Il cinema di Lee Anne Schmitt: il paesaggio, la storia e le persone

di José de Arcangelo

PESARO, 20 – Ieri, giornata piena di attività e proiezioni alla 55.a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema. Infatti in mattinata si sono tenuti tre incontri pubblici di grande interesse, non solo per addetti ai lavori e appassionati di cinema. Ad aprire la giornata al Centro Arti Visive Pescheria la presentazione di un nuovo Master all’Università di Urbino denominato “Master per professionisti del linguaggio cinematografico”. Un percorso di studi presentato dal direttore Roberto Danese e dal co-direttore Alessandra Calanchi, che hanno detto, “nato dall’esigenza di far conoscere la cultura cinematografica, poiché pensiamo che ci sia una mancanza di formazione culturale sul cinema”.

Un master che si propone di riparare quella “spaccatura che pone da una parte il mondo accademico nel quale il cinema è solo ‘parlato’ (ovvero la teoria ndr.) e dall’altra gli esecutori tecnici che vi si specializzano”.  La prima edizione del corso – tenutasi l’anno scorso e premiata dalla SIAE come eccellenza – è nata quindi proprio per creare uno stimolo a lavorare con gli strumenti fisici del cinema e, allo stesso tempo, acquisirne consapevolezza anche a livello teorico e culturale. E abbraccia tutti i punti di vista, dalla storia del cinema al montaggio, dalla regia alla critica, dalla psicoanalisi alla intermedialità. Del comitato scientifico fanno parte, tra gli altri, il direttore della Mostra Pedro Armocida ed esperti e studiosi italiani e americani.

Un incontro di rilevante importanza è stato quello con la regista americana Lee Anne Schmitt, protagonista di una personale a Pesaro e per la prima volta in Italia direttamente da Chicago, sua terra di origine. Ad affiancare l’autrice il curatore della rassegna Rinaldo Censi, che ha presentato il lavoro della Schmitt, autrice di documentari o film-saggi legati a una precisa idea di paesaggio nel “West” statunitense e al concetto di frontiera. La regista ha evidenziato l’importanza del “focus sui paesaggi, che per la prima volta ho iniziato ad analizzare osservando la zona industriale abbandonata di Chicago, anche grazie ad uno studio sulle arti performative (in un gruppo di 7 donne), poi abbandonate in favore di un approfondimento sul campo cinematografico”.

Dalle sue opere emerge un particolare l’interesse per l’utilizzo della cinepresa analogica a 16mm “preferita a supporti digitali per un piacere legato alla tangibilità del materiale prodotto, inclinazione derivante anche da una mia precedente esperienza lavorativa in ambito fotografico”. La scelta di girare in pellicola si rivela così un atto artistico dal forte impatto teorico, poiché “il formato quadrato permette un lavoro di osservazione accurato sul tipo di rapporto esistente tra lo sviluppo paesaggistico e le persone che ne sono influenzate, prestandosi ottimamente anche a raccontare tematiche storiche e sociali degli Stati Uniti.” Tematiche che sono emerse chiaramente anche nella trilogia presentata ieri: “The Wash” (2005), “California Company Town” (2008) e “Company Town Remix” (2012).

“Ero partita dalle chiese per poi via via avvicinarmi alle persone e mostrare che non solo il paesaggio cambia ma cambiano anche le persone e non potendo più fare affidamento sui fondi pubblici, ho deciso di fare tutto da sola: dalle riprese al montaggio. Ho continuato a girare in 16mm anche perché mi piace la tangibilità del mezzo e il formato ‘quadrato’ si presta bene per creare un rapporto con la storia del Paese e diretto con lo spettatore. Rappresenta un’affermazione politica e generazionale. Tutti i miei film sono su uno scaffale, mentre i video penso che vadano sempre aggiornati e curati perché col tempo creano dei problemi”.

