A Pesaro si cerca di capire “A cosa serve il cinema?” con gli autori di Satellite

di José de Arcangelo

PESARO, 19 – Inaugurato ieri, al 55° Festival di Pesaro, anche lo spazio del Centro Arti Visive – Pescheria che ospita tutti gli incontri e le tavole rotonde del festival. Il primo è stato quello che ha presentato un progetto importante legato al festival, ovvero l’allestimento dell’archivio storico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema che – che dopo il trasferimento dalla sede romana nel 2015 – sta prendendo forma proprio a Pesaro grazie all’aiuto del Comune e che contiene oltre 9.000 materiali tra lettere, cataloghi, poster, film, registrazioni, carteggi, ecc…. All’incontro hanno partecipato il direttore della Mostra Pedro Armocida, Cristian Della Chiara, Bruno Torri, Gianmarco Torri, Arianna Zaffini, Adriano Aprà e il vice sindaco Daniele Vimini.

E proprio quest’ultimo ha ribadito come si tratti di “un segnale importante per uno dei pochi festival che ha ancora un’attività editoriale molto viva”. L’intenzione non nasce solo da “un’esigenza di documentazione”, ma anche per aumentare ancora di più “l’identificazione della Mostra con la città di Pesaro”. Lo sguardo però non è rivolto solo al passato e all’archiviazione ma, come ha ribadito Gianmarco Torri, la volontà è quella di far diventare questi spazi un vero e proprio centro di studi e una biblioteca digitale, liberamente accessibile a tutti gli studiosi” perché si tratta di un “patrimonio anche di pensiero”. E dovrebbe diventare “un archivio del nuovo cinema in generale” ha concluso Aprà.

L’altro incontro previsto in mattinata ha visto protagonisti i registi della sezione Satellite, quella più “sperimentale” e di ricerca del festival che riunisce a Pesaro giovani filmmaker italiani, autori di film “invisibili”, non passati in sala e di qualsiasi formato (ma molti visti attraverso la rete). Alla tavola rotonda hanno partecipato i tanti registi che presenteranno le loro opere a Pesaro nella sezione Satellite, come Matteo Arcamone, Giorgio Maria Cornelio, Edoardo Genzolini, Emanuele Marini, Morgan Menegazzo, Erik Negro, Mariachiara Pernisa, Benedetta Sani, Donato Sica, Giuseppe Spina. A presentare il dibattito il direttore artistico Pedro Armocida, affiancato dai moderatori Mauro Santini e Gianmarco Torri – anche curatori della sezione – i quali hanno posto la domanda che pendeva sugli interventi dei presenti: “A che cosa serve il cinema?”.

Nelle intenzioni dell’incontro c’è la volontà di scongiurare il rischio di una chiusura interna e di scivolare nell’autoreferenzialità del “cinema sperimentale”, come lo stesso Torri spiega, evidenziando “la necessità di non rinunciare mai a nuovi stimoli e non scadere in un lavoro di inerzia che può relegare ai margini”. Seguendo questa direzione si sono sviluppati i vari interventi degli ospiti che, nonostante un iniziale timido approccio alla domanda posta, hanno mostrato linee di pensiero eterogenee e talvolta anche contrastanti. I ragionamenti hanno preso il via con il tentativo di rispondere al quesito, facendo così emergere i pareri personali di approccio al proprio lavoro e la relazione che questo ha con il cinema. Tra le varie prospettive è emersa una concezione del ruolo del cinema come “processo di possibile riscrittura nel tentativo di dar ordine alle immagini che ci circondano” come nell’intervento di Erik Negro, a cui fa eco Morgan Menegazzo che però aggiunge come sia importante porsi questa domanda in termini di collettività, come gruppo di autori non accomunati da linee guida condivise, ma comunque mossi da intenti comuni, agendo “più con le azioni che con le parole”. Un’altra visione è quella proposta da Edoardo Genzolini che pone il cinema al centro di “un discorso creativo basato sul desiderio di controllo di ricordi ed esperienze, nella volontà di preservarli dal deterioramento”.

Come afferma però Emanuele Marini, è forte tra gli autori l’idea che il cinema sia fondamentalmente un mezzo “per testimoniare la propria esistenza”, per conoscere se stessi e la realtà che ci circonda, per tentare di afferrarla pur nella sua inevitabile frammentarietà. Durante l’incontro sono venute fuori anche opinioni che rigettano la domanda iniziale (“abbastanza imbarazzante”) come quella di Giuseppe Spina, il quale ha tentato di condurre il dibattito su toni più accesi per stimolare l’alterità degli autori coinvolti. Ma ricordando: “Io sono cresciuto nel deserto siculo, il mio film l’ho mandato a tutti i festival ma in Italia non l’ha preso nessuno, mentre tempo dopo ho ricevuto l’invito dal Festival di Rotterdam per me e il mio film, segno che il problema non era il film ma il luogo”, l’Italia.

Infatti non bisogna dimenticare che il cinema, come ogni forma d’arte, nasce come espressione per comunicare con un pubblico e non deve soddisfare solo l’autore, per poi finire in un cassetto, dato che raramente le istituzioni intervengono in aiuto del cinema, indipendente o sperimentale che dir si voglia. Bisogna però “arrabbiarsi, contestare e diventare militante” come lancia polemicamente Adriano Aprà, per farli conoscere e ‘vedere’, anche perché è stato difficile anche cinquant’anni (o soltanto trenta)  fa quando i maestri facevano i primi passi e non era possibile girare un film con un cellulare.

Tematiche emerse implicitamente anche nelle opere di Satellite presentate ieri pomeriggio, a partire da “Prima che l’ora cambi” di Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, riflessione legata al tempo e al cambio dell’ora per celebrare la memoria del giorno, “Fantasmata” di Donato Sica che, con uno smartphone, tenta di catturare i fantasmi che si agitano all’interno della realtà, “In fieri” di Benedetta Sani, sull’illusorietà della immagini e della memoria, “Variazioni luminose nei cieli della città” di Giuseppe Sica sulle lastre fotografiche prodotte da G. Horn d’Arturo e, infine, “Temple of Truth” di Giuseppe Boccassini.