Visti tutti i film in concorso alla 55.a Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro

di José de Arcangelo

PESARO, 22 – Ieri, penultimo giorno della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro sono stati presentati gli ultimi due film in gara per il Premio Lino Micciché. Del primo, il brasiliano-portoghese “Portatemi la testa di Carmen M.”, ne avevamo già parlato. Il secondo è stato l’indiano della giovane regista Yashaswini Raghunandanha, per la prima volta in Italia,  “That Cloud Never Left”, prima opera di finzione realizzata dalla trentacinquenne di Bombay, attualmente ad Amsterdam per una residenza d’artistica.

La particolare attenzione che rivolge al suono e alle sue potenzialità narrative si riflette in questa opera che vaga per le vie di un piccolo villaggio fuori Calcutta riprendendo un’umanità variegata. La particolarità dell’opera di Raghunandan sta però nel mescolare metatestualità e mise en abyme giocando con spezzoni di vecchi film di Bollywood estratti da materiali di scarto che i bambini del film utilizzano per confezionare giocattoli sonori. Parte della sperimentazione visiva ricorda quella del maestro canadese (nato in Scozia) dell’animazione (non solo) Norman McLaren che, negli anni Sessanta, sperimentava dipingendo addirittura (o ‘graffiando’) direttamente sulla pellicola, solo che stavolta tutti questi effetti vengono realizzati più velocemente (e facilmente) coi mezzi digitali.

Non a caso anche la regista cilena (da vent’anni residente a Barcellona) Camila José Donoso invece, anche nel suo “Nona. Si me mojan yo los quemo” (t.l. Nonna. Se mi bagnano, io li brucio), come l’altro film gioca sul confine tra realtà e finzione – usando sovrimpressioni, effetti pellicola invecchiata o rovinata, flash back -, quindi, cinema e vita, in una storia di vendette personali e sociali al cui centro c’è la nonna vera della regista, la quale interpreta un personaggio sopra le righe e fuori dagli schemi.

Quando ‘Nona’ si sposta per l’estate nella sua casa sulla costa cilena, assiste a una serie di misteriosi incendi che costringono molti dei suoi vicini a lasciare le loro case, mentre la sua abitazione rimane miracolosamente intatta. Girato in diversi formati romanzando vicende della vita della nonna, la giovane regista cilena restituisce con grande amore (quello di una nipote) un personaggio complesso e sfaccettato che, nonostante l’età, assurge a simbolo della società cilena contemporanea, ancora segnata dalle cicatrici della dittatura di Pinochet, ma non così convinta dei suoi più recenti cambiamenti.

“Demons” di Daniel Hui (Singapore) racconta il perverso rapporto regista-attrice in un dramma portato all’esasperazione, quasi fosse un allievo inconscio di Malik. La giovane attrice Vicki, quando riesce ad entrare nel cast dell’ultimo lavoro teatrale di Daniel, crede di aver ottenuto il ruolo della sua vita. Ma il suo primo ruolo si rivela un’interminabile tortura grazie al geniale regista. Non solo, anche perché quando si rivolge a persone amiche in cerca di aiuto, queste l’incoraggiano a interpretare l’abuso emotivo come elemento di crescita artistica. La cornice super stilizzata e ‘leccatissima’ rimanda ad una gabbia dorata da cui non si può fuggire, grazie anche alla fotografia di Looi Wang Ping, che spazia tra bianco e nero e colore, e persino il Super8.

Dalla Spagna arriva “Meseta / Inland” di Juan Palacios, originario dei Paesi baschi che oggi vive ad Amsterdam. Alla ricerca della terra dei suoi antenati, in un luogo imprecisato della Spagna centrale, l’autore incontra un pastore che sogna di andare sul lago Titicaca (che sta in Bolivia ma crede negli Usa); un duo musicale vintage che rimembra la loro epoca d’oro; due ragazzine alla ricerca infruttuosa di Pokemon, mentre la maggiore racconta leggende horror; un anziano che per addormentarsi anziché pecore conta tutte le case vuote del paese semi abbandonato. Un suggestivo e inquietante viaggio tra passato, presente e futuro di un paesaggio ormai vuoto e sterile della Spagna. Come, del resto, accade in parte in Italia, ma non in pianura.

“Square” di Karolina Bregula (Polonia/Taiwan) si affida al surreale per offrire una metafora della società contemporanea divisa fra paura e ‘incomunicabilità’ nell’era della supercomunicazione (virtuale). Girato in gran parte a Taiwan (e Varsavia), quindi gli attori parlano soprattutto in mandarino taiwanese e in polacco. La pacifica esistenza di una cittadina (cinese) viene turbata dalla statuetta che si pensava non esistesse più (rimossa alla fine del precedente regime politico), mentre era rimasta nascosta tra i cespugli della piazza. Ma, ad un certo punto, la scultura comincia a mormorare, poi a cantare e, infine, pretende di fare delle domande…

Infine, il giapponese “The Kamagasaki Cauldron War” di Leo Sato (discepolo di Makoto), girato in 16mm e coloratissimo, si affida al mix di generi (dalla commedia al documentario, dal poliziesco al gang-movie, finzione e realtà) racconta un quartiere ‘invisibile’ di Osaka che fin dal dopoguerra raccoglie lavoratori saltuari e prostitute; un enorme e frenetico ‘calderone’ nel quale si scatena la guerra fra bande e ne viene fuori  l’affetto e l’amicizia che lega una comunità apparentemente sbandata.

I vincitori verranno annunciati stasera durante la cerimonia di premiazione.