Brevi note sulla megalopoli russa MOSCA Settembre-ottobre 2019

di Piera Mattei

Parte II

  Per fortuna dei moscoviti e di chi visita questa città, qui resta invece saldissimo il rispetto degli spazi comuni. Della pulizia delle scale, delle gallerie, delle hall, dei treni della metropolitana si sa, ovviamente. Ma anche le strade sono perfettamente curate negli ampi marciapiedi dove si può passeggiare o andare a passo spedito perché la pavimentazione non presenta insidiosi difetti. Certo non si tratta solo di civismo degli abitanti. L’amministrazione utilizza sì grossi camion che lavano le strade con getti d’acqua potenti, ma anche i tradizionali scopini, ragazze soprattutto, armate di scopa e raccoglitore, solitarie e silenziose sembra prendano il loro compito molto sul serio. Penso agli addetti dell’AMA a Roma, sempre in gruppi dediti a chiacchierare tra loro, mentre intorno regna sporco e squallore. Qualche anno fa dedicai una poesia a due gemelle, due belle ragazze in divisa di addette AMA che incontravo ferme alle bancarelle di Campo de’ Fiori a provarsi tranquillamente anelli e orecchini.

  Si dirà che la pulizia degli spazi comuni non è tutto in una città, ma certo contribuisce notevolmente a una condizione di rispetto della propria identità come cittadini. Tornando alla metropolitana credo di aver consumato le suole di un paio di scarpe avanti e indietro lungo i passaggi e ho sofferto abbastanza sprofondando nelle lunghissime scale mobili e risalendo poi in posizione semiverticale. Nella metropolitana come in altri spazi comuni c’è ovunque silenzio, niente richiami ad alta voce, o gridi. Tutti sono immersi nel loro iphone, ma possono compiere anche, silenziosamente, il gesto gentile di alzarsi per offrirti il posto a sedere. Nell’insieme la folla dona l’immagine di una comunità educata e piuttosto bella. Il motivo, mi sono detta, è che qui, almeno nei quartieri che ho frequentato, la popolazione è anche più giovane che nei quartieri che frequento a Roma. Nessuna scritta sulle vetture e sui muri, la città sembra uscire da un restauro generale e recente.

  Che posto ha a Mosca la religione cristiana ortodossa? Accendendo la televisione dalla quale, viaggiando all’estero anche senza possedere la lingua del luogo, si riceve sempre qualche informazione, si resta colpiti dalla frequente presenza di begli uomini forniti di stupende barbe in abiti solennemente neri e catene d’oro con il crocefisso al collo. Sono i rappresentanti del clero ortodosso che parlano in televisione. Del resto anche il panorama della città fiorisce di cupole d’oro, in particolare nel quartiere intorno alla galleria Tretiakov, dove le chiese si alternano alla presenza di Burger King, e certo Mac Donald e, sì, ancora una volta anche lì, chi ne avesse desiderio, può gustare il pollo fritto del Kantucky…
Sempre a proposito di preti. Al ritorno, aspettando d’imbarcarci, notiamo un prete ortodosso, abito lungo nero e catena d’oro al collo. É un uomo di enormi proporzioni, grosso e grassissimo e ci diciamo: Poveretti quelli a cui capita accanto sull’aereo, quello occupa spazio per due! Ecco, invece, è successo: salendo sull’aeromobile lo vediamo proprio infilato vicino al finestrino nella nostra fila. Al decollo l’hostess vuole verificare che il prete sotto l’ampia mantella si sia allacciato la cintura. E lui esclama offeso e indignato, in un italiano difficoltoso evidentemente perché noi fossimo testimoni di cosa gli tocca subire: “Non crede alla parola del sacerdote! In che tempi viviamo! Credono solo al dio denaro!”.

  Ma torniamo ordinatamente al diario. Qui gli homeless non sono molto presenti. Ne ho visti, sì, alcuni dormire sulle panchine in pieno giorno, presso le stazioni della metropolitana, ma non credo che resteranno lì anche la notte, nemmeno il clima lo permetterebbe. Non so dove finiscano i grandi poveri visto che ogni società capitalista ne produce e perciò anche qui non mancheranno. Per la strada a chiedere un tributo ci sono solo alcuni giovani canterini, talvolta dotati di tradizionali voci baritonali, accompagnati da percussioni e da ogni genere di strumenti a corde, anche ragazze che tutte sole, su una base registrata, approfittano dell’acustica degli ampi spazi dei sotterranei della metropolitana per spiegare la voce, oppure silenziose e loro, sì, quasi immutate nei decenni, le vecchie babushke che si appoggiano agli angoli presso gli ingressi della metropolitana o nei sottopassaggi.
Con queste mie note non ho inteso dire che a Mosca tutto funziona, non ho sufficienti mezzi per dirlo, voglio semplicemente rilevare che si ha l’impressione di una città della quale l’amministrazione ha cura.
Non posso però dimenticare il tragico racconto “Mosca- Petrozavodsk” che compare nella raccolta ”Precipitò nel mare cavallo e cavaliere” di Maxim Osipov, uscito nel 2016 per le edizioni Gattomerlino. Lì si racconta di giovani balordi che hanno spietatamente ucciso per rubare e l’autore mi confessò che purtroppo i fatti lì narrati sono ispirati a un tragico evento capitato nella sua stessa famiglia.

  Una mattina ho incontrato nel bar del mio albergo lo scrittore Dmitrij Streshnev, del quale stiamo traducendo il libro “La giovane yazida”. Il libro è interessante per due motivi, anzitutto perché ambientato a quegli inizi di quegli anni Novanta dei drastici cambiamenti ai vertici dell’Unione Sovietica e nella struttura stessa di quella confederazione. Il secondo motivo è che introduce, come personaggio del titolo, una giovane donna appartenente a quella comunità misteriosa, gli yazidi, legata a una religione monoteista, che probabilmente risale a periodi lontanissimi e precedenti all’islam, anche se l’islam tende a considerare quel culto come un movimento eretico della sua dottrina.
Il racconto si ambienta in Siria e l’autore mi consegna una copia pubblicata in arabo a Damasco. Così mi mette in contatto con una Russia non moscovita, una Russia potenza internazionale con salde radici nel Medio Oriente. L’autore infatti è vissuto per anni in quei paesi, come direttore della sezione araba di Russia Today, e ha un’ottima conoscenza dell’arabo. D’altra a parte, in questo quartiere borghese, dove in una piazzetta in atteggiamento riflessivo siede nel bronzo Marina Svetaeva –proprio di fronte alla casa dove per qualche tempo lei abitò, che ospita adesso un museo a lei dedicato- all’angolo del nostro albergo c’è il consolato del Tagickistan, una delle nove repubbliche ex-sovietiche, ora indipendenti, ma legate alla Russia nella CIS, comunità degli stati indipendenti. Ci sono sempre dei tagicki, che stazionano lì nella vicinanze, venuti evidentemente per richieste o rinnovi di permessi. Li riconosci, hanno un aspetto di gente povera. Molti degli appartenenti agli stati afferenti al CIS li incontri come lavoratori nei bar e nei ristoranti, alcuni simili ai cinesi nei tratti somatici.

Foto di copertina: “Nei pressi della Galleria Tretyakov”
Foto nel rettangolo: “La cura e la pulizia degli spazi”

Foto copyright Piera Mattei