Franco Zeffirelli, addio a un maestro

di José de Arcangelo

Il maestro Franco Zeffirelli si è spento a Roma (a 96 anni), ieri 15 giugno 2019, dopo una lunga malattia e oltre settant’anni di carriera. Un artista diviso fra cinema, teatro, televisione e lirica, tutti campi che ha affrontato sempre con grande impegno e professionalità, cercando la perfezione (visiva soprattutto, ma non solo). Al cinema verrà ricordato per le trasposizioni shakespeariane (da “La bisbetica domata” al folgorante “Romeo e Giulietta”, per finire con “Amleto”, interpretato da Mel Gibson, o per quelle, da cattolico credente, ispirate a Francesco (“Fratello sole sorella luna”) e a “Gesù di Nazareth”(1977) per Rai1 che ebbe anche una versione in due parti da vedere in sala). Impossibile ricordare tutte le opere liriche da lui realizzate a teatro e per la televisione, alcune riportate anche sul grande schermo, come “La traviata”, che non a caso tra pochi giorni andrà in scena all’Arena di Verona l’ultima sua versione.

Nato a Firenze,  il 12 febbraio 1923, Zeffirelli non riuscì mai a renderla protagonista in un suo film (ma per la quale aveva fatto di tutto durante l’alluvione del ’66 e firmato un episodio nell’89 di “12 registi per 12 città”) come aveva fatto per la capitale (“Omaggio a Roma”). Esordì giovanissimo come scenografo, costumista e persino attore ma è stato l’incontro con Luchino Visconti, per il quale fu assistente e aiuto regista nei suoi primi film, a spingerlo a diventare regista.

L’esordio cinematografico avviene nel 1958 con la commedia ”Camping” con Marisa Allasio, Nino Manfredi e Paolo Ferrari, ma il suo secondo film e l’affermazione arriverà nelle sale quasi dieci anni dopo “La bisbetica domata” (1967) con la coppia Liz Taylor-Richard Burton, dopo i documentari “Maria Callas at Covent Garden” (1964) e “Per Firenze” (1966), i suoi due grandi amori. Nel 1968, “Romeo e Giulietta”, che resta il suo capolavoro, perché i protagonisti hanno per la prima volta l’età del ruolo e sono visti come due moderni teenager, innamorati e incompresi.

Dopo il “Gesù di Nazareth”, andato in onda in due puntate, seguono i suoi film hollywoodiani “Il campione” (1979), remake del film omonimo del 1931, con Jon Voight, Faye Dunaway e il piccolo Ricky Schroder (ancora attivo soprattutto in tivù), e “Amore senza fine” (1981), con Brooke Shields e Martin Hewitt, un mélo sull’amore proibito di due adolescenti, forse il meno amato dalla critica – definiti ‘sdolcinati e strappalacrime’, ma grandi successi al botteghino nazionale e internazionale.

Dopo la versione cinematografica de “La Traviata” (1982), ne firmerà diversi film-tv dedicati alla lirica, per tornare a Shakespeare con “Otello” (1986), seguito dal televisivo “Così è: se vi pare” e il musical-biografico “Il giovane Toscanini” (1988), e ritornerà al bardo col testo più famoso, “Amleto” (1990) con Gibson e Glenn Close. Nel 1993 firma la sua opera più deludente con “Storia di una capinera”, trasposizione della novella di Giovanni Verga, per ritrovare la sua vena più giusta con “Jane Eyre” (1996) con Charlotte Gainsbourg, William Hurt e Anna Paquin, reduce dell’Oscar per “Lezioni di piano”. Ed ecco nel 1999 alle prese con un dramma fra storia e autobiografia, ovvero “Un tè con Mussolini” con un ottimo trio di attrici britanniche: Maggie Smith, Judy Dench e Joan Plowright, assecondate dalle americane Lily Tomlin e Cher.

Chiude la sua carriera cinematografica con “Callas Forever” (2002), un commovente omaggio all’amica di una vita, interpretata da un’intensa Fanny Ardant. Ma comunque ancora sperava di realizzare un suo grande progetto ispirato a Dante, per cui aveva realizzato il cortometraggio “Zeffirelli’s Inferno” (2017).

 

Il Maestro Zeffirelli lo avevamo incontrato a 91 anni nella sua villa romana in occasione della presentazione del suo libro (De Luca Editori d’Arte) dedicato a “Francesco il Santo di Assisi – ispiratore e guida di Papa Bergoglio”, tratto dal suo non dimenticato film “Fratello Sole, Sorella Luna” (1972).

