Ernestina e il pioppo

di Mamma Oca

  Quali grandi speranze mi scuotevano quando ero ancora un giovane pioppo! Ero tutto un fremito anche nelle giornate in cui non spirava un alito di vento. La mamma e alcuni superstiti parenti mi avevano informato che prima ancora di raggiungere la maggiore età sarei stato tagliato e trasformato in carta. Avevo già visto alcuni miei cugini e due fratelli maggiori subire quella sorte. Prima o poi sarebbe capitato anche a me, ma io non mi sarei sciolto in lacrime, come loro, all’avvicinarsi delle seghe elettriche. Quello, pensavo fermamente, era solo il primo, inevitabile passo verso la celebrità.
La mamma cercava sempre di frenare i miei entusiasmi. Le sue intenzioni erano buone, voleva tenermi lontano dalle disillusioni, ma perché avrei dovuto darle ascolto quand’ero sicuro che dalle mie fibre sarebbe scaturita una carta non da pacchi, quaderni, annotazioni, certificati, scarabocchi o altri usi volgari, ma soltanto capace di accogliere su di sé una grande e imperitura opera letteraria o forse una monumentale sinfonia, se mai mi avessero stampato col rigo musicale. E senza dover trascorrere chissà quante insulse esperienze cartacee, in attesa di una reincartazione (come la chiamiamo noi) più favorevole, dopo noiosissime permanenze al macero. Io non ero così paziente, io la gloria la volevo subito.
Nonostante la mia sicurezza, seguii le fasi della mia metamorfosi con qualche apprensione: dopo tutto, poteva anche darsi che la mamma avesse ragione. Finalmente, il mio futuro venne definito: ero stato trasformato in un Diario di 366 pagine – l’anno era bisestile – e ogni mia pagina era marcata da una data. Tutto sommato, mi era andata bene: la diaristica è un ramo importante della letteratura. Tutto dipendeva dalle mani in cui sarei capitato, ma anche questo era un particolare di scarsa importanza, dal momento che io – modestia a parte – so come tenere la penna in mano e ho abbastanza fantasia per arricchire e abbellire i più banali eventi.
Ahimè, che scrittura incerta e grossolana fu quella che tracciò in stampatello, sulla mia prima pagina, il nome ERNESTINA! E di quale orrore fui pervaso quando venni a sapere che aveva soltanto quattordici anni. E’ pur vero che quella era l’età di Giulietta quando incontrò Romeo, ma erano altri tempi. Giulietta non andava il sabato sera in pizzeria con le amiche, Giulietta non paragonava il suo professore di ginnastica a Antonio Banderas, Giulietta non fumava in bagno di nascosto, Giulietta non si appropriava dei cosmetici della sorella più grande… Forse Giulietta, se fosse vissuta al giorno d’oggi, si sarebbe comportata come Ernestina, però la ragazza conduceva un’esistenza sin troppo insulsa, anzi, se volete la mia sincera opinione, stupidissima.
Solo con l’arrivo della primavera riuscii a superare lo sconforto che mi aveva preso. Un profondo mutamento era in atto nella mia giovane interlocutrice. Sulle mie pagine del sabato non compariva più la laconica scritta Pizzeria. Ernestina oramai non si curava più delle amiche, aveva cominciato a guardare i ragazzi, e persino del professore di ginnastica non avevo da tempo notizie. Mi resi conto che si era innamorata pazzamente di un certo Mario quando scrisse 197 volte di seguito il suo nome, occupando l’intera mia ultima settimana di aprile. Così avvenne per tutto il mese di maggio, con la variante che il nome di Mario era di continuo intercalato da aggettivi quali unico, divino, adorato. Aspettavo con ansia gli sviluppi: mica potevo andare avanti così sino al 31 dicembre, quando avrei tristemente affrontato la strada del macero. Anche a metterci le mani sopra, quale editore avrebbe mai accettato di pubblicare una tal congerie di insulsaggini?
La pagina del 6 agosto fu esclusivamente occupata da tre sole parole, scritte a caratteri cubitali, nel solito stampatello: MI HA GUARDATA. Dopo di che riprese a ripetere all’infinito il nome dell’amato. Quando le mie forze fisiche e psichiche erano allo stremo, Ernestina si servì di ben due pagine, quelle del 24 e 25 ottobre, per annunciare: MI HA BACIATA. Per essere precisi, questo era riportato di traverso su una sola pagina, perché quella accanto era tutta una teoria di punti esclamativi e cuoricini. Stupida ragazza, perché non mi aveva confidato quel che c’era stato di mezzo, tra lo sguardo e il bacio? Forse aveva ragione la mamma, avrei dovuto attraversare molte reincartazioni prima di raggiungere la fama.
Grandi cose si stanno preparando. Era ora! Ho ripreso a sperare. La sorella di Ernestina, che spesso mi sfoglia, ha fatto la spia ai genitori. Ora la piccola è osteggiata da tutti, e finalmente mi riempie di sfoghi molto interessanti, anche se tremendamente sgrammaticati.
La situazione sta precipitando: è la vigilia di Natale, Ernestina e Mario si preparano a fuggire insieme. Tutto questo è molto romantico, solo mi auguro che si ricordi di portarmi con sé, altrimenti come potrò venire informato sul prosieguo della storia? Invece, la sventatella è uscita di casa togliendomi da sotto il materasso, dove mi nascondeva negli ultimi tempi, ma invece ci infilarmi nello zainetto mi ha sistemato bene in vista sul comò, aperto alla data del giorno, e con la scritta ancora una volta in stampatello: ADDIO! NON CERCATEMI.
Non mi persi di coraggio, oramai ne avevo abbastanza per mandare avanti una storia delle più avvincenti. Ero già lanciatissimo nelle mie fantasie, quando sentii aprirsi silenziosamente la porta. Era Ernestina. Per un momento sperai che fosse venuta per me, invece era arrabbiatissima e non faceva che ripetere: “Lo odio… lo odio… lo odio”. Ne dedussi che Mario non se l’era sentita di fuggire. A un certo punto, l’occhio di Ernestina si posò su di me. La mia vista la fece diventare una furia, tanto che mi afferrò e mi scaraventò fuori dalla finestra.

  Volando e volando, per fortuna c’era un forte vento, invece di atterrare su un sudicio marciapiede di città, arrivai in campagna, finendo impigliato nei rami d’un albero. Strano, mi sembrava di conoscerlo, quell’albero, aveva un aspetto familiare. Infatti, era un pioppo. Osservandolo più attentamente: “Ciao, nonno”, gli dissi tutto contento.
“Bentornato, ragazzo”, mi rispose lui.