Una regista cinese in una riserva indiana del Sud Dakota

di Piera Mattei

  Mi piace instaurare un colloquio con l’amico José de Arcangelo tornando a parlare qui di uno degli ultimi film che lui ha recensito:

The rider, il sogno di un cowboy (2019)

  Possiamo considerarlo un film americano, anche se molto particolare perché girato all’interno di una riserva indiana e la sua autrice (sceneggiatrice, regista e produttrice ) è Chloé Zhao, cinese nata e cresciuta a Pechino, prima di trasferirsi a studiare in Occidente. Zhao è un’artista davvero molto originale e coraggiosa, una che scommette tutto sulle sue scelte. Il suo primo film lo gira in una riserva indiana del Sud Dakota, dove incontra Brandy Jandreau, nativo Sioux, domatore di cavalli e campione di rodeo. Rimane così affascinata dalla sua presenza da decidere di fare un film con lui. A questo punto del loro progetto s’inserisce un evento drammatico, Brandy, durante un rodeo viene disarcionato dalla cavalla, che poi lo travolge sfondandogli il cranio e lasciandolo per più giorni in stato di coma. Si risveglia con una placca metallica inserita nella testa. Torna dalla famiglia, un padre e una sorella minore in una casa mobile nella riserva Lakota di Nativi Sioux.
Chloé Zhao vede sfumare i suoi progetti, ma quando, dopo qualche tempo viene a sapere che Brandy, continua a domare cavalli e a cavalcarli, pensa che questa passione e la vera storia di Brandy saranno il film che dovevano fare.

  A questo punto lo spazio della riserva e l’intera famiglia di Brandy sono inclusi nella storia e nel cast. Ognuno reciterà, attenendosi a una sceneggiatura rigorosa, il proprio personaggio.
Ne risulta una straordinaria commistione di invenzione e realtà documentaria. Brandy Jandreau, complessione stranamente chiara per un Sioux, sguardo intenso ma come rapito in una sua intima serenità sotto gli alti zigomi, è quasi sempre sulla scena. Accarezza, cavalca cavalli, risponde calmo ai capricci della sorella, si adatta a lavorare in un supermercato. Non sappiamo se interpreterà altri film. In questo è straordinario.
Il contesto umano della storia è per lo più maschile. Le donne si affacciano soltanto, consigliando saggezza e moderazione, forse anche rassegnazione. Particolarmente convincente la prestazione della sorella minore di Brandy, non ancora donna, affetta da sindrome di Asperger. Bravi anche e splendidamente diretti i personaggi secondari.
Ma la grande poesia del film non è soltanto nei personaggi, molto è dovuto alla fotografia quasi onirica, eppure, come dicevamo anche documentaria di Joshua James Richards, che indugia talvolta sul paesaggio o sul dettaglio, senza mai voler additare, quasi carezzando l’immagine. Infine la capacità di Brandy di toccare e ammansire i cavalli ha permesso alla macchina da presa di avvicinarsi molto agli animali realizzando dei loro musi e dei loro sguardi dei primi piani straordinari.

  Chloé Zhao, che ha oggi 37 anni, dimostra in questo suo secondo lungometraggio un’eccezionale intelligenza, ma insieme, senza ostentare il politically correct, la capacità di dare vita dignità e bellezza a luoghi e realtà dell’America non spesso visitati dalle cineprese. Non mancheremo di seguirla nelle prossime prove.
The rider, il sogno di un cowboy (2019) di Chloé Zhao con Brandy Jandreau