Manrico, detto il Lombrico

di Mamma Oca

  Già m’immagino i nomi che potrebbero venirvi in mente se qualcuno vi chiedesse di elencare i responsabili dei più grandi crimini contro l’umanità. Non fatelo, tenete quei nomi per voi, perché sbagliereste in ogni caso. Il più grande criminale di tutti i tempi sono io, Manrico, detto il Lombrico. Che poi sono un bruco, anche se mi definiscono impropriamente Lombrico per via della rima. Di solito la nostra anagrafe rimane circoscritta tra noi bruchi, ma tutti sanno come mi chiamo perché, avendo una moglie affettuosissima e apprensiva, non fa che raccomandarsi ad ogni istante: “Manrico, attento!”, così tutto il giardino e anche il contiguo orto ne furono informati. Una certa Rosa Zephirina, poi, sembra che provi un gusto perverso a strillare istericamente ogni volta che le sembra di scorgere un’ombra: “Soccorso, aiuto! E’ in arrivo Manrico il Lombrico!”, e questo per far accorrere Rita, una perfida bambina che odia me quanto ama le rose del suo giardino.
Ogni giorno, quei due riescono a escogitare nuove imputazioni nei miei confronti, ma si tratta d’una colossale montatura per mascherare l’ipocrisia di certi loro comportamenti. Io, per esempio, mi limito a sbocconcellare dalla Rosa Zephirina quel poco che basta per nutrire la mia famiglia, ma invece di ammirare la perfezione giottesca dei fori lasciati dal mio passaggio su qualche petalo, l’antipaticissima Rita si mette a gridare e a pestare i piedi, però poi non esita a spiccarne i rami più fioriti per disporli nei vasi o regalarli alle amiche. E il Professore del vicino orto, che mi dà una caccia spietata, vedeste che piatti d’insalata si mangia tutti i giorni, senza che sul suo conto si levino proteste o riprovazioni. Della discrezione dei miei passaggi, invece, nessuno vuol tenere conto e il mio nome è pronunciato ovunque con esecrazione, come quello d’un criminale. Morto, mi vorrebbero!
La Rosa Zephirina è quella che ce l’ha di più con me a causa dei suoi gambi, che non hanno spine: naturalmente questa carenza mi fa molto comodo e non vedo perché non dovrei approfittarne. Purtroppo Rita è sempre lì a farle la guardia, una notte quasi m’infilzai da parte a parte perché la sciocca bambina l’aveva tutta avvolta nel filo spinato per tenermi lontano. Quando le sue persecuzioni si fanno intollerabili, mi trasferisco nell’orto del Professore e, quando le verdure lo avvertono della mia presenza, ritorno nel giardino di Rita, ma sono maratone che mi sfiniscono.
Un giorno che dormicchiavo dopo un buon pasto sotto una foglia di lattuga, fui bruscamente risvegliato dal sinistro zacchete zac delle forbici che recidevano l’intero cespo. Diedi un silenzioso addio alla mia famiglia, che in quel momento fortunatamente si trovava altrove, e mi preparai a morire. Quando si è colti insieme all’insalata, non c’è scampo per Manrico il Lombrico (a forza di sentirmi chiamare così, mi ci ero abituato anch’io). Le prospettive erano una più atroce dell’altra: venire scaraventato nello scarico del lavandino durante i risciacqui, e già mi pareva di sentire gli strilli schifati dell’addetta all’operazione alla mia vista; oppure, se costei non badava troppo all’igiene, finire nella bocca d’un commensale.
Nell’attesa, decisi che la cosa migliore era quella di assecondare la cattiva sorte che mi aveva colpito cercando di assopirmi, così avrei sofferto meno. Io stesso rimasi meravigliato di come mi fu facile entrare subito in un torpore profondissimo. Sentivo a malapena le recriminazioni della lattuga contro il Professore che, dopo averla circondata delle più attente cure per farla crescere sana e robusta, ora si apprestava a mangiarla in poche forchettate. Anzi, dopo un po’ neanche più udii la sua voce.
Nel momento in cui l’insalata venne presa per essere tuffata nell’acqua, invece di sprofondare insieme a lei mi trovai non so come sospeso in aria. E lì continuai a rimanere, senza che mi costasse fatica. Anzi, la trovavo una cosa naturalissima, non mi ero mai sentito così bene. Sul mio dorso, avvertivo qualcosa che non c’era prima e che sbatteva con grazia e ritmo. Arrivai davanti ad una finestra aperta e ne profittai per uscir fuori. Dall’orto del Professore mi trasferii, vista la pericolosità del luogo, nel giardino di Rita, che come al solito faceva la guardia alla Rosa Zephirina. La mia nuova situazione mi permetteva di volteggiarle sulla testa, fuori della sua portata. E quante altre specie di rose potevo osservare da lassù, oltre alla bisbetica Zephirina. Ce n’erano di tutti i colori e di tutti i profumi. Abituato a strisciare, non potevo immaginare che esistessero al mondo panorami così ampi e belli. Il fatto strano però era che adesso, delle rose, non mi interessavano più né i petali né le foglie: provavo un desiderio tutto nuovo di tuffarmi nel loro polline.
Intanto Rita mi rincorreva tutta festosa gridando: “Bella farfalla, vola qui da me!”.
Adesso le piacevo!!!

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