Brevi note sulla megalopoli russa MOSCA Settembre-ottobre 2019

di Piera Mattei

Parte I

  Negli ultimi anni ero venuta a Mosca già un paio di volte, sempre nella primavera inoltrata, nei mesi di maggio e di giugno, quando la città mostra il suo volto più bello, le serate sono lunghissime e tiepide. In quei mesi si poteva notare anche un grande fervore di lavori stradali e la spiegazione era che d’inverno tutto si ghiaccia e lavorare il cemento non è possibile, quindi occorre concentrare le attività quando il clima lo permette.
Quest’anno, ho lasciato una Roma ancora estiva ma a fine settembre inizio ottobre ho trovato una Mosca già incamminata verso la sua lunga stagione del freddo, almeno nei primi giorni dal mio arrivo.
Con il freddo mi è tornato in mente il primo viaggio in questa città, in anni molto lontani, in una Mosca ancora sovietica. Erano i mesi ottobre –novembre, quindi già più spinti verso l’inverno e la neve era alta e già ghiacciata. Fu un soggiorno piuttosto lungo e, senza troppa paura del freddo, volammo anche fino a Novosibirsk, in Siberia. Mi è rimasta nella mente di quei giorni, tra le altre, l’immagine di donne massicce chiuse in stretti cappotti a guidare carri attrezzi. Ne conservo ancora le foto rigorosamente su carta. Viaggiare in Russia non era allora così facile, né comune. Al ritorno la rivista “Il ponte” pubblicò un mio “Diario sovietico”. La seconda occasione di venire in Russia fu proprio nel 1989, alla vigilia degli storici cambiamenti. Il viaggio toccò Mosca e Leningrado. La città che da anni ormai è tornata a chiamarsi San Pietroburgo o, semplicemente Pietroburgo, conservava ancora il nome del fondatore del comunismo sovietico, per quanto molto importanti fossero i segnali che non solo i nomi sarebbero presto cambiati. A Leningrado la persona che si prese cura di noi fu Boris Zaghercenia, del quale conservo un ricordo dolcissimo. Gli dedicai allora una poesia che però è rimasta fino a oggi in edita. Uscirà nella mia prossima raccolta “L’infinito dei verbi”

SAN PIETROBURGO-LENINGRADO
Boris Zaghercenia

San Pietroburgo-Leningrado
al solstizio d’estate

sottobraccio quasi volando
polline come neve
ci segue fin dentro l’Underground

scuotendoci quel bianco dai capelli
in quell’inglese inventato quasi
per l’occasione
che a senso si protende
solo se al viso guardi
alla bocca che ride nera
per una colazione di mirtilli
– in quell’inglese
esperienze di conflitti e di amori
ci scambiamo.

L’isola delle primule.
Seminascosti sono di color rosa
corpi pudichi nel tepore verde.
S’allontana di lunghi passi Boris
curvo nelle spalle altissime
e fermo, da lontano:
“Qui mi s’annunciò la guerra
nella casa che non esiste più dei padri”
annuncia solenne

“Zaghercenia ha due mogli”
così con simpatia di lui ridiamo
che per amore lui trabocca dall’una all’altra

e se la giovane cimentano
i pranzi di Lucullo
l’oca ben cotta e i doni
da bimba esagerata,
sorride l’altra con grazia nei denti d’oro
e ogni gesto copre la citazione di studi letterari
o la memoria d’un fratello morto
per Boris quell’amico che all’arte ispirava

Ma la vita continua su ben trecento ponti
duecento canali e fiumi
ed è festa per gli ospiti
che a mensa insieme siedono
anche se a quattro giorni partiranno

si susseguono i brindisi – è impegno serio il brindisi –
con vino della Georgia e con la vodka
finché l’anima effonde la sua melanconia
nel registro dei canti

So bene che si viaggia
per disserrare porte
dentro gli altrui destini

e tuttavia che in due si pieghi quell’uomo altissimo
e mi raccolga dentro un abbraccio slavo
mi sorprende minuscola e commossa
nella luce estiva
al treno di mezzanotte.

  Dopo una lunga pausa, tornammo a Mosca nel 2016, proprio al confine dell’autunno e trascorremmo circa una settimana in una spa di tipo ancora quasi sovietico, adibita ad albergo, a Malakhovka. Quell’anno il drastico passaggio all’inverno coincise con la premonizione di una particolare specie di uccelli che popolavano i bassi alberi del giardino intorno alle case della residenza. Si radunarono tutti con chiasso e richiami ed era ancora una giornata luminosa. Il giorno dopo erano tutti scomparsi, e scendeva la neve. Anche a quel viaggio dedicai un breve diario che pubblicai nelle edizioni Gattomerlino, proprio con quel nome Malakhovka e mettendo in copertina la foto della scuola dove Chagall aveva insegnato ai piccoli orfani della Grande Guerra e del periodo rivoluzionario. Di questi viaggi parlo al plurale perché, pur ritagliando per me le mie occasioni, ho sempre viaggiato con mio marito, lo scienziato Antonio Bianconi. E devo ringraziare lui e i suoi colleghi scienziati delle sempre interessanti opportunità, di incontri e conoscenze, che mi hanno offerto in Russia come in altre parti del mondo dove la scienza parla la sua lingua universale.

