Peter Fonda, l’eterno ribelle di Hollywood

di José de Arcangelo

E’ morto ieri, 16 agosto 2019, a 79 anni, l’attore e regista Peter Fonda non solo erede di una dinastia di attori hollywoodiani, ma soprattutto simbolo di una generazione ribelle che voleva un mondo migliore, di pace, giustizia e amore, e autore con Dennis Hopper (morto nel 2010) di un cult, che segnò lo spartiacque fra la vecchia e la ‘nuova Hollywood’ anni Settanta: “Easy Rider”.

Figlio di Henry Fonda (e di Frances Seymour Brokaw), fratello di Jane – anche lei rivoluzionaria anni ’60-‘70, maggiore di due anni e due mesi – e padre di Bridget, Peter era nato a New York il 23 febbraio 1940 e aveva lontane origini italiane, ma i suoi antenati erano anche olandesi, scozzesi e francesi. Il suo debutto è stato nel 1961 ma sul palcoscenico, a Broadway, in “Blood, Sweat and Stanley Pool” (premiato con il New York Critics, il Daniel Blum Theater World Award e il New York Critics Circle Award per il miglior attore esordiente), mentre sul grande schermo lo aveva preceduto la sorella maggiore Jane l’anno prima con “In punta di piedi” di Joshua Logan.

Dopo una prolifica partecipazione a serial televisivi (da “Channing” ad “Alfred Hitchcock presenta”) debutta al cinema con la commedia “Il sole nella stanza” di Harry Keller (Tammy and the Doctor, 1963), accanto alla star ‘adolescente’ Sandra Dee, seguito da “I vincitori” di Carl Foreman e “Lilith – La dea dell’amore” di Robert Rossen (1964), a fianco di Jean Seberg e Warren Beatty. Ma è stato Roger Corman a offrirgli il ruolo del giovane ribelle protagonista ne “I selvaggi” (1966), e poi ne “Il serpente di fuoco” (1967), scritto da Jack Nicholson.

 

 

Nel 1968, in attesa del debutto come sceneggiatore e regista in coppia con Dennis Hopper, partecipa a “Tre passi nel delirio”, tratto da Edgar Allan Poe, nell’episodio ‘Metzengerstein’, firmato Roger Vadim (gli altri registi erano Federico Fellini e Louis Malle), accanto alla sorella Jane. Ed ecco che l’anno dopo firma e interpreta il cult “Easy Rider” che resterà nella storia del cinema come il loro capolavoro.

Da allora la partecipazione come attore, negli anni successivi in ruoli cliché, ma anche in film di ogni genere (alcuni inediti in Italia), tra cui l’ottimo “Il ritorno di Harry Collings” (1971), da lui diretto e interpretato; “Zozza Mary, pazzo Gary” di John Hough (1974), “Le mele marce” di Peter Collinson (1974), “In corsa col diavolo” di Jack Starrett (1975), “All’ultimo secondo” (1977) di Richard T. Heffron. Dagli anni Ottanta ad oggi le sue sono state spesso partecipazioni straordinarie, anche in tv-movie e serial, incluso Netflix. Nel 1993 è nel cast di “L’ultimo inganno” di Christopher Coppola, nipote di Francis Ford, e nel 2007 del remake “Quel treno per Yuma” di James Mangold. I suoi ultimi film, ancora in attesa di uscita, “The Magic Hour” (2018) e “The Last Full Measure (2019).

Aveva avuto solo due nomination all’Oscar, la prima ovviamente come co-autore del soggetto e della sceneggiatura originale di “Easy Rider” e la seconda come attore protagonista de “L’oro di Ulisse” di Victor Nunez (1997) per cui aveva vinto il Golden Globe. Era stato sposato con Susan Brewer (1961-1974, madre di Bridget e Justin), Portia Rebecca “Becky” Crockett (1975-2011) e Margaret (Parky) DeVogelaere (2011-2019), che con la sorella Jane gli sono state accanto fino all’ultimo.