La Mostra di Pesaro apre il concorso con “Portatemi la testa di Carmen M.”

di José de Arcangelo

PESARO, 18 – Alla 55.a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ieri sera è stato aperto il concorso con il primo film in gara, proiettato in piazza, “Tragam-me a cabeça de Carmen M.” (Portatemi la testa di Carmen M.) del brasiliano Felipe Bragança e della portoghese Catarina Wallenstein, attrice e cantante (nella foto), che ha lavorato con de Oliveira, Botelho e Raul Ruiz, al suo debutto nella regia. Entrambi gli autori presenti al festival.

Un film che prende spunto dall’icona musical-culturale Carmen Miranda, che conquistò Hollywood negli anni ’30-’40, e ha come riferimento il ‘cinema novo’, ma anche il movimento tropicalista e la lotta contro il cannibalismo culturale (non solo), emersi nei tardi anni Sessanta. Vengono fuori contraddizioni e sentimenti, politica vecchia e nuova (dalle dittature al neofascismo travestito da democrazia) e cultura di un paese tanto ricco quanto sfruttato.

Infatti, l’attuale tumulto politico e sociale fa da sfondo all’incubo tropicale in cui sprofonda un’attrice portoghese, Ana (Helena Ignez), che si trova a Rio de Janeiro per interpretare il ruolo di Carmen Miranda (che paradossalmente era nata a Lisbona), personaggio divenuto proverbiale per aver esportato nel mondo l’immagine del samba e del carnevale brasiliano.

Un film sperimental-metaforico, suggestivo e, in un certo senso, rivoluzionario perché contro le regole di un cinema molto in avanti tecnicamente, grazie al digitale, ma sempre meno innovativo e coraggioso di quello di quasi cinquant’anni fa, quando tutte le cinematografie americane ed europee (anche dell’Est) rivoluzionarono il linguaggio ma anche la forma e i contenuti del cinema. Non a caso gli autori passano dal bianco e nero al colore, dal realistico all’onirico.

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Partite anche le altre sezioni parallele – al Teatro Sperimentale – come l’omaggio alla regista Barbara Hammer, pioniera del cinema lesbico, scomparsa recentemente a New York all’età di 80 anni, con il cortometraggio in 16 mm “Sisters” (1973). A seguire per Femminismi – Lezioni di storia – Programma 1: Solitudine femminile con i corti “Soli-Trac” di Gina Pane (Francia), “Deux Fois” di Jackie Raynal (Francia), “Saute ma ville” di Chantal Ackerman (Belgio) tutti realizzati nel 1968, per passare poi a quelli girati in questo nuovo millennio nella retrospettiva dedicata a Lee Anne Schmitt, originaria di Chicago, che si trasferì per studiare al California Institute of the Arts. “Las Vegas” (2000), “Awake and Sing” (2003), “Nightingale” (2002), “Womaninghtfilm” (2014) e “The Farnsworth Scores” (2017), tutti su tematiche femminili attuali, ma realizzati in modo innovativo sia sul piano tecnico che formale.

Inaugurati anche ‘Sguardi (femminili) sul cinema spagnolo contemporaneo’ con “Ainoha, yo no soy esa” (t.l. A. Io non sono quella) di Carolina Astudillo Munoz (20189. Una sorta di docu-fiction, curiosa ed enigmatica. Da adolescente, verso la fine degli anni ’80, Ainoha Mata Juanicotena cominciò a scrivere in un diario quello che non voleva raccontare a nessuno e tanto meno rivelare che l’avrebbero portata al suicidio. Infatti, questi diari raccontano una ragazza diversa da quella che familiari e amici conoscono. Attraverso gli scritti, le foto e i video di Ainoha, la regista e giornalista cilena, residente a Barcellona, costruisce una cronaca alternativa della storia ufficiale della Spagna anni ’90, raccontata attraverso i diari intimi di una ragazza come tante. Una confessione personale che si trasforma nel racconto di un’epoca dal punto di vista femminile.

 

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