A Pesaro registe russe e spagnole a confronto per gli “Sguardi femminili”

PESARO, 21 – Due incontri tutti al femminile hanno aperto la giornata di ieri alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, il primo è stato quello dedicato agli ‘Sguardi femminili russi’, un programma che compie quest’anno dieci anni a Pesaro, in grado di dare una visione sempre aggiornata del cinema russo più recente realizzato dalle donne. Nella seconda parte è toccato alle registe del nuovo cinema spagnolo contemporaneo.

Il primo incontro – come di consueto – è stato moderato dalla curatrice della sezione Olga Strada (col direttore Armocida) che ha introdotto la responsabile del Centro dei festival cinematografici e programmi internazionali russo Irina Borisova, la quale ha messo in risalto i molti punti di contatto tra Pesaro e Mosca: “il tentativo è quello di cercare di invitare autrici che, seppur giovani, hanno già elaborato uno stile ed una sensibilità ben definite, alimentando un interesse per il cinema russo che fino ad ora non è mai calato”.

Cinque opere in programma, tra lunghi e cortometraggi realizzati da altrettante registe, e ne hanno parlato le registe Marianna Sergeeva, (“Holydays – Vacanze”), Elizaveta Stišhova che ha introdotto in Piazza il già pluripremiato “Sulejman Mountain”, e l’attrice Maria Borovicheva, protagonista di una sorta di romanzo di formazione, “ The Port”, realizzato da Aleksandra Streljanaja, presentato proprio ieri al Teatro Sperimentale (Sala Grande). A esordire è stata la Sergeeva, precisando come la scuola del documentario di Marina Razbezkina – dove lei si è formata – abbia avuto su di lei una influenza determinante nel suo modo di pensare il documentario e rendere la realtà nella sua essenza più profonda, fra sensibilità e background, “fine che può essere raggiunto attenendosi a rigide regole e utilizzando specifiche tecniche di lavoro, come il divieto dell’utilizzo dello zoom, della musica extradiegetica, né girare all’insaputa delle persone, o interagire nel quotidiano con i protagonisti (nemmeno mangiare), o qualsiasi altro escamotage fuorviante per la verosimiglianza della resa attoriale. Il regista deve essere da solo sul set al fine che i ‘personaggi’ non si accorgano nemmeno della sua presenza”.

Ha proseguito Elizaveta Stišhova, illustrando le idee alla base del suo lavoro: “Anche se si tratta di finzione l’approccio è stato come fosse realtà. La mia volontà era quella di raccontare i quattro protagonisti cercando di limitare il più possibile l’influenza registica, favorendo la libertà attoriale degli interpreti, in comunione con gli elementi che caratterizzano il cinema-documentario”.

“E’ un bambino alla ricerca di una famiglia, della felicità – spiega sul ragazzino protagonista  -, infatti lo chiede alla Montagna (Sulejman è famosa per i suoi ‘miracoli’ ndr.). Comunque la scelta è stata difficile e ho scoperto questo bambino con una faccia da vecchio, sentivo che fosse molto chiuso e non capivo se sarei riuscita a fargli fare la parte. Era arrivato che si sentiva una star ma ho scoperto che aveva alle spalle un’ottima famiglia e delle sorelle, ma non era presenti sul set, l’ho lasciato libero e si faceva guidare. Tanto che alla fine era lui stesso a dirmi ‘vuoi di più, chiedimi che io lo faccio”.

Mentre l’attrice Maria Borovicheva, raccontando l’esperienza vissuta sul set di “The Port”, pellicola nella quale “ero chiamata ad interpretare una ragazza rimasta invalida (dopo l’incidente stradale in cui ha perso la madre ndr.). Per immedesimarmi meglio nel ruolo ho deciso di girare per le strade di San Pietroburgo in sedia a rotelle, avvertendo la sensazione di invisibilità che le persone handicappate sono costrette a provare ogni giorno”.

Sulla presunta ‘nuova onda’ del cinema russo, non sono tutte d’accordo. “E’ indubbio che una ‘new wave’ c’è, ma cambia e si ricrea ogni volta a seconda del cambiamento politico, e si cerca sempre di evitare la tradizione”, afferma  la Stišhova, e aggiunge che Sokhurov ha creato nel Caucaso una scuola di cinema e su nove studenti del suo corso tre hanno esordito nella regia e i loro film sono stati presentati ai Festival Internazionali di Cannes, Berlino ed altri.

“Il mio è uno sguardo diverso – ribatte Borovicheva -, giudico i film da giovane spettatrice, da attrice, anche dalle esperienze che ho sul set”.

