Rutger Hauer, il ‘replicante’ olandese più umano degli umani

di José de Arcangelo

Bastano due titoli, “Blade Runner” e “La leggenda del Santo Bevitore”, a rendere immortale Rutger Hauer, anche se nella sua cinquantennale carriera ne aveva interpretato oltre 170 film. Il più celebre attore olandese che conquistò Hollywood e l’Europa a partire dagli anni Ottanta, è morto all’improvviso dopo una breve malattia il 19 luglio 2019, ma la notizia è stata comunicata dal suo agente soltanto ieri.

Nato a Breukelen, Utrech, il 23 gennaio 1944, aveva cominciato a recitare dopo un’adolescenza ribelle e di aver convinto i suoi superiori che la carriera militare non era per lui. Aveva debuttato in televisione nella serie “Floris” (1969), seguita da “Gli uomini della Raf”, ma è stato Paul Verhoeven a scoprirlo per l’esordio sul grande schermo offrendogli i ruoli da protagonista, da “Fiore di carne” a “Soldato d’Orange” (ma non solo), film dove l’ha notato Ridley Scott che lo scelse per il mitico ruolo del replicante ‘più umano degli umani’ nel cult “Blade Runner” (1982). Però nel frattempo, Rutger aveva già partecipato ad oltre una decina di film in Europa, fra grande e piccolo schermo.

Reduce del successo internazionale del film e del suo ruolo – Scott ha dichiarato che ha collaborato attivamente alla costruzione del personaggio e del celebre monologo “Ne ho visto cose che voi umani non potresti immaginare…” – è diventato un divo del grande schermo recitando ancora con Paul Verhoeven ne “L’amore e il sangue” e per Richard Donner in “Lady Hawke” accanto a Michelle Pfeiffer, entrambi nel 1985, seguito dal thriller “The Hitcher” e altri film d’azione e d’avventura.

“La leggenda del Santo Bevitore” di Ermanno Olmi (1988), dal romanzo di Joseph Roth, segna il ritorno al cinema d’autore e ad un’altra interpretazione straordinaria. Tornerà a lavorare con Olmi ne “Il villaggio di cartone” (2011). Nel 1989 è diretto da Lina Wertmuller (annunciato poco fa l’Oscar alla carriera per la regista), affiancato da Nastassja Kinski, “In una notte di chiaro di luna”. Ritorna quindi al cinema di genere tout court, dal thriller all’horror, dal fantasy al fantascientifico, da “Nostradamus” a “Il richiamo della foresta”, da “Dracula 3D” di Dario Argento (2012) a “Valerian e la città dei mille pianeti (2017) di Luc Besson; con qualche ritorno alla ‘realtà’, come ne “Il banchiere di Dio” di Giuseppe Ferrara (2002) e il terzo “Francesco” di Liliana Cavani (2014).  E lo farà fino alla fine, tanto che lo vedremo ancora. Infatti, è stato tra gli interpreti de “I fratelli Sisters” (2018), ma quest’anno ha partecipato a “Tonight at Noon”, “Viy 2”, “Emperor” di Lee Tamahori (“Once Were Warriors”), “Break” e in un episodio della miniserie “A Christmas Ghost”, tutti in post produzione.

Comunque nell’immaginario collettivo rimarrà soprattutto come l’ambiguo e affascinante replicante Roy Batty di “Blade Runner”, ambientato proprio nel 2019 e dove il suo monologo si conclude con “è tempo di morire”.