Madri e donne in un viaggio di tremila anni

di Cinzia Baldazzi

  Il suggestivo e ampio volume “Mia madre era…”, curato da Rita Laganà e Terry Olivi, è articolato lungo una costellazione materno-filiale assai avvincente – le madri raccontate dalle figlie e dai figli – scandita da oltre settanta testimonianze e racconti del nostro paese durante il XX secolo con spiccato riferimento al Conflitto Mondiale precedente la Resistenza e a figure femminile nate nei primi decenni del secolo. Dai brani, di stampo pubblico o privato, emerge un’energica forza per sopravvivere, dove, se un popolo vuole risorgere, come suggerisce il collega Antonio Saccà nella recensione su ”Il Tempo”, accade «individuo per individuo, famiglia per famiglia».
Narra Roberto Iacovoni, in un incipit che potrebbe essere quello di tante donne:

  Mia madre Maria Luisa è nata a Roma il 24 aprile del 1908 (…) Il periodo difficile ebbe inizio del 1943, quando le sorti della guerra iniziarono ad andare male per l’Italia. In tutta la Seconda Guerra Mondiale, Roma ha subito ben 32 bombardamenti aerei tra grandi e piccoli (…). Ogni giorno c’era il coprifuoco (…). Mia madre, di carattere forte, conservava la sua calma, pur essendo in continua apprensione sia per noi figli sia per il marito, che, essendo medico, aveva il permesso di uscire per le visite ai suoi pazienti, anche dopo il coprifuoco, con il pericolo però di ricevere qualche fucilata.

  Nella lucida, analitica prefazione del libro, Elio Pecora parla della madre in letteratura, «presente fin dagli inizi poematici: Ecuba, Andromaca e Demetra, tutte rappresentate nel dolore atroce per la perdita di figli o di figlie». Ma dei poemi omerici, accanto alla genitrice (μήτηρ-metèr) e alla sposa (γυνή-ghiuné) del prode Ettore, vorrei rammentare un’altra donna, ossia Teti (Θέτις-Thétis), alla quale si rivolge per chiedere aiuto il figlio Achille, il mitico eroe Pelide nemico dei Troiani, disperato per un sopruso appena subìto dal capo supremo degli Achei, l’altero, orgoglioso Agamennone, sovrano dell’Argolide.
La dèa, affascinante Nereide con il dono esclusivo della metamorfosi, nulla può per consolarlo, tantomeno per allontanare l’adorato erede dalla precoce morte in agguato. Un amore, quello di Teti, in assonanza a tante mamme di qualsiasi epoca, all’altezza di mettere in campo ogni possibilità, avvilita per non essere in grado di evitare a lui la fine terrena: al contrario di Ecuba (Ἑκάβη-Ècabe), colpita dal lutto per l’uccisione del figlio, principe troiano, ma consapevole che costui diventerà immortale nella memoria umana.
Così Achille intona la supplica:

Oh madre! è questo, disse,
Questo è l’onor che darmi il gran Tonante
A conforto dovea del viver breve
A cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia
Spregiato in tutto: il re superbo Atride
Agamennón mi disonora; il meglio
De’ miei premii rapisce, e sel possiede.

  In effetti, precisa Pecora, «guardare alla madre come a una creatura viva, abitata dal desiderio e dall’attesa, dalla scontentezza e dalla delusione, è stato a lungo più o meno consapevolmente negato», sempre «rimuovendo la propria esistenza. Quest’ultima ridotta al bene e all’interesse dei figli».
Anche se – inutile nasconderlo – tale concetto non risulta privo di un afflato appassionante, come scrive Giulia Perroni:

Mamma era l’amore che mancava
tu bianca come neve
stralunata
angoscia accumulata per denari
al flusso delle ore (…).
Mamma era l’amore che mancava
non sapevo l’inizio né il passato
né gelosie dei monti unite al mare
per carpirne l’incanto.
Fu l’attimo nel tempo dilatato
a rivelarci il Tutto.