“I festival chiedono spesso alla Russia film sulla situazione politica – conclude la Sergeeva -, ma io non sono d’accordo. La nostra scuola racconta l’aspetto umano, le piccole realtà quotidiane. Ma non vuol dire che non ci interessa la politica, ma è più importante raccontarla attraverso la piccola gente”.

Di particolare importanza è stato anche quello dedicato al focus sul cinema spagnolo, che ha recentemente conosciuto un grande boom di debutti al femminile. Ad introdurre l’incontro Annamaria Scaramella, organizzatrice del festival indipendente “Márgenes” di Madrid, aperto al cinema di avanguardia e alle nuove tendenze. Hanno partecipato tre delle cinque registe presentate all’interno della rassegna: Andrea Jaurrieta, protagonista della proiezione in piazza nella serata precedente con il sorprendente “Ana de día” (il titolo è ispirato a “Belle de Jour”, capolavoro di Luis Bunuel), Diana Toucedo che stasera introdurrà “Trinta lumes”, e Anxos Fazans, regista di “A estación violenta” (t.l. Una stagione violenta), presentato mercoledì pomeriggio.

“Ana de día”, proposto nel concorso Cinema in Piazza, opera prima della Jaurrieta che ha decollato al Festival di Malaga e ottenuto anche una nomination ai Goya, “affronta il tema dell’identità  – dice – e delle convenzioni sociali, dove pongo la domanda se sia possibile fuggire da sé stessi”. L’autrice ha illustrato il complesso e complicato percorso produttivo del film, “durato otto anni, con un budget molto limitato e con continue difficoltà produttive che mi hanno condotta ad assumere il totale controllo sulla mia idea ricoprendo il ruolo di produttrice, sceneggiatrice e regista, garantendomi una totale libertà espressiva a fronte di un duro lavoro”.

“A estación violenta” è anche il primo lungometraggio di Fazans, un “progetto intimo e personale, contraddistinto da una messa in scena diretta e naturalistica e attraversato da una sensazione di vuoto e inquietudine”. A differenza della collega, la Fazans non ha avuto problemi di fondi, “in quanto sono sempre stata sostenuta da un produttore, che mi ha proposto l’adattamento del romanzo omonimo di Manuel Jabois (aveva acquistato i diritti 15 anni prima ndr.) dal quale, dopo molte stesure e cambi di rotta, ho carpito l’essenza del mio film riscrivendolo completamente in piena libertà”.

Problematiche che ha invece dovuto affrontare Diana Toucedo, il cui “Trinta lumes” ha avuto la sua anteprima mondiale alla Berlinale: “le idee forti alla base del film – che ha avuto una gestazione travagliata – sono quella del tempo, che da montatrice mi sta a cuore, ed il suo intrecciarsi sui suoi vari piani assieme alla concezione della morte, concepita non come la fine di ogni cosa, ma piuttosto come una trasformazione”. Questi fattori sono direttamente collegati alla realtà all’interno della quale l’opera è stata girata, la Galizia (che ha sostenuto il progetto a condizione che venisse realizzato entro l’arco di quattro anni ndr.), dove “passato, presente e futuro non si susseguono linearmente, in una dimensione rurale che fonde il reale all’immaginario”. Infatti, “in Galizia il tempo e la morte vengono concepiti in modo diverso e noi (con la direttrice della fotografia Lara Villanova ndr.) abbiamo cercato il modo di interpretarlo perché è come si trattasse di un mondo parallelo – dove la percezione dello spazio è differente e la morte non è una fine ma l’inizio di qualcos’altro -,  e tutto si fonde attraverso l’obiettivo”.

Ha preceduto gli ‘incontri femminili’ in Pescheria, la presentazione della rivista “Sentieri Selvaggi XXIst”, che (ri)torna nella versione cartacea del celebre sito di cinema diretto da Aldo Spinello e Carlo Valeri, per i quali “tornare al cartaceo è stata una sfida”, soprattutto perché la decisione è stata quella di realizzare una “rivista ‘espansa’ che oltre al cinema in generale tratterà anche serial tivù e videogiochi, arte e architettura”. Per cercare di conquistare il pubblico si è deciso di puntare con decisione su una parte estetica molto curata, anche nell’ottica di realizzare un oggetto da collezionare e tenere in libreria, in contrapposizione all’immaterialità della rete, senza ovviamente prescindere dai contenuti di primo livello che da sempre contraddistinguono anche il sito.