Mozart all’Opera di Roma Don Giovanni? Nient’altro che uno psicopatico secondo il regista inglese Vick

di Ivana Musiani

  L’idea di partenza, rivelata alla conferenza stampa, era quella di presentare Don Giovanni come uno psicopatico. E come tale lo ha fatto agire nell’edizione attualmente in scena al Teatro dell’Opera di Roma il grande (ad attestarlo basterebbe il Guglielmo Tell del ROF di pochi anni fa) regista inglese Graham Vick, che del dramma giocoso mozartiano ha curato parecchi allestimenti, presentando l’eroe eponimo sotto aspetti sempre diversi, neanche fosse un camaleonte. Convinto, come per la verità molti altri suoi colleghi, che attualizzare un’opera lirica sia il miglior mezzo per farla comprendere al pubblico di oggi, Vick non ha trovato altra soluzione che rendere psicopatico il suo Don Giovanni poiché i giovani sono tutti, o quasi a suo dire psicopatici: nella recita a loro riservata, i giovani si saranno riconosciuti?
La scena si apre su uno spoglio panorama grigiastro, salvo che per uno scheletrico albero nerissimo, cui sono appesi abiti maschili e femminili. Arrivano insieme due smutandati, che poi sono lo psicopatico e Donna Anna, che si infuria per avere al buio scambiato Don Giovanni per il fidanzato Don Ottavio. Avanza penosamente il Commendatore a difendere l’onore della figlia; è un vecchio cadente che si regge col deambulatore, ma Don Giovanni non si lascia impietosire e lo ammazza a bastonate: per forza, è uno psicopatico. Solo che a questo punto il pubblico non riesce più a scorgere nel personaggio il simpatico mascalzone quale lo dipingono sia la musica di Mozart e il libretto di Da Ponte, libertino e libertario, ma nemmeno ad accettare le nuove sembianze imposte dal regista.
E ora è la volta di una suora che irrompe agitatissima appiccando dovunque il ritratto d’un “chi l’ha visto?” (unico e apprezzabile momento spiritoso della regia), minacciando il ricercato di farne orrendo scempio e di cavarne il cor. Una suora? E con tanto di crocifisso sul petto che usa un simile linguaggio! Ma, un momento, questa suora non è altri che Donna Elvira, di cui il regista anticipa l’entrata in convento, annunciata nelle ultime battute dell’opera. Forse essendo inglese il regista ha una visione del cattolicesimo diversa dalla nostra, e non solo per quanto riguarda la suora bestemmiatrice, dal momento che si serve del lenzuolo della Sindone al posto della statua del Commendatore nell’atto del cimitero. E per finire, Don Giovanni se ne esce tranquillamente di scena con i propri piedi invece di precipitare negli inferi, dopo aver beffardamente staccato il dito minaccioso appartenente al gigantesco braccio raffigurato nella Creazione michelangiolesca come quello di Dio, sbucato sulla scena e occupandola tutta. E fa di più: quando gli altri descrivono il loro futuro senza più la presenza ingombrante di Don Giovanni, lui se ne sta appollaiato sull’albero, ascoltandoli e forse progettando altri nuovi guai per loro: quando si è psicopatici non ci si può comportare che così.
Dal punto di vista dell’esecuzione, si direbbe che la preponderante regia abbia esercitato una sorta di suggestione su tutto e tutti. Scena spoglia come si è detto, abiti che sembravano presi dalle bancarelle dell’usato, cantanti (quello da noi ascoltato era il secondo cast) senz’anima e personalità, un direttore dal curriculum di tutto rispetto, che aveva dalla sua persino un’incisione del Don Giovanni, che però se fosse stata quella ascoltata a Roma non avrebbe certo raggiunto i negozi di dischi. Dimenticavamo: se Don Giovanni era occupato nei suoi amorazzi con espliciti riferimenti a espressioni d’attualità che non figurano nel libretto di Da Ponte, anche tutte le comparse non erano da meno, sempre lì a mimare accoppiamenti o portandosi via in spalla compiacenti ragazze, alla maniera degli uomini della caverne. Il che era abbastanza riduttivo nei confronti del libertino, togliendogli il marchio dell’originalità, dal momento che lo facevano tutti.
Fischi pressoché scontati quando Vick alla fine si è presentato alla ribalta, ma non sarebbe la prima volta che un regista, quanto più sono rumorosi e reiterati i buu, tanto più si ritiene nel giusto.