  E dai versi della messinese Perroni, a ricordo della mamma Alfonsina – nei quali non a caso evoca i termini “mito”, incagliato in lei bambina, ed “eroismo”, trasferito alla figura materna – torniamo alle strofe dell’Iliade con l’ammaliante Teti, discendente di Oceano:

(…) accanto al figlio,
Che lagrime spargea, dolce s’assise,
E colla mano accarezzollo, e disse:
Figlio, a che piangi? e qual t’opprime affanno?
Di’, non celarlo in cor, meco il dividi.
(…) Ora i tuoi giorni
Brevi sono ad un tempo ed infelici,
Ché iniqua stella il dì ch’io ti produssi,
I talami paterni illuminava.

  Comunque Teti, non arrendendosi, prova ciò che appare impossibile, mentre in scala le nostre madri «che non hanno combattuto nelle piazze, ma dentro la famiglia dove hanno protestato, urlato e gioito» sono riuscite ad attuare – cito Laganà e Olivi – una rivoluzione in cui hanno creduto fortemente, «quella interiore, intesa come capacità di mettersi in gioco, di ribaltare situazioni stagnanti, di inventare strategie nuove di sopravvivenza. Un’eredità importante da conservare e tramandare».
E il termine italiano «veneranda», che il grande Vincenzo Monti assegna a Teti, con un salto di millenni giunge a noi, alle emozionanti pagine allestite dalle curatrici raccogliendo le voci “anziane” e vitali della napoletana Concetta Piscopo («la vita è una guerra continua, la felicità l’ho provata combattendo tutti i giorni») e della romana Adriana Volpe («ho attraversato tempeste e goduto dei cieli sereni»).
La postfazione di Franco Ferrarotti sottolinea alcuni vincoli molto intensi, spesso controversi, tra madri e celebri figli: Elena e l’imperatore Costantino; Monica e sant’Agostino, vescovo di Ippona; Caroline Archimbaut Dufays e Charles Baudelaire. Il sociologo ripropone così la personale metodologia di coniugare “storie di vita” del singolo individuo nella trama-intreccio della vicenda sociale complessiva, già sperimentata negli studi su sindacalismo, trasformazione del lavoro e comunità urbane.
Nella mitologia greca, anzi nella tragedia “Le Eumenidi” di Eschilo, inserendola a paragone in una giusta utopia nella costellazione materno-filiale della meritoria antologia di Laganà e Olivi, ecco Atena, “figlia” – e non “mamma” – nata dalla mente di Zeus: «Non c’è nessuna madre che mi generò, prediligo tutto ciò che è maschile, sono interamente del padre». La dèa, lo sappiamo, è prodotto di una partenogenesi, non provenendo da un corpo fecondato bensì dalla testa di Zeus, locus di eccelsa e patriarcale razionalità, del dominio sul sentimento sfrenato sulla passione istintiva. Con la sua affascinante figura femminile, si mostra custode della legge, nella statua situata nel Partenone in cima all’Acropoli: il tempio dedicato ne enfatizza le origini, avvenute senza il contributo di una fecondazione dell’elemento femmineo.
Ma se questo proclama l’egemonia del raziocinio maschile nell’ambito collettivo con la denuncia di una femminilità penalizzata, la donna viene pur sempre consacrata quale depositaria di componenti antinomiche a quelle dei maschi, rimanendo nella cultura ellenica e classica occidentale simbolo di una fertile antitesi, tutt’oggi da sanare al completo.
Hanno proprio ragione le curatrici, è opportuno discuterne: «Le nostre madri hanno indicato e tracciato la strada, facilitando il percorso delle successive generazioni di donne e di uomini».

Mia madre era…
Donne e famiglie del Novecento
a cura di Rita Laganà e Terry Olivi
prefazione di Elio Pecora
postfazione di Franco Ferrarotti
Roma, Gattomerlino, 2018, pp. 340, € 23,00