Echi e adattamenti di Walt Whitman nella poesia di D’annunzio

di Piera Mattei

  In quest’anno 2019 nel quale si celebrano i due secoli dalla nascita di Walt Whitman vorrò celebrarlo in più modi, a cominciare, anche per indicare un interesse non solo commemorativo, dalla revisione di un articolo che parecchi anni fa avevo dedicato alla verità che traspare anche nel tono retorico della sua poesia. Per meglio sottolineare la sincerità, che in parte se non in tutto riscatta la veemenza di quella tonalità, elaboravo una comparazione, sulla base di una citazione e parziale adattamento della lunga ode dedicata da Whitman alla memoria del Presidente Lincoln, con il grande poeta retorico della nostra tradizione, Gabriele D’annunzio.

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  In memoriam, una delle Odi navali di Gabriele D’Annunzio, pubblicate nel 1893, riporta in esergo, nell’originale, pochi versi di Walt Whitman, tratti da When lilacs last in the dooryard bloom’d, la lunga e grande ode whitmaniana alla morte, scritta in morte di Abramo Lincoln:
O how shall I warble myself, for the dead one there I loved?
And how shall I deck my song for the large sweet soul that has gone?
And what shall my perfume be for the grave of him I love?
L’ode dannunziana inizia quindi con l’adattamento di quegli stessi versi:
Quale sarà il mio canto oggi per questa tomba che amo?
Come alzerò il mio canto per la grande anima austera
ch’è disparita?
E con quale profumo questa serena tomba che amo
profumerò io dunque, oggi che in terra la primavera
è rifiorita?
L’ultima frase (oggi che in terra la primavera è rifiorita?), non presente nel testo whitmaniano, colloca, con terminologia consunta, il tempo della lirica al ritorno della primavera. Il ritmo obbedisce alla tentazione di una rotondità insulsa. Di diversa consistenza poetica, per la stessa determinazione temporale, è l’immagine che apre la lunga lirica da cui quei versi sono tratti: quando gli ultimi lillà fiorivano nel prato davanti alla casa. Quello che colpisce soprattutto è l’uso e lo svuotamento della poesia, in una trasposizione “quasi letterale”. The dead one there I loved, diventa questa tomba che amo. Scomparsa la persona (the dead one), compare l’oggetto (questa tomba), freddo per antonomasia; l’amore poi che a quell’oggetto si dichiara è al presente, a indicare una predilezione solo formale, dove nell’originale il tempo passato sottolineava la forza ineluttabile e travolgente della morte, rotto il legame con una persona che non c’è più.
La retorica dei marmi contro il mistero di quel mutamento che chiamiamo morte, e che è dentro al quotidiano avvicendamento della vita. Il tema della morte è in Whitman una costante, ma la morte di cui lui parla, non appartiene a luoghi separati, a cimiteri o a tombe, neppure qui, dove nello sfondo, mai in primo piano, c’è la realtà dell’assassinio di Lincoln.
Nella seconda riga, a conferma dello svisamento retorico, the large sweet soul viene tradotto con la grande anima austera, la tenerezza scambiata con moralismo e formalità. Mi fermo qui, tuttavia, perché invece D’Annunzio, allontanatosi non solo dalla lettera ma anche dal significato più profondo della lirica, continua descrivendo un’atmosfera di pasquale religiosità sotto il cielo di Roma:

Coi vostri soffi, o larghi vènti del mare, che dal Tirreno
che da l’Adriatico soffiando urtate la fronte irosa
de l’Appennino,
coi vostri soffi, o vènti de la tempesta e del sereno,
profumerò io dunque oggi la tomba ove riposa
l’eroe marino?

Alto splende il meriggio pasquale sopra la città santa.
Per la profonda conca del cielo il bronzo da ogni duomo
Cristo risorto
cèlebra. Tutta in gloria una diffusa anima canta
nel novo sole un inno al saliente figlio dell’uomo
Cristo risorto.

