parte per una ambiziosa missione internazionale: spedire nella stratosfera un telescopio di tre tonnellate per studiare la nascita delle stelle e le origini del cosmo. Gli scienziati coinvolti combattono contro le difficoltà del lavoro, amplificate dalla ostilità dell’ambiente, per portare a compimento un esperimento su cui hanno investito anni di lavoro. Una storia umana e professionale che inizia sui vulcani di Atacama, in Cile, passa per i più avanzati laboratori Usa, fino ai mesi antartici.
Alla storia di Nati vogliamo aggiungere una sola ma fondamentale addenda. L’Italia è uno dei grandi protagonisti della ricerca antartica grazie al Programma nazionale di ricerca in Antartide (Pnra), finanziato dal Miur e gestito dal Cnr per la parte scientifica e dall’Enea per la logistica, con due basi sul Mare di Ross (MZS Mario Zucchelli Station) e sul plateau a Dome-C (Concordia). La presenza italiana non è solo una bandiera tricolore, che pure ci inorgoglisce, ma una presenza di uomini, tecnologie, competenze che ci pone ai vertici nella conoscenza e salvaguardia di un ambiente nodale per il futuro del Pianeta e dei suoi abitanti.