Grande successo all’Opera di Roma de L’angelo di fuoco di Prokofiev

di Ivana Musiani

  Sontuoso allestimento al Teatro dell’Opera di Roma de L’angelo di fuoco di Prokofiev, i cui rari allestimenti non sono del tutto giustificati dalle difficoltà dell’allestimento e dall’imponenza del cast. Non c’è dubbio che i cinquantatre anni che dividono la prima apparizione nel teatro capitolino da quella attuale di uno dei capolavori del Novecento possono sembrare un po’ troppi, ma l’autore fu molto più sfortunato nell’attesa di una sua messinscena, che non vide mai.
Quando, nel 1955, l’opera vide la luce in prima assoluta alla Fenice di Venezia, Prokofiev era morto già da due anni. Sfortunato anche in questo perché la data della sua scomparsa, 3 marzo 1953, coincise con quella di Stalin, e per lui fu decretato il silenzio stampa per non distogliere l’attenzione dal grande capo.
Aveva solo ventisei anni quando il romanzo di Brajlov, e che portava appunto il titolo de L’angelo di fuoco, gli capitò tra le mani quasi per caso. Si trovava a New York, triste e sconsolato per il rinvio della prima de L’amore delle tre melarance: “Erravo lungo i viali dell’immenso parco di New York; contemplavo i grattacieli in faccia a me e sognavo con fredda rabbia le meravigliose orchestre americane che non volevano assolutamente occuparsi della mia musica; pensavo ai critici che continuavano a masticare quel che era stato detto e scritto mille e mille volte e che irridevano grossolanamente le mie innovazioni; pensavo agli impresari che organizzavano tournées alla sola condizione di presentare un programma universalmente conosciuto e temevano l’inedito come la peste. Io ero arrivato troppo presto: la giovane America non era abbastanza matura per apprezzare la musica giovane!”.
Il casuale incontro con il connazionale gli fece cambiare umore. Stese lui stesso il libretto e iniziò la composizione, nonostante avesse in cantiere altri lavori. Per comprendere la scelta da parte di Prokofiev di un soggetto del tutto irrazionale ai confini del gotico, com’era quello del romanzo – al quale si attenne fedelmente – di Brajlov, principale esponente del simbolismo in terra russa, si sono fatte molte ipotesi, tra cui quella acuta di Rubens Tedeschi (I figli di Boris, Einaudi): “Pensiamo all’epoca in cui l’opera fu scritta, tra i postumi della guerra, tra le rivoluzioni e il terrore delle rivoluzioni: un mondo sconvolto in cui il povero Ruprecht, un reduce tra milioni di altri come il soldato dell’Histoire stravinskiana, non troverà riparo contro le malizie del diavolo”.

L’azione ha luogo a Colonia, in un secolo, come quello sedicesimo, dove angeli e/o diavoli, magie, superstizioni, sabba, apparizioni demoniache, roghi, facevano parte, pur frutto dell’immaginazione, di una realtà quotidiana radicata nelle menti e persino confermata dalle reazioni dei potere ecclesiastico: i roghi delle streghe e degli eresiarchi, esistevano, altroché!
Rupert è un soldato tutt’altro che rozzo: ha partecipato alla Riforma, ha molto girato il mondo, e quando chiede alloggio in una squallida locanda proviene dalle Americhe. Nella notte, dalla parete divisoria gli provengono urla femminili; si precipita in soccorso, ma la donna è sola, in preda ad allucinazioni. E’ Renata, che lo accoglie come un salvatore e gli racconta la sua triste storia. Fin da bambina aveva avuto accanto a sé un angelo protettore; ma quando, divenuta giovinetta gli aveva chiesto di mutare l’amicizia in un rapporto amoroso, l’angelo, sdegnato, si era dileguato in una colonna di fuoco. Incapace di vivere senza la sua presenza, Renata lo aveva cercato ovunque e credette di averlo ritrovato sotto le sembianze del Conte Heinrich, il quale aveva approfittato della sua credulità per poi abbandonarla. Inconsolabile, Renata si era data a pratiche magiche, convinta che l’aiutassero a portarla sulle sue le tracce. Lo ritrova con l’aiuto di Ruprecht, ne consegue un duello dove il soldato viene ferito. Rifugiatasi in un convento, Renata viene condannata al rogo dall’Inquisitore per aver insufflato il demonio nelle suore.
Una vicenda alquanto complicata, dalla quale per brevità abbiamo tralasciato molti particolari. Emma Dante, che appartiene alla oramai numerosissima schiera dei registi io-la-vedo-così, anche qui ci ha voluto metterci del suo, ma già la storia era talmente sopra le righe che più di tanto non poteva fare, e lo ha fatto nel senso giusto, con risultati anche geniali come in uno dei siparietti di cui si è avvalsa per abbreviare i cambi di scena (5 atti e 7 quadri): dove, scimmiottando il duello di Ruprecht e il Conte (un duello con tutte le regole, essendo stati istruiti da un maestro d’arme, mica si davano schidionate, come quasi sempre succede all’opera), due sciancati si colpiscono rabbiosamente a colpi di stampella. Quando Ruprecht irrompe nella stanza di Renate in preda al delirio, si trova davanti a una fanciullina vestita modestamente in un abituccio rosa a balze, sì da rendergli ancora più stupefacente il lungo torbido racconto di lei: Emma Dante, che ha immaginato svolgersi l’azione nei sotterranei palermitani dei Cappuccini, ha voluto far rivivere sulla scena la bambina in rosa che colà si trova giacente. Per non parlare di quel diavolo in calzamaglia che irrompe a intervalli facendo break-dance, ossia usando la testa come appoggio e le gambe remiganti in aria: così, nei dipinti che raffigurano la cacciata degli angeli ribelli, li si vede sempre precipitare, a capofitto.
Renata era il soprano Ewa Vesin, una prova durissima sostenuta con onore, Ruprecht un efficace Leigh Melrose. Gli altri eccellenti interpreti, in ordine di entrata, erano: Anna Victorova, la padrona della locanda, Miriam Sokolova, l’indovina, Sergey Radchenko, Agrippa di Netteshelm, Andrii Ganchuk, Johann Faust, Maxim Paster come Mefistofele, e ancora Goran Juric, Domingo Pellicola, Petr Sokolov, Murat Can Guvem, Timofei Baranov. Quanto alla direzione d’orchestra, non era la prima volta che Alejo Perez affrontava al Teatro dell’Opera un autore russo, altrettanto problematico quanto Prokofiev, avendovi già diretto Il naso di Sciostakovic: con gesto, incisivo, attentissimo ai particolari, ha portato avanti la densa partitura, sino all’incandescente finale, dove si direbbe che dalla buca orchestrale si sprigionino autentiche colonne di fuoco, simile a quella dell’angelo del titolo
Grandissimo successo, applausi e chiamate per tutti.