“The Deep” (Djùpiò)

di José de Arcangelo

Da un fatto realmente accaduto in patria, il produttore e regista islandese Baltasar Kormàkur ne trae – nel 2012 – un dramma esistenziale su un enigma, anzi un miracolo, ovviamente inspiegabile, di sopravvivenza, raccontandolo come un thriller teso e realistico in alto mare e sulle sue ‘conseguenze’.

“The Deep” (titolo originale Djùpiò) – sceneggiato dal regista (ormai a Hollywood) con Jon Atli Jonasson, autore del testo teatrale – narra un fatto accaduto in una notte del 1984, quando un peschereccio islandese si inabissa lontano dalla costa. I membri dell’equipaggio cercano di mettersi in salvo ma solo uno di essi, il giovane Gulli (l’efficace Olafur Darri Olafsson, sempre in scena), riesce nella disperata impresa, nuotando per circa sei ore nel gelido Atlantico del Nord e attraversando poi, a piedi nudi, un ostile terreno vulcanico ghiacciato riesce a sopravvivere. La sua miracolosa e intensa odissea lo fa oggetto di un’attenzione a livello internazionale, oltre che l’interesse della comunità scientifico-medica che lo sottopone a degli estenuanti test per cercare una spiegazione plausibile alla sua incredibile capacità di resistenza. L’unica constatazione scientifica è che il suo organismo reagisce al freddo come quello delle foche, infatti viene presto soprannominato ‘l’uomo foca’.

 

Un dramma che coinvolge e intriga – per un’ora e mezza -, attraverso il ritratto di un giovane timido e solitario (nonostante l’amicizia con i colleghi) che vive un’esistenza senza ambizioni né interessi, costretto ad affrontare una tragedia immane che gli cambierà la vita e da cui nemmeno lui credeva di uscirne vivo. Naturalmente il resto del cast recita nel prologo e nell’epilogo.

“Ero solo un adolescente – dichiara Kormàkur, già autore di “Reykjavik 101”, “Cani sciolti” e “Resta con me” – quando questo fatto è accaduto. Come tutti gli altri nel nostro piccolo Paese, ho provato compassione per le persone delle Isole Vestmann che ancora una volta avevano perso degli uomini in mare, ma ero anche affascinato dalle notizie circa l’unico superstite. Chi era quest’uomo? Di cosa era fatto? C’erano articoli sui giornali che dicevano che gli scienziati lo stavano studiando a fondo come una specie di fenomeno”.

“Lo chiamarono ‘l’uomo foca’ – aggiunge -, in riferimento al suo grasso corporeo, che si riteneva averlo tenuto in vita nel mare. Le immagini di quest’uomo particolare sono rimaste con me. Era un tipo grosso con i capelli ricci, ma era giovane, aveva solo 22 anni e c’era una strana seriosità in lui, era silenzioso e timido. Non propriamente il tipico eroe stereotipato, ma comunque qualcuno che ha sconfitto le avversità”.

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