Rita e la Rosa Zephirina

di Mamma Oca

  Ogni giorno, nel piccolo giardino di via Uganda 5, l’arrivo di Rita era atteso da tutte le piante quanto il sorgere del sole. Non solo Rita aveva parole gentili per ciascuna, ma le chiamava con il loro nome botanico, un riguardo che pochi usano con le piante, ma che loro apprezzano immensamente. L’ultima ad essere interpellata era la bellissima Rosa Zephirina, il cui già difficile carattere andava purtroppo peggiorando di giorno in giorno.
“Eccomi da te, cara Rosa Zephirina. Il mio giro è finito, ora posso dedicarti il resto della giornata. Hai dormito bene?”.
“Come posso aver dormito bene”, rispose invelenita la Rosa Zephirina: “Manrico il Lombrico non ha fatto altro che passeggiarmi su e giù per, tutta la notte, che ancora mi sento addosso il suo viscido contatto. Senza spine come sono, chi lo ferma più?”.
A Rita non rimase che constatare i danni arrecati da Manrico il Lombrico.
Riprese bisbetica la Rosa Zephirina: “Come vorrei dire quel che penso a quello sciagurato botanico che si è divertito a privarmi delle spine! Come non gli è venuto in mente che con i suoi stupidi esperimenti mi avrebbe lasciata alla mercé di tutti i malintenzionati , sia insetti che umani? Anche un bambino di due anni può cogliermi senza farsi male”.
“Non posso darti torto, cara Rosa Zephirina, però non devi dimenticare che è grazie all’inconveniente che lamenti se ti trovi al primo posto su tutti i cataloghi di giardinaggio”, tentò di consolarla Rita.
“Sai che soddisfazione”, sbuffò la Rosa Zephirina: “Sarei molto più contenta di essere uno dei tanti anonimi cespugli di rosa selvatica che crescono lungo le strade di campagna”.
“Non saresti così famosa”, protestò Rita.
“Però avrei ancora le mie armi di difesa”, ribatté la Rosa Zephirina, che proseguì: “Intanto, questa notte dovrò certamente subire nuovi attacchi da parte di Manrico il Lombrico, che magari ci porterà tutta la famiglia, visto quant’è comodo banchettare sui miei petali e sulle mie foglie”.
“Via, non lamentarti, ti prometto che non succederà più.
Mi è venuta una idea”.
Rita si avviò verso il capanno degli attrezzi e ne uscì con un rotolo di ferro spinato: “Ecco”, disse rivolta alla Rosa Zephirina: “Ora te lo avvolgo intorno al gambo, così a te sembrerà di essere una rosa come le altre, mentre Manrico il Lombrico troverà pane per i suoi denti”.
Il giorno seguente Rita trovò la Rosa Zephirina più furibonda che mai: “Che nottata spaventosa ho trascorso, e tutto per colpa tua. Per quanto cercassi di tenermi diritta, ogni alito di vento mi spingeva contro il filo spinato. Sono tutta una piaga. S’è mai vista una rosa che invece di pungere viene punta?”.
Rita era mortificatissima: “Mi dispiace tanto, ora ti tolgo il filo spinato”.
“Fa’ presto… Ehi, attenta! Mi fai male”.
Rita si scusò di nuovo e intanto pensava: “Cos’altro posso escogitare”, ma prima che le venisse in mente una qualsiasi soluzione, la Rosa Zephirina le disse perentoria: “Questa notte mi monterai la guardia”.
“Fa troppo freddo”, protestò Rita: “E poi, la mamma non me lo permetterebbe”.
“Che bisogno c’è d’informare la mamma? Aspetta che si addormenti e scendi in giardino. Copriti bene, magari prendi il sacco a pelo”.
Rita non ebbe il coraggio di rifiutare e passò una bruttissima notte. Ogni volta che si appisolava era risvegliata dalle grida d’allarme della Rosa Zephirina, che vedeva Manrico il Lombrico in ogni ombra. Solo verso l’alba riuscì a addormentarsi, e quando la mamma la ritrovò nel sacco a pelo si arrabbiò moltissimo, tanto da rinchiuderla a chiave nella sua cameretta quando si fece sera.
