D’Annunzio e il “prefetto sbagliato”

di Andrea Lombardinilo

  Tra i personaggi vicini a Gabriele d’Annunzio durante il soggiorno al Vittoriale vi fu il conte Enrico Grassi Statella, cui lo studioso gardesano Ruggero Morghen dedica uno studio volto a ricostruirne il profilo biografico e letterario: “D’Annunzio e il prefetto sbagliato. Il ‘caso’ di Enrico Grassi Statella” (Solfanelli). “Velleitario delle lettere italiane”, Grassi si era distinto come combattente nella Grande Guerra, al termine della quale aderì al fascismo. Amico e confidente del poeta, nel giugno 1929 ottenne la nomina a prefetto di Taranto proprio grazie a d’Annunzio, che così era intervenuto presso Mussolini: “Credo di averti scritto chiedendoti per lui – alcun tempo fa – una prefettura nel Regno. Egli ha tutte le qualità per reggerla: è probo quanto esperto, è diritto quanto acuto” (7 aprile 1929); “Ma come potrai, senza che il cuor ti rimorda, trascurare il tuo devotissimo colonnello Enrico Grassi? (27 maggio 1929). Il 24 giugno Mussolini comunicava a Gardone Riviera che “con decreto in data odierna il tuo raccomandato Enrico Grassi è stato destinato a reggere la Prefettura di Taranto”.
Il carteggio svela la fitta trama di contatti tra d’Annunzio, Grassi e Gian Carlo Maroni, l’architetto del Vittoriale. Grassi è spesso citato nelle lettere tra il poeta e il suo architetto negli anni tra il 1923 e il 1927. Si impegnava nel reperimento di oggetti antiquari, elementi lapidei, reperti archeologici destinati ad abbellire il Vittoriale. Grassi è il “rigattiere colto” in grado di rintracciare capitelli, massi, stemmi, trabeazioni, marmi che potessero soddisfare il gusto arcaico del comandante. Nella lettera a Maroni del 28 maggio 1923 il poeta parlava di alcuni massi: “Caro Gian Carlo, con il Maggiore Grassi stabilii che oggi sarebbero venuti i massi, alle 15. Ti prego di telefonare per chiedere se convenga, mentre le piogge di stanotte rendono il terreno sdrucciolevole e molle. Ho deciso – e ti dirò le ragioni estetiche – di rinunciare alle basi. I marmi devono essere sul nudo suolo. Telefona. Io preferisco il differimento, e il sole”. È poi la volta degli stemmi che adornano la facciata della Prioria, come attesta Maroni il 1° ottobre 1925: “Visitando tutti gli antiquari di Padova ho trovato 4 pezzi dei quali 3 buonissimi. Un torso di Eva molto pittorico, un bassorilievo di Cristo primitivo nella grandezza 40×50, uno stemma di Torino vecchio e uno stemma fiamma. Questi li ho comperati, e fra qualche giorno saranno al Vittoriale. Il Maggiore Grassi si è prestato gentilmente nella ricerca mettendomi a disposizione mezzi di trasporto e indicazioni”.
Grassi si dilettava anche di poesia. D’Annunzio riceveva sistematicamente le sue pubblicazioni, che elogiava e allo stesso tempo dileggiava: “Mio caro Enrico, come puoi, nel tempo medesimo, essere tanto esquisito e tanto fecondo? Ricevo ora il tuo bel libro, mentre sono malato e tristissimo. Per tagliare le pagine, ho un tagliacarte eroico, battuto in ferro nemico da combattenti. Ti abbraccio, pregami un poco di pace!” (agosto 1928). Le lettere denotano un autentico rapporto d’amicizia, che culmina nella nomina di Grassi a prefetto di Taranto. Così d’Annunzio il 27 luglio 1929: “Oggi per la prima volta respiro senza dolore. Le crudeli nevralgie causate dalla immobilità dileguano. Son contento che tu sia prefetto in una città della gesta d’oltre mare e della gesta di Cattaro. So che tutti i tuoi sudditi son contenti. Dammi notizie della tua gente diletta”.
In breve tempo Grassi si inimicò buona parte della popolazione tarantina: il proclama pubblico mirato a contrastare il costume popolare della “scesa” (la fuga d’amore) conteneva espressioni irriguardose nei confronti della popolazione locale: “Siano colpite le scese senza pietà: colpita la donna siccome gatta oscena, colpito il maschio come becco beota”. Mussolini lo rimosse prontamente con un telegramma: “Ritenetevi nominato Prefetto per errore”. Da quel momento d’Annunzio evitò ogni rapporto con Grassi, prefetto per sbaglio suo malgrado.