“Gloria!” Dal Viminale al Quirinale, dal Vaticano
al Laterano canta una diffusa anima:”Gloria
a Dio ne’cieli”.

Ne l’azzurro quieto sorride come un volto umano
il sole. De le bianche nubi men bianchi ne la memoria
son gli asfodeli.

“E in terra pace!” È mite oggi l’immensa Roma; che nacque
d’aprile. Già dei semi sparsi dal vento la tiburtina
pietra ai fastigi
fiorisce e ne le fonti spumano in giglio niveo l’acque,
mentre il vasto inno ondeggia da la solinga Santa Sabina
a San Luigi.

Ondeggia l’inno.”Gloria ne’cieli a Dio, e in terra pace!”
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In questo modo, con naturalezza, l’imitazione sfuma in quella sorta di plagio “spontaneo” che, in questa fase della produzione almeno, è atteggiamento distintivo dell’onnivoro poeta. Lui non si chiede se sia possibile armonizzare il suono delle campane di una Pasqua cattolica a Roma con l’atmosfera di strade appena tracciate in cui viaggia il feretro del presidente assassinato, dell’immenso continente americano. Quale concordanza poteva sentire con chi, con una certa disperata ilarità, così concepiva la vita futura: Lascio me stesso in eredità alla polvere, per rinascere dalla terra che amo, / se ancora mi vorrete, cercatemi sotto la suola delle scarpe.

  Cosa aveva inteso, cosa assorbito D’Annunzio dalla lettura, forse nell’edizione inglese parziale e censurata, redatta da W. M. Rossetti, di Foglie d’erba?
Intanto aveva derivato dal poeta americano, il verso lungo e inoltre, non nella poesia appena citata, ma altrove, nelle Laudi, la tecnica delle lunghe elencazioni dei mestieri e degli strumenti di lavoro, la retorica della società progressiva, l’enunciazione esclamativa, la serie degli interrogativi, le innumerevoli descrizioni del mare. Dovunque si avverte questo prendere in prestito, per puro amore dell’immagine e del suono, un’adozione frettolosa, non meditata, superficialmente retorica.
Si dirà: forse che Whitman, non fa anche lui troppo spesso della sua voce uno strumento altisonante? Questo è il punto: in cosa la retorica dannunziana differisce da quella del poeta americano fino a configurarsi come vero e proprio fraintendimento. La retorica dannunziana, nasce dall’esigenza di riempire tutto, senza soprassalti di fronte a quanto rinnova la parola. La retorica whitmaniana nasce dall’esplosione liberatoria dopo un lungo sobbollimento, dalla decisione di non tacere più, da un’autentica esigenza di dire tutto a costo di contraddirsi, dall’avere, con gioia e sorpresa, riconosciuto il proprio istinto al canto: Mi contraddico? / bene, mi contraddico, / (sono spazioso, contengo moltitudini). Nasce dal riconoscimento di un nuovo inizio, che include la rozzezza e la barbarie come valori. Scrive paragonandosi al falco maculato: Neppure io, però sono addomesticato, anch’io sono intraducibile, / e faccio risuonare un rauco urlo barbarico sopra i tetti del mondo. Altrove dice di sé: In coltivati gruppi siedo immobile e impacciato, perché alla cultura non sono avvezzo. No, questo non è davvero un ritratto che ci richiami D’Annunzio.
Infine un confronto forse arbitrario, che tuttavia si affaccia alla mente, dove la differenza profonda tra i due poeti non va a svantaggio del poeta delle Laudi. Sono due modi distanti ma tangenti nel sentimento erotico e panteista della natura. Mi riferisco all’imperativo che apre La pioggia nel pineto: Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane.
Potrebbe essere letto come l’adattamento, qui poetico, libero, consonante alla propria personalità, di un imperativo simile già in Song of myself:
Ozia con me sull’erba, libera dal blocco la tua gola, / non voglio parole, musica o rime, atteggiamenti consueti o insegnamenti, neppure i migliori, / solo cullarci mi piace, il suono vibrato che emetti a bocca chiusa.