Nel melodramma c’è cibo anche per il gatto

di Ivana Musani

  Nell’Ottocento, niente più del melodramma sollecitava l’appetito. Mentre Violetta esalava l’ultimo respiro uccisa dalla tisi, nei palchi e nel loggione il pubblico banchettava, sia pure con diversi menù: vino rosso e salame in piccionaia, champagne e fagiano tra gli elegantoni. I melomani più esigenti, ma non meno insensibili ai richiami del palato, potevano soddisfare la loro golosità ingozzandosi di sorbetti durante le arie delle seconde parti, passate alla storia della musica come per l’appunto “arie del sorbetto”. “Nei palchi, verso la metà della serata, il cavalier servente della dama fa di solito portare i gelati”: così Stendhal, che trovava “divini” i sorbetti. Nel foyer della Scala, invece, era molto richiesta la Barbajata, gustosa miscela di cioccolato, caffè e panna, inventata da Domenico Barbaja, l’impresario del teatro.

  Non erano da meno neanche quelli che si sgolavano in palcoscenico, le cui ugole venivano frequentemente innaffiate (sia pure per finta), da grandi bevute precedute da brindisi, il più celebre quello della Traviata. Compare Turiddu, nella Cavalleria rusticana, esalta il vino, “ch’è generoso”: sfido, faceva l’oste, mica lo beveva annacquato. Di contro, non mancano i vini con annessa polverina venefica. In questo modo Lucrezia Borgia manda all’altro mondo un figlio di cui ignorava l’esistenza (molti libretti d’opera campano di siffatte assurdità). Di osti e ostesse brulica il melodramma: Boris Godunov di Mussorgski, La sonnambula di Bellini, La forza del destino di Verdi, Carmen di Bizet, La fanciulla del West di Puccini (dove Minnie, la protagonista tutta candore e innocenza, è tenutaria d’una bettola per minatori), tanto per citare le opere più note. Nel Falstaff di Verdi, il personaggio del titolo ordina: “Tavernier, un bicchiere di vino caldo”. Locali storici, come l’Osteria della Giarrettiera, dove alloggiava il ciccione shakespeariano, si ritrovano anche ne La Bohème (il ristorante Momus, che occupa tutto il secondo atto), e nell’Andrea Chénier (il Caffè Hottot).
Tra i tanti brindisi, ci scappano fuori anche molte ubriacature, come nella Périchole di Offenbach, ed è la protagonista del titolo a farne le spese, mentre in un altro lavoro dello stesso autore, I racconti di Hoffmann, è quest’ultimo a rimanere vittima dei troppi boccali di birra ingurgitati, mentre la sua bella ne approfitta per andarsene con un altro. E un “ubriaco di primavera” si ritrova in Das Lied von der Erde (Il canto della terra) di Mahler. Nella Tosca di Puccini il capo della polizia barone Scarpia, lamentandosi che la sua “povera cena” sia stata interrotta dagli eventi politici, offre vin di Spagna alla cantante “per rincuorarla” (le ha appena fatto arrestare l’amante), ma intanto lei ha adocchiato un coltello da frutta e glielo pianta nel petto. Don Giovanni, nell’ultimo atto dell’opera mozartiana, beve un pregiato vino del Trentino Alto Adige il marzemino, intanto che sta facendo fuori un intero fagiano “con bocconi da gigante”, come osserva con invidia il suo affamato servitore Leporello.
L’opera più famosa di Ciaicovski, Eugenio Oneghin, si apre con la nobile padrona di casa e la sua njanja intente a confezionare marmellate. E se a Il lungo pranzo di Natale di Hindemith si contrappone la povertà del “picciol desco” della Manon di Massenet, con un solo bicchiere in due, c’è però da riconoscere che il melodramma dà da mangiare a tutti, persino ai gatti. Ne Il tabarro di Puccini, La Frugola, così detta perché raccoglie stracci da rivendere, esibisce tra le sue cianfrusaglie anche un cartoccio contenente cuore di manzo per Caporale, il suo soriano.
Tra i compositori si ritrovano molte buone forchette, a cominciare dall’insospettato Bach, autore tra l’altro di una Cantata del caffè. Più di lui Handel, tanto da venire raffigurato nel 1754 dal disegnatore Goupy come un grosso porcello che suona l’organo seduto su una botte di vino circondata da cibarie. L’austero Verdi, quando si trattò di recarsi a San Pietroburgo per la prima rappresentazione de La forza del destino, non fidandosi della cucina russa, si portò dietro grossi quantitativi di pasta e parmigiano. Però è Rossini il ghiottone per antonomasia del melodramma. Anche chi non ha mai ascoltato una sua opera conosce, magari per sentito dire, la ricetta che ha trascinato il suo nome nella gastronomia: i Tournedos alla (per l’appunto) Rossini. Nei suoi Péchés de vieillesse (Peccati di vecchiaia), brevi pezzo per pianoforte, si ritrovano titoli come: I piselli, Saltato in padella, Trito romantico, Ravanelli, Acciughe, Cetrioli, Burro, Fichisecchi, Mandorle, Uvetta, Nocciole. Mentre il suo voluminoso epistolario comprende anche le lettere che inviava al “signor Bellentani”, celebre salumaio di Modena, con richieste di zampone e cotechini “della più delicata qualità”.