Deborah e il flauto indipendente

di Mamma Oca

  Una serie di suoni acuti e dissonanti svegliò d’improvviso Deborah.
“Strano”, pensò, ancora mezzo addormentata: “Si direbbe la voce del mio flauto”.
“Buongiorno, Deborah”, disse una voce argentina.
Deborah aprì gli occhi e vide il suo fluato ai piedi del letto.
“Tu qui? Perché non sei nella tua custodia? Come hai fatto a uscire?”
“Io dalla custodia esco ogni notte: soffro d’insonnia e di claustrofobia”, rispose dignitosamente il flauto.
Deborah cominciò a preoccuparsi: “Un flauto che parla, che va in giro da solo… Forse sono ancora nel mezzo d’un sogno”.
“Sono venuto a dirti addio”, disse il flauto con solennità.
Sempre più sbalordita, Deborah chiese: “E dove vorresti andare?”.
“In giro, a tenere concerti”.
“Tu? Da solo?”.
“Sicuro! Vedi, nelle ore d’insonnia, per non morire di noia, leggo i tuoi libri di musica, specialmente quelli che parlano di me. In uno di questi era scritto che basta esporre un flauto all’aria perché si metta a suonare”.
“Sciocchezze, è solo una malignità, uno stupido paradosso”.
“Sbagli, è tutto vero. Non te l’ho forse dimostrato poco fa, profittando di uno spiffero della finestra?”.
“Non si può dire che fossero suoni melodiosi”.
“Per forza! Cosa vuoi che si possa ricavare da uno spiffero? Ti invito fin da ora ad ascoltami quando suonerò in un luogo esposto alle correnti d’aria: altro che quel signor Telemann che piace tanto a te”.
Debora guardava il suo flauto e scuoteva la testa: “Ho paura che ti stia mettendo su una strada pericolosa. Non puoi ripensarci ancora un poco, ponderare i rischi…”.
“Impossibile: ho convocato per domani una conferenza stampa. Non vedo l’ora di annunciare che sarò il primo flauto a esercitare la libera professione”.
“Sentirò la tua mancanza”, sospirò Deborah.

  I giornali diedero ampio spazio alla notizia, precisando che il concerto si sarebbe tenuto in una grande piazza cittadina, particolarmente esposta alle correnti d’aria. Il pubblico accorse numeroso, e per i primi minuti ascoltò con interesse la moltitudine di suoni che usciva tumultuosamente dai fori del flauto. Poi qualcuno cominciò a sbuffare: “Che noia, sempre gli stessi suoni, e per nulla gradevoli”, mentre i critici prendevano appunti sui loro notes: “Non c’è costruzione, solo sibili e fischi, non si può neanche chiamare avanguardia”. Dopo appena una mezz’ora d’esecuzione, tutti abbandonarono la piazza turandosi le orecchie.
La stampa parlò malissimo del concerto, l’impresario era furioso perché aveva dovuto restituire il prezzo dei biglietti, ma il flauto non si lasciò abbattere: “Avrei dovuto capire subito che in quella piazza tirava una brutta aria: aria viziata, densa di smog. Mi trasferirò in montagna, dove l’aria è notoriamente pura e, tra tutte quelle cime, chissà quante correnti s’incrociano”.
Lo sentì l’aria, che strillò inviperita: “Come ti permetti d’insultarmi, dandomi della viziosa dopo che ti sei servito di me, e gratis per di più! Tuttavia, ti porterò ugualmente là dove potrai trovare tutta l’aria che ti occorre”, aggiunse perfidamente, e lo precipitò nel mezzo di una corrente ascensionale che non lo mollò più, tenendolo costantemente in sospensione e portandolo con sé in ogni tempesta, tifone, tromba d’aria, tornado, uragano, burrasca che si compiaceva di scatenare.
Giusto in quel periodo, strani fenomeni legati alle perturbazioni meteorologiche cominciarono a verificarsi un po’ dappertutto. Una carovana che attraversava il deserto del Gobi per poco non fu risucchiata da una spaventosa tromba d’aria, i cui vortici di sabbia si innalzavano per centinaia di metri. Il capo carovana, passato lo spavento, si affrettò a riprendere il terrificante spettacolo della natura con il suo IPad e lo fece pervenire alla stazione meteorologica di Ulan Bator, dove l’immagine, debitamente ingrandita, lasciò scorgere uno strano oggetto che volteggiava in una sorta di frenetica danza. Si sarebbe detto un fuscello, ma nel deserto del Gobi non crescono alberi e neanche cespugli. A un successivo ingrandimento l’oggetto misterioso si rivelò per un flauto, e questa scoperta fece ancor più sensazione del fuscello, tanto che la foto, dopo che l’ebbe pubblicata con grande evidenza il più importante quotidiano di Ulan Bator, fece il giro di tutte le agenzie di stampa del pianeta.
“E’ lui, ne sono sicura”, disse Deborah quando un quotidiano romano riportò la fotonotizia, e voleva recarsi nel deserto del Gobi, ma ne fu dissuasa dagli amici, che le fecero osservare che il flauto – ammesso pure si trattasse del suo – doveva trovarsi seppellito da metri e metri di sabbia.
Ci fu poi il caso della piccola Mary Macdowell, che insieme ai genitori si trovava sul volo della Canadian Air diretto a Londra: allorquando il velivolo entrò in un fitto banco di nuvole, la bambina fece accorrere le hostess con i suoi alti gridi: “Mamma, mamma, il mio flauto è scappato, si trova fuori dal finestrino. “Ti sbagli, Mary, il tuo flauto è ancora nella sua custodia”, disse placidamente la mamma tirandolo fuori dal bagaglio a mano, ma anche altri passeggeri avevano visto un flauto sfrecciare all’esterno, parallelo al velivolo.
Anche questa volta fu dato ampio risalto al singolare avvenimento, e anche questa volta Deborah non dubitò che si trattasse del suo flauto.
Da quel momento, gli avvistamenti del flauto errante vennero segnalati nella penisola dello Jutland, a Samarcanda, Cipro, Timbuctu, Ptuj, Nimes, Vladivostok, e ogni altro luogo ove si verificavano fenomeni atmosferici.
“Sempre troppo lontano”, sospirava Debora; e aggiungeva, vergognandosi un poco: “Perché non succede mai una bella tromba d’aria in giardino?”.
Sembrò quasi che l’aria l’avesse ascoltata, accontentandola con un modesto vortice in un campo isolato non molto distante da casa. Dopo averlo osservato dalla finestra, Deborah si diresse velocemente sul posto, e non ebbe neanche bisogno di scavare per recuperare il suo flauto, che brillava in cima a un cumulo di detriti: intatto, ma stremato e sotto choc. Lo prese in mano e cominciò a spolverarlo delicatamente.
Il flauto apri un occhio e disse con un filo di voce: “Mi è sembrato di vedere Deborah! Debbo essere morto.”.
“Sono proprio io, scioccone”.
“Meno male, credevo di trovarmi nell’aldilà”.
“E adesso, cosa intendi fare?”
“Beh”, sospirò il flauto: “Dopo tutto, quel signor Telemann non era poi così male.