Venne il mattino e, appena liberata, Rita corse preoccupatissima dalla Rosa Zephirina che, senza neanche rispondere al suo saluto, le indicò i guasti
provocati dal famigerato Manrico il Lombrico nel corso del suo raid notturno.
Anche Rita non aveva parole per esprimere la sua costernazione, ma intanto si spremeva il cervello per trovare un rimedio più efficace e meno pericoloso del filo spinato. Finalmente, si ricordò che la mamma, per salvare la poltrona preferita dalle unghie del gatto Felicino, aveva l’abitudine di spruzzarla con una sostanza repellente che riusciva a tenere l’animale a grande distanza.
“Se questo è l’effetto che produce su Felicino, figuriamoci su Manrico il Lombrico, che è tanto più piccolo”, e passò all’azione, andandosene poi a dormire con animo sereno.
Quando Rita ridiscese in giardino, sembrava che un uragano l’avesse devastato. La bella corolla della Rosa Zephirina era completamente ripiegata sul suo stelo e lei stessa non dava segni di vita. Le piante più vicine, nel tentativo d sfuggire alle disgustose esalazioni del repellente per gatti, si erano sradicate dal terreno. Quelle più lontane erano mezze svenute oppure si trovavano in stato confusionale.
Per rimediare al disastro, Rita fu costretta a nebulizzare il giardino con la riserva d’acqua piovana sino a quando il terribile odore fu scomparso. Solo allora la Rosa Zephirina poté risollevarsi sullo stelo, ma era così languida che non le riusciva neanche di protestare. A farlo ci pensarono le altre piante: “Rita, così non si può andare avanti. Se hai dei problemi con la Rosa Zephirina, non vogliamo andarci di mezzo anche noi”.
“Avete ragione”, riconobbe Rita, e si avviò mestamente al capanno degli attrezzi. Ne uscì con un grosso paio di cesoie, di quelle usate per il taglio delle siepi, e con esse si diresse risolutamente verso la Rosa Zephirina che immediatamente, quasi per miracolo, ritrovò tutte le sue forze: “Ehi, Rita, cosa intendi fare? Ricordati che per avermi hai dato fondo a tutti i tuoi risparmi, e poi sono bella, la più bella di tutte le rose di questo giardino e su tutti i cataloghi di giardinaggio figuro al primo posto”.
“E’ inutile che cerchi di farmi cambiare idea. Da quando sei qui la vita di tutti è diventata un inferno e solo con un taglio definitivo potremo ritrovare la pace”, pronunciò Rita sollevando le cesoie.
“Si potrebbe fare un ultimo tentativo”, saltò su la rifiorente Rosa Madame Carrière: “Mi sembra di capire che il problema si riduce a una mancanza di spine. Io, di spine ne ho fin troppe: neanche me ne accorgerei se tu, Rita, me ne staccassi qualcuna per attaccarla alla Rosa Zephirina”.
“Anch’io ci sto”, disse languidamente la Rosa Rêve d’Or.
“Per una dozzina di spine mi unisco anch’io”, aggiunse in inglese, la sola lingua da lei conosciuta, la Rosa Blossomtime.
Anche le altre rose diedero la loro adesione. Rita non faceva che staccare spine e riporle in un cestino. Quando ne ebbe a sufficienza, corse in casa a prendere l’attaccatutto, ma dopo che ebbe applicato le prime spine sul gambo nudo della Rosa Zephirina, quest’ultima osservò imbronciata: “Sono troppo diverse, una è lunga, una è corta, una è chiara, una è scura….”,
A Rita caddero lo braccia dallo sconforto. Le cesoie, che ancora non aveva riposto, per l’involontario gesto si aprirono e si richiusero con un agghiacciante zacchete-zac.
Terrorizzata, la Rosa Zephirina strillò: “Perché ti sei fermata? Che aspetti, Rita, ad attaccarmi queste benedette spine? Attacca, Rita! Attacca!”.