Aveva detto a proposito, circondato da cimeli, opere d’arte, fotografie di collaboratori e amici: “Era un periodo cupo quello che stavo attraversando, pieno di incertezze su cose amare, a cosa dedicare i mie dubbi e i miei sogni, quando è approdata la decisione della Chiesa di eleggere Bergoglio, un personaggio fino ad allora rimasto nell’ombra, poco conosciuto, e questo mi ha colpito profondamente. E pian piano ho ritrovato la certezza e la fiducia che sono la vera essenza dello spirito francescano”.

“Sono fatalista – aveva poi affermato Zeffirelli -. Se la Chiesa ha deciso di eleggere un uomo così fuori dagli schemi, vuol dire che ha espresso la necessità di trasmettere un messaggio più semplice ai cristiani, di un ritorno ai valori umili, di umanizzare. Il Papa, con la sua semplicità, ha messo in ginocchio tutto il Vaticano. Mi ha colpito molto come riesce a toccare il divino con una naturalezza quotidiana”

Poi ci aveva confessato di sentirsi ancora giovane, ma dimostra – oltre una grande saggezza – una ritrovata tolleranza – lui diventato famoso anche per le polemiche -, anzi una sorta di sfacciata tenerezza, senza dimenticare la riconosciuta ironia toscana.

“Sono legato a Francesco fin da bambino, quando mia nonna mi diceva: ‘Fai una preghierina a San Francesco e vedrai che ti risolve tutto’. E il film, ‘Fratello Sole Sorella Luna’ è uno dei miei preferiti insieme a ‘Romeo e Giulietta’. Ma è stato questo Papa a darmi la spinta. San Francesco è il santo che Dio mette sulla nostra strada per soccorrerci e da lui ha preso il nome un Papa semplice e cordiale che parla come la gente comune, ma che sa arrivare a  tutti”.
E aveva concluso sulla sua Fondazione – che contiene tutto il suo artistico tesoro – un po’ deluso: “E’ inaudito che si trascuri chi come me è stato al servizio dell’arte e della bellezza in tutti i modi. Firenze è una città impossibile, difficile, orgogliosa, arrogante, perché piena di tesori. Io vorrei lasciare tutto quello che ho a loro, ma non so se si potrà fare. Mi piacerebbe anche realizzare un video omaggio a Firenze come feci per Roma, ma Firenze non è aperta come Roma. Però non perdo la fiducia”.

“Entrare a casa mia è come entrare in una cappella – prosegue sulla villa romana sull’Appia Antica che ha ospitato anche i suoi amici, amanti litigiosi, Liz Taylor e Richard Burton -. Ogni cosa mi ricorda quello che ho realizzato insieme a tutti questi amici. Ma lavorare con loro richiedeva anche una certa dose di carattere, bisognava avere le palle. Ricordo che sono passati anche Mick Jagger, la Regina Elisabetta che mi ha mandato l’Ordine della Giarrettiera, mentre Mel Gibson è stato davvero uno str… voleva fare il cattivo per forza, ma poi ha fatto un Amleto meraviglioso”.

“Il problema di oggi è riuscire a non dipendere dalle ambizioni. L’uomo moderno o ha ambizioni impossibili che lo portano a commettere atti infami oppure rinuncia alle ambizioni, anzi ai sogni e alla parte spiritualmente più vera e autentica. Purtroppo la nostra non è un’epoca di Santi”.

Comunque, a proposito degli anni Settanta è costretto a parlare: “Sappiamo tutti come in quel periodo in cui l’ateismo si è impossessato dell’opinione in Italia, ci fosse una falsa cultura marxista che dettava le regole del parlare e dello scrivere. Eppure Marx predicava il Vangelo. Ma non mi sembra più il caso di fare ancora delle polemiche”.
Disponibile e instancabile Zeffirelli, parla di ieri e di oggi, e ricorda anche il lungo viaggio nella lirica, a proposito del ritorno de “La Boheme”, versione 1981, dal Metropolitan di New York in diretta nei cinema italiani come evento.

“Sempre ricordo i miei spettacoli attraverso chi vi era come interprete. Quindi, allora, capitò una squadretta non male, ma la mia ‘Bohème’ ha attratto sempre, era un’occasione per tutti, grandi e piccoli, perché metteva a posto le differenze”.

“Sarei ingiusto ad avere rimpianti – conclude il maestro che però, confessa che da decenni vorrebbe realizzare un film sui grandi fiorentini, da Michelangelo a Leonardo, ma ai produttori manca il coraggio -, ho fatto tutto quello che volevo. L’unico rimpianto è non aver visto la cultura fiorire, andare avanti come avrei voluto. Bisogna pensare ai giovani che avrebbero tanto talento da offrire, ma invece si rifugiano, anzi si sprecano in spettacoli di massa, e vedo invece una grande confusione. Il dilettantismo profana un po’ tutto e tutti”.