E, a proposito di Clifford Odets, scrittore, commediografo e sceneggiatore, a cui ha dedicato il suo film di diploma (o laurea) afferma: il suo utilizzo naturalista del linguaggio era già sfumato, ma portando in scena il quotidiano della middle class non ha avuto vita facile, ed è stato chiamato a testimoniare per ‘attività antiamericane’, ma non immaginavo il suo lavoro avrebbe acquistato una dimensione politica, così come i miei film successivi sulle città industriali abbandonate della California”.

 

Di altrettanto interesse è stato l’incontro dedicato a “Femminismi” a corollario delle lezioni di cinema sull’avanguardia femminista degli anni ’70 curate da Federico Rossin che ha instaurato un’illuminante conversazione con la giornalista e saggista Maria Nadotti, moderata dal direttore Pedro Armocida. A esordire è stato proprio Rossin che ha affermato: “risulta interessante il porsi quasi ai margini, utilizzando le parole di Kramer, proponendo film del passato che mai hanno visto la luce, sfruttando l’archivio storico”, dichiarando la propria volontà di “riesumare un cinema sommerso fatto di corpi vivi e film potentissimi sul lato estetico e politico, che rappresentano il cuore dell’impegno femminista, grimaldello di pensiero utile alla presa di coscienza su una realtà opaca”. La rassegna curata da Rossin prevede la proiezione di 11 opere divise in quattro programmi tematici; in quello presentato ieri, intitolato “Per una critica delle immagini”, erano presenti Joan Jonas – di cui la Schmitt ha dichiarato che per lei è stata una sorta di mentore – con “Vertical Roll”, Martha Rosler con “Semiotics of the Kitchen”, Hermine Freed con “Art Herstory” e il Jay Street Collective con “Sigmund Freud’s Dora”.

Nei confronti di queste opere Rossin afferma di essersi posto come traghettatore, con l’intenzione di riattivare un corpo visivo “mai saturo o suturato, ma in continuo divenire”.

A inserirsi nel discorso è stata poi Nadotti, anche autrice di due mediometraggi, la quale ha sottolineato come “il concetto di eredità di questi lavori sia legato a un percorso che ha preso il via nel passato, ma che si manifesta vivo ancora oggi”, rimarcando in questo modo il fatto che le proiezioni non sono un mero atto commemorativo e tantomeno un’eredità quali “i gioielli della nonna” ma qualcosa di vivo e sempre attuale. La Nadotti ha spiegato che “il lavoro dei movimenti femministi ha portato alla luce il fatto che le immagini non rappresentano la realtà, ma manifestano uno statuto fluido e dinamico rivelandosi come una sorta di involucro del reale”. In questa direzione la giornalista ha invitato ad avere ben presente una realtà tutta da indagare, che può essere messa a fuoco solamente muovendosi sui margini della stessa. Ha poi concluso mettendo l’accento sul fatto che sembra “le donne abbiano iniziato a riacquistare, almeno in apparenza, importanza all’interno dei discorsi, anche grazie alla forte incidenza del movimento MeToo, senza dimenticare le radici dei movimenti femministi dei decenni precedenti”.

La giornata di oggi ha segnato anche il ritorno dopo due anni della sezione dedicata al Super8 con una personale a Claudio Caldini, storico cineasta sperimentale argentino per la prima volta in Italia, tra i maggiori esponenti del formato Super8 con il quale ha filmato tutti i suoi lavori dai primi anni Settanta a oggi. Queste proiezioni ‘intime’ curate dall’autore stesso (in Sala Pasolini) dimostrano come Caldini abbia trasformato i limiti del formato in nuove possibilità espressive, trasfigurando costantemente idee ed emozioni in percezioni perché, come lui stesso ha affermato: “il Super8 è una macchina del tempo innestata sul pilota automatico”. Ne sono una testimonianza vivida ed emozionante le prime cinque opere proiettate: da “Aspiraciones” (1976) a “S/T (2007)”, passando per “El devenir de las pietra” (1988), pluripremiato nei festival di cinema sperimentale. Le proiezioni continueranno oggi e si concluderanno il 21 in Pescheria.