Alberto Savinio giornalista negli anni del fascismo

di Piera Mattei

  Come recita il risvolto di copertina, “Souvenirs raduna corrispondenze giornalistiche in origine apparse tra il 1923 e il 1945”, data, quest’ultima, della sua prima pubblicazione.

  Perché ripubblicare le corrispondenze che Savinio inviava a giornali italiani dal 1923 al 1945 da Parigi? La risposta sembra molto semplice. Perché Savinio è diventato un classico del Novecento e pertanto ogni aspetto della sua personalità e della sua attività è d’interesse generale.
Ma facciamo l’ipotesi assurda di cancellare il nome dell’autore: di quale interesse sarebbero per noi oggi questi articoli? Direi di un notevole interesse sotto tre prospettive, diverse anche se non reciprocamente escludentesi.

  L’interesse va innanzi tutto a un tipo di scrittura tra spigolosa e barocca, originale e godibilissima, uno stile che è una firma, e forse rende ancora più assurda e più difficilmente praticabile la nostra ipotesi metodologica, che tuttavia manteniamo. Lo stile, la scrittura rimangono, proprio per la loro originalità, la prospettiva più importante e più interessante.

  La seconda prospettiva è quella storico-politica. Per contestualizzare adeguatamente ogni brano bisognerà infatti fare bene attenzione alle date che compaiono in calce ai medesimi e bisognerà inoltre tenere ben presente che la data del 1945 rivoluzionò i tempi e i modi della politica e dello stile giornalistico.
Per quanto una dotta nota di Eugenia Maria Rossi ci parli di revisioni di quegli articoli nella prospettiva della pubblicazione in volume all’indomani della Liberazione – revisioni intese a cancellare umori e sentimenti non più adeguati dopo la sconfitta del fascismo – molto nello stile risente della temperie culturale dell’epoca. Ci chiediamo se davvero un regime nazionalista costringeva inesorabilmente i giornalisti a scrivere per Mont-Saint-Michel Monte san Michele, per Versailles Versaglia, per Père Laschaise Padre Lasedia? Non risultava a tutti la sciocchezza dell’imposizione? E Savinio, nel mentre si adeguava all’imperativo, riusciva a conservarsi serio, lui che ha fatto dell’ironia uno dei suoi toni fondamentali? E riusciva a mantenersi ancora molto serio quando – appena se ne prospettava l’occasione – esaltava le virtù italiche nei confronti del carattere dei francesi e in questi ultimi dichiarava di apprezzare l’eredità latina contro il loro lato franco?

  Ma a proposito d’ironia veniamo al terzo profilo di lettura, quello che, ancora una volta, data culturalmente questi scritti: quello di una incontrollata cattiveria. Non che oggi le cattiverie scritte non siano di moda, ma hanno il loro spazio di libertà e di arbitrio nelle riserve dei social. I giornali sono tenuti a pubblicare solo ritratti non offensivi, pena la citazione in giudizio. Leggendo queste pagine ci viene invece da riflettere sulla certezza che con la bontà non si è mai fatta buona letteratura. Principio metodologico del quale qui Savinio approfitta a dismisura.
Quello che rispetto all’etica giornalistica di oggi colpisce è che Savinio, per raggiungere l’effetto satirico e comico, non risparmia proprio nessuno. Si propone divertito e “politicamente scorretto”, per esempio, nei confronti delle tendenze omosessuali di un letterato-artista come Max Jacob, in una testimonianza che, con altre, doveva comparire (niente meno!) in un volume in omaggio al poeta-artista appena scomparso. Altro esempio. Di Colette così scrive: “I libri di Colette sono noti e diffusi anche in Italia, ma io non li ho letti. Ignota a me nello spirito, ho avuto il piacere di conoscere Colette in carne: nel corso del passato inverno, alla mensa di un parlamentare tra i più colti e mondani.” Continua quindi chiarendo che Colette è “voluminosa e piramidale… sagomata in forma a campana o a tartaruga”.
Ho citato questo esempio per mostrare il sottile procedimento. La frase tra tutte più offensiva per una scrittrice non è una di quelle che tratteggiano un ritratto fisicamente grottesco, addirittura mostrando quel corpo disfatto in un abito pieno di patacche (a un pranzo di gala!). No, direi che la frase più offensiva sia quella dichiarazione, esibita con nonchalance in cima al pezzo, lì dove dichiara risolutamente di ignorare i suoi libri.
Colette, nonostante il disprezzo di Savinio, è stata sicuramente una scrittrice importante e da giovane era stata certamente anche una donna molto bella. Nel 1932, quando Savinio firma il pezzo che la riguarda, Colette ha cinquantanove anni, non è più certamente nel pieno delle sue grazie. Ma trovo nondimeno sia un vero peccato che il nostro giornalista abbia pensato di poter affidare ai lettori, e ai posteri, un ritratto di lei che non è propriamente un ritratto ma una superficiale supponente caricatura della donna e dell’ intellettuale.

  Forse per dissipare anche se solo in parte l’impressione di un’esagerata voglia di divertire occorrerà leggere il brano “Morte “postuma” di Raffaello”, scritto in occasione del nono cinquantenario della nascita del genio della pittura, e, come Savinio lo definisce, “uomo grandissimo e “buono” (le virgolette sono sue) dimostrando di apprezzare quella bontà. Lo definisce ancora “L’adolescente perpetuo, l’idealista che portava l’idealismo fino al raggiungimento di una realtà assoluta”, esibendo, in questo caso, una capacità di sintesi critica veramente degna del soggetto prescelto, e avvincente.

Alberto Savinio –Souvenirs – Adelphi 2019 –
pag. 246 –  Euro 14