  Ieri, nel quartiere dove veniamo a stare, ormai per la terza volta in pochi anni, un quartiere inizio secolo ventesimo rimasto quasi miracolosamente intatto su una collina sopra l’Arbat, giravano un film, con l’utilizzo di Fiat127 di vari colori.
Trovo confortevole tornando in una città, riprendere possesso di quei luoghi che per poco saranno il quartiere della mia abitazione. Torno a passare nella piazzetta dedicata a Gogol dove adesso il suo bel monumento è in restauro, inscatolato in un involucro di pannelli di plastica. Sulla Novij Arbat la Dom Knighi, megalitico grande magazzino di libri, è sempre un bellissimo luogo dove trascorrere un po’ di tempo anche se libri non avrebbe senso per me acquistarne. Ma per le spese c’è sempre il ricco settore della cartoleria e quello delle carte geografiche, infine un piacevole angolo dove consumare in tranquillità una bevanda calda.

galleria tretyakov
Nei pressi della Galleria Tretyakov

  Torniamo alle donne moscovite, a quelle che incontri lungo Novij Arbat o nel quartiere intorno alla galleria Tretiakov in questo scorcio di settembre inizio di ottobre 2019, alla forma del loro corpo. Oggi le donne hanno un aspetto molto curato, sono per lo più longilinee e vestite con sobria eleganza e infatti anche qui sono molte le insegne di istituti di bellezza e i grandi magazzini che vendono abiti e profumi di grandi firme internazionali.
Mi colpisce molto questa uniformazione dell’immagine umana e mi pare di capire che sono gli oggetti messi a disposizione degli uomini a cambiarne le caratteristiche anche somatiche.
Infatti già arrivando dall’aeroporto, lungo la grande arteria che conduce in città dove, per lunghi tratti si procede a passo d’uomo, si riconoscono e si notano per la loro imponenza gli impianti di Ikea di Leroy Merlin, di Mac Donald , e di KFC il pollo fritto del Kentucky, tutti marchi rigorosamente scritti in caratteri cirillici, ma subito riconoscibili per la grafica. Se poi accendi la televisione, anche lì, certamente tutto è scritto in caratteri russi e ovviamente si parla russo, ma i gesti, le intonazioni con cui si reclamizzano i prodotti, nei frequentissimi siparietti pubblicitari, sono quanto di più noto e riconoscibile.
Quindi quando mi dico che sono gli oggetti a cambiare gli uomini certamente non parlo già qui di quanto la tecnologia ha realizzato, ma proprio dei mille prodotti superflui che l’industria e la moda portano al rango di oggetti del desiderio.
Parliamo dunque anche degli onnipresenti cellulari. Nelle folle silenziose, nella metropolitana, nei ristoranti, dovunque costituiscono la compagnia privilegiata. Sono scarsamente utilizzati per telefonate ad alta voce, come capita spesso nei mezzi pubblici romani. In una tavola calda/buffet dall’aspetto assai curato, con tavoli in tinte pastello, vedo molte giovane donne sole. Loro pagano, quasi tutte, appoggiando semplicemente il cellulare alla cassa elettronica e poi con il cellulare si siedono al tavolo e rimangono per il loro lunch senza alcuna fretta in compagnia di quello. Dico lunch non a caso, perché l’atmosfera è international ormai, ovattata e lievemente melanconica, con discreta musica in sottofondo, assimilata cioè ad analoghi ambienti i cui prototipi sono americani, nella maggior parte degli spazi frequentati da giovani. In un’altra tavola calda, più tradizionale, sarà anche per effetto dell’architettura del luogo, sento quasi con refrigerio, niente musica di sottofondo e un bel chiasso di voci. Allora, mi sono detta, c’è gente per la quale ancora il momento della cena a prezzi accessibili è occasione d’incontro, di conversazione di fronte a un boccale di birra da consumare in compagnia.
Non so quanto in profondo lavori la trasformazione che sta assimilando il mondo a un modello universale, che davvero non si sa se sia veramente il migliore. Questo certamente non è vero solo a Mosca, ma a Mosca colpisce di più perché per decenni questa città è stata la capitale di uno stato che portava avanti un modello alternativo e ancora oggi, a livello politico, si pone in contrasto con la politica di quegli States che nei consumi quotidiani imita senza interdizioni almeno palesi e senza sensi di colpa, ormai da decenni.

Foto di copertina: Novij Arbat di sera

Copyright foto Piera